TESTI PRETESTI – Paolo Gera: La stalla e il falò

anselm kiefer

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Ben Lerner, 38 anni, è insegnante di Letteratura Inglese presso il Brooklyn College ed ha pubblicato nel 2012 il suo primo romanzo “Leaving the Atocha Station” (in italiano “Un uomo di passaggio”) con cui ha vinto il National Book Award. Perché dovrebbe odiare la poesia?

In effetti la ama. La ama talmente da giudicare le manifestazioni di odio nei confronti della poesia come una specie di ammissione di mancanza di sensibilità che determina avversione nei confronti di un fenomeno peraltro indispensabile. Voi odiate la poesia perché vi brucia ammettere quanto manchi al vostro sistema di vita.

L’idiosincrasia è il riconoscimento allo spazio ideale che la poesia ha saputo indicare nel corso dei millenni, uno spazio per l’autentico, non soggetto alle leggi del mercato: “un valore che viene prima e va al di là del prezzo” (p.55).

In principio Ben Lerner, cita un racconto, riportato dal Venerabile Beda nella sua “Historia”, che diventa perno metaforico del suo saggio. Il personaggio chiamato Caedmon si tiene lontano dal falò intorno a cui la comunità si riunisce perché non sa cantare. Cantando gli altri compattano il gruppo e si scambiano informazioni utili per la sopravvivenza della piccola società. Caedmon si ritira nella stalla a dormire  e lì la voce di un angelo o di Dio lo convince a cantare dentro di sé. Nel sogno la sua voce diventa intonata e melodiosa, pronta e temprata per esprimere nel modo più gliorioso le lodi del Signore. “Caedmon si risveglia poeta, e col tempo si fa monaco. Ma la poesia che canta al risveglio non è, secondo quanto afferma Beda come quella che aveva cantato in sogno; “non è possibile infatti tradurre letteralmente poesie, neppure se di eccellente fattura, da una lingua all’altra senza che se ne perda l’armoniosa bellezza”(p.13). Il fallimento è ancora più grande se la traduzione riguarda la lingua del sogno di natura divina e la comune lingua degli uomini. Per Ben Lerner esiste la dimensione della stalla e quella del falò. Inevitabilmente ciò che ci aspettiamo virtualmente dalla Poesia (scritta in maiuscolo), fallisce nel tentativo di composizione del poeta e si espone al giudizio severo, se non inorridito, del pubblico che si ritrova a leggerne i versi. Sorprende la posizione idealista, addirittura neoplatonica di uno scrittore americano come Lerner: ispirato dal critico Allen Grossman, di cui nel corso del trattato si dichiara più volte debitore, Lerner svela uno spazio iperuranio e  inattingibile dove pascola la poesia perfetta. “Ecco il problema fatale della poesia: le poesie”(p.26). Le copie esibite dai poeti, più o meno di professione, non possono che risultare sbiadite, imperfette, distorte, non riuscite. I poeti, a cominciare da Dante di fronte alla visione della natura di Dio (“Oh quanto è corto il dire e come fioco/al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,/è tanto, che non basta a dicer poco”, Paradiso, XXXIII, vv. 121-123), sono consapevoli della difficoltà dell’impresa.

Scriveva drastico Giorgio Caproni: “ Buttate pure via/ogni opera in versi o in prosa./ Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza,una rosa” (“Concessione”, in “Res Amissa”, 1991). D’altronde Gertrude Stein, nominalista ironica, obbietterebbe: “ rose is a rose is a rose is a rose” (“Sacred Emily”, in “Geography and Plays”, 1922). Ma Lerner non dà statuto poetico alle avanguardie: “I poeti d’avanguardia odiano le poesie perché restano poesie invece di diventare bombe” (p.74). La critica è riduttiva e strumentale, ma quello che importa all’autore è il raccordo, da cui esclude i proponimenti delle avanguardie, tra un primo livello che è quello del poeta – la sua ispirazione, il rispecchiamento e la testimonianza di fronte a se stesso – ed un secondo che è quello della comunità – ciò che riguarda l’immanenza della poesia, la sua persistenza nel mondo, la sua efficacia comunicativa, la sua testimonianza di fronte agli altri.

La stalla e il falò, appunto. Esempio di questo tentativo fallito di trovare una poesia che possa raccogliere in sé istanze sociali profonde e necessarie, addirittura utilizzabili nella sfera politica, è il componimento che viene commissionato a Elizabeth Alexander, per la cerimonia di insediamento presidenziale di Barack Obama nel 2009. Semplice. Elizabeth Alexander fallisce “perché non è all’altezza: dopotutto scrive poesie reali” (p.46). Si rischia allora di identificare l’età dell’oro in cui si realizza la congiunzione tra proposito personale e riconoscimento sociale in un ipotetico passato, al tempo di poeti come Walt Whitman, che rinuncerebbero alla propria identità personale, “pur di raggiungere l’universalità, diventando irriducibilmente sociali, non più persone, ma tecnologie nazionali”(p.74). Walt Whitman che scriveva in “Foglie d’erba”: “Sono vasto, contengo moltitudini”(p.46), ma anche “ Io sono il poeta degli schiavi, e dei padroni di schiavi” (p. 65).

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anselm kiefer

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Nell’appello volutamente retroguardistico di Lerner è ignorata la nuova dimensione sociale della poesia che è quella della disseminazione autorale on line: le miriadi di scintille del falò che si sono disperse nell’etere. Eppure è questo il nuovo territorio paticato dalla poesia con la ‘p’ rigorosamente minuscola e la comunicazione sintetica tipica di quel paesaggio potrebbe ricavare ricchezza e profondità da un genere letterario sia votato all’analisi interiore che alla denuncia civile. La caratteristica metafisica della rete che è quella di una remota lontananza in cui sono contenute moltitudini, è anche quella immanente e semplicemente realizzabile di mettere in contatto queste moltitudini. La funzione sacrale della poesia si miniaturizza e si trasforma, al di là di qualsiasi giudizio di merito, su una necessità di pura e semplice espressione. D’altra parte questa tendenza può preservare da una destinazione celebrativa e di asservimento al potere che è pure stata una costante anche della poesia dei nostri tempi. Al riparo delle “tecnologie nazionali” di cui parlava Lerner, le comunità di poeti on line, se rinunciano all’arroccamento narcisistico e lanciano fili tra le varie nuvole, possono assolvere ad un’importante compito di indicazione di spazi alternativi di socialità. Le faville possono ritornare a riunirsi in fiamma ed indicare con la loro presenza nuovi spazi per l’autentico, come direbbe Lerner.

Resta il dubbio che “Odiare la poesia” sia, travestita da saggio, un estremo tentativo di ripoporre la vena lirica dell’autore in un tentativo da eroe mascherato, destinato al fallimento. “(…)il mio fenomeno atmosferico preferito: strie di vapore acqueo o di particelle di ghiaccio che scendono da una nube ma evaporano prima  di toccare il suolo. E’ una pioggia che non annulla mai veramente la distanza  fra cielo e terra, fra il sogno e il falò; è il segno che contraddistingue versi che non sono ancora; o non più, o non soltanto reali; sono fenomeni che non riescono a realizzarsi pienamente, e in quanto tali possono rappresentare qualcosa che va al di là del fenomenico”(pp.73-74).

Ben Lerner ha così dimostrato con grandissima gioia la propria tesi  e può buttarsi di propria volontà nella pira incendiata dei poeti perfettibili e non perfetti.

Paolo Gera
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  Immagine correlata

Ben Lerner, Odiare la poesia –  Sellerio, Palermo 2017

The Hatred of  Poetry”- traduzione di Martina Testa

 

3 Comments

  1. E’ molto bella la storia di Cadmon ed è interessante la tua riflessione sul senso della poesia come cosa minuscola che vive nella moltitudine della rete. Lo scarto tra l’ideale e il reale credo sia all’origine della creazione poetica, o, detto in altro modo, forse la poesia è proprio la misura dello scarto, ciò che resta dell’esaltazione e del fallimento, lì dove il tragico e il comico si rivelano interscambiabili.

  2. Trovo giusto quello che dici. La poesia credo in effetti che nasca da uno stato alterato ed è facile che io scriva quando proprio non ce la faccio più, quando la vita mi ha preso per un po’ a schiaffi o invece mi ha dato qualche soddisfazione improvvisa. Nella stalla però non credo che ci si ritrovi sempre da soli. Magari ci sono altre persone che mungono l’immaginazione nel tuo stesso modo ed è anche entrando in relazione con loro che parte lo stimolo creativo. E’ importante in partenza il confronto con i predecessori o anche con quelli che nel presente si pongono al tuo stesso livello profondo di comunicazione. Voglio dire che non è solo intorno al falò che si dà voce alla propria poesia: nella nostra epoca è più facile che gli scambi di fiato si realizzino all’interno della stalla, fuori da una dimensione pubblica, fra un io poetante e l’altro. Non ti conosco personalmente, Adriana, ma grazie del commento!

  3. finché ci sarà un essere umano, con tutta la dotazione di gioia e disperazione che ha in sé, continuerà ad esistere la parola e la poesia, convivere con il tempo, con e tra noi, è la spinta che ha dato vita a queste molteplicità e non credo, a emeno di una biblica era di glaciazione totale, che ci sarà fine a ogni modalità di trasmissione e tra-scrizione.
    Grazie ancora una volta del tuo pungolare!
    f.

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