IL VENTO DAI CAPELLI – Paolo Polvani: note di lettura a “La balena” di Giorgia Monti

fei leen- in un mare di nuvole l’azzurro è una balena che affiora

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Ogni libro di poesie custodisce un suo passaggio segreto, un varco, nascosto dentro un verso, o nel titolo, o all’interno di una ripartizione. A volte misterioso persino per l’autore. Basta oltrepassarlo e il panorama si distende, si offre con chiarezza, ogni cosa con maggior nitidezza si dispiega. Individuare questo varco non sempre è facile, occorre compulsare i versi, interrogare ogni singola parola, tastare dappertutto, manipolare quel complesso sistema alchemico che fa della lettura un confronto nel quale si prendono le misure, ci si studia, fino al magico trasformarsi in un vero incontro, una compenetrazione tra versi e lettore.
Attraversare la raccolta poetica La balena, di Giorgia Monti, è entrare in una folata di vento buono, tutto ha sapore d’aria e di libertà, fin dalle poesie iniziali, che pure ispirano una soffice calma e non sanno di possedere tutte le qualità del vento.
La prima sezione ha per titolo La matta, ed è a mio parere bella come una libera danza, e mi piace tornarci più volte, perché il vento buono ha la capacità di vivificare, di rendere nitide le cose, di regalare gioia ed energia, di far vibrare insieme ai versi e di accendere quella misteriosa scintilla che spinge a scrivere.
Qualcuno ha scritto che una poesia funziona se fa nascere la voglia di scrivere un’altra poesia. Nella raccolta di Giorgia ogni verso è una scia luminosa che accende il desiderio.
Una ventata d’aria nuova arriva quando si ha un amore giovane apparecchiato come la Pasqua, bello come una notte brizzolata di stelle e vento lucido. E poi a bruciapelo arriva questo verso che vale oro, un verso prezioso e come il vento inafferrabile: “Fu la gioventù a fare il suo dovere”.

Tu stavi liquido
dietro al velo delle morbide tende.
Insieme si tremava
del soffio beato di un sogno preciso
e io ero nei petali
di un papavero albino.

A quale più nobile funzione può aspirare la poesia se non quella di proporsi come il soffio beato di un sogno preciso?
Nel risvolto di copertina la foto di Giorgia ne mette in evidenza il fascino e la sua capigliatura potrebbe essere un riassunto di tutto il libro, guardando i suoi capelli il panorama dei versi si offre nella sua lucida complessità, e rivela una intima coincidenza, una perfetta aderenza tra il suo dettato e la persona. E come una folgorazione, una subitanea illuminazione, si individua il verso varco del libro: “…e io mi srotolavo dietro ai miei capelli”.
E i versi si srotolano secondo una felice e magica anarchia, come realizzazione di una perfetta idea di indipendenza, a partire da quella iniziale litania dove -“disobbedisco alle pietre, ai passi, ai libri, ai muri, ai tetti”-, costituisce già dalla disposizione un manifesto programmatico di stile e di direzione, è nei fatti una poesia disobbediente, caratterizzata da un potente indice di personalizzazione e tuttavia molto flessibile, non aderente a nessun precostituito canone, ogni poesia si materializza sulla base di una scelta originale.
I versi sprigionano la bellezza essenziale di questa raccolta, quel collante magnetico che lega le parole, quella disposizione creativa che attiva l’energia della poesia: Nelle attese / mi disponevo alla paura come a una grazia.
In questo libero vento trovano posto tutti gli sguardi che si posano sul mondo, sulle sue contraddizioni, sulle piaghe aperte delle ingiustizie, sulle lacerazioni, sulla banale crudeltà della guerra, sulla violenza domestica.
Un libro ricco di domande, secondo una giusta tradizione che fa della poesia non un luogo di risposte definitive ma un palcoscenico affacciato sulla ricerca di un senso e spalancato dentro una bocca che domanda: Avete cantato / voi che avete visto? e più avanti: Cos’ha visto il maestro? Cos’ha visto? e infine la domanda più angosciata e angosciante: Padre, come si fa / a pungere una rosa?
Nella prefazione Serena Piccoli s’interroga sul messaggio implicito nel titolo La balena e scrive: “Uno stato d’animo, una meta, luogo intimo a volte raggiunto e goduto, seppure per poco”.
Illuminanti risultano questi versi: La balena è grande / naviga in cielo / e s’inghiotte le nuvole.
La grande balena dell’immaginazione che naviga nel cielo, quel favoloso riscatto rappresentato dalla poesia che si prende la libertà di restituire un mondo che pur somigliando al nostro ne cambia i connotati, ne inventa un altro, divergente e divertente, immaginifico, apre lo spazio al sogno di indovinarne uno dove il vento nasce dai capelli e ci veste di nuovo.

Paolo Polvani

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fei leen- il pianeta azzurro

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 Da La balena, testo di Giorgia Monti.

 

Rifugio per il tuono

Che lingua parla il blu?
Quale alfabeto produce il turchese?
Di quale eco si nutre l’azzurro?
E la trasparenza, che cosa tace?

Enumerami i piedi,
fanne porzione di gioco.
Disseziona le fasi del niente,
che sia comando per il dopo.

Ho una mente assolata,
rifugio per il tuono.
Dopotutto, credo che riposerò.
Non cerco che una parola,
in fondo.

 

 

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La balena - Giorgia Monti - copertina

Giorgia Monti, La balena– Cicorivolta edizioni 2020

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Giorgia Monti è nata a Forlì il primo ottobre del 1968, città dove tuttora vive e lavora. Sente la scrittura come urgenza di verità e la pratica nelle forme brevi di racconto e poesia.
Tra il 1996 e il 2006 partecipa ad alcuni concorsi letterari conseguendo importanti riconoscimenti. I suoi testi vengono pubblicati in antologie dedicate. Tra questi, il racconto “Uno” selezionato dalla casa editrice Cicorivolta Edizioni.
Nel febbraio 2012 esce, per il medesimo editore, “Che razza di mondo”, la sua prima silloge poetica. Per Cicorivolta svolge saltuariamente opera di editing.
Sempre nel 2012 è fondatrice del gruppo di scrittura “Colare Parole” di cui a dicembre 2014 esce, a cura dell’agenzia di comunicazione Casa Walden, il volume collettivo “Giri di parole – mappe emotive della Forlì che scrive”, lavoro dedicato alla città.
Nel 2013 collabora con la Cooperativa Sociale Lamberto Valli contribuendo alla realizzazione del catalogo intitolato “Tessere il mosaico” con 9 poesie brevi ispirate ai batik realizzati dagli artisti.
A dicembre 2014, su richiesta dell’Associazione Culturale Regnoli 41, scrive le 26 poesie brevi che accompagneranno per un anno le opere della terza edizione di Galleria a Cielo Aperto per la direzione artistica di Luigi Impieri, progetto patrocinato dal Comune di Forlì.
Due sue poesie sono incluse nelle antologie “Voci dell’aria” e “La pace è in fiamme” a cura di Federica Galetto, Gabriella Gianfelici e Simonetta Sambiase per l’Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi di Reggio Emilia.
Dal 2009 è inoltre titolare di numerosi laboratori di scrittura creativa in collaborazione con diverse realtà associazionistiche del suo territorio, nonché parte attiva in svariati eventi culturali e reading.
E’ di quest’anno la partecipazione al cortometraggio, del tutto amatoriale, “Contro la poesia” ironica riflessione sugli stereotipi che affliggono la poesia, ideato e condotto dell’amica e scrittrice Serena Piccoli. Qui il link dell’anteprima: https://www.youtube.com/watch?v=GpxLcB2qVRk

MADRI CORAGGIO E FIGLI LIBELLULA- Paolo Gera: Riflessioni su “La voce sognante” di Lavinia Frati

egon schiele- portrait of herbert rainer 

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La peculiarità del poetare di Lavinia Frati, la sua elezione, la sua scelta, è quella di cogliere la realtà nel momento preciso in cui la sensazione sta per trasformarsi in idea. Nella raccolta “La voce sognante”, la seconda dopo l’esordio di “Anidramnios”, agisce con una precisione da orologiaio in quello spazio, in quella tregua, in quell’attimo sospeso: là “gli occhi sono lancette” ( Esecuzione del tempo, v.7, p.12) e possono cogliere la vibrazione di un paesaggio ( “ Eppure è incanto e perfezione/quel fiore intrappolato nell’asfalto,/è grazia e dedizione/la mano che lo sfiora come un lampo” (L’incanto, la perfezione, vv.8-11, p.14) o scegliere la dimensione temporale su cui proiettare lo stupore, il rapimento ( “il volto abituato alla speranza/svuotava negli occhi la tristezza/di un tempo che era già stato/e ora si presentava a reclamare/ un saluto per essere tornato/ un saluto per quando se ne andrà.” (Tasseomanzia, vv.7-12, p. 16). Ideali per questo accostamento al reale sono i luoghi di confine fra gli elementi: la battigia, l’orizzonte chi si scurisce, ma anche le stanze di una casa in cui l’allegria fa in fretta a tramutarsi in tristezza profonda. Allora si presenta un ulteriore elemento a non rendere freddo il procedimento di individuazione del poeta, ma a legarlo al dolore dell’esperienza biografica, di cui scriveremo in seguito, spero senza sfacciataggine, ma con il  pudore dovuto.
Andando a ricercare le radici profonde , qui pare di assistere alla riscoperta, attraverso un adeguamento al linguaggio contemporaneo, dell’idillio romantico, dove la descrizione del paesaggio vale per i cerchi concentrici di emozione che può suscitare nel poeta. Spesso le sensazioni provate sono, leopardianamente, quelle della sofferenza e del disincanto. La distinzione tra spettacolo e spettatore, oggetto e io, si assottiglia e alla fine svanisce, nel dilagare di un sentimento panico che invece di giungere ad esiti trionfalistici, ripiega  e si raccoglie in versi che sono piuttosto di matrice pascoliana e la vaga canzone di “Lavandare”, anche là lenzuola e rimpianto,  si precisa nell’esperienza personale: “Crescono le onda del lenzuolo/ come naufraghi di un corpo inospitale/s’alzano i gemiti d’amore,/ in un cielo di ginestra si colora/l’apprensione./”Dammi notizie quando arriverai”/ma il viaggio dura ancora/ e sono anni che non ti fai sentire. ( Il naufrago, vv.1-8, p. 40). La res cogitans rimane vigile, a custodire un equilibrio difficile eppure risolto, a lasciare che le emozioni non abbiano campo libero, ma assumano un rilievo e uno spessore fenomenico. Dunque semmai Montale, Caproni, ovviamente Merini e per come l’immagine si affacci a volte in uno sfolgorio di luce, anche Saba e Penna: “non è la bocca, il colore dei capelli/ o il taglio degli occhi che ti distingue/te, tra mille altri corpi similari/ma è l’avanzare allegro nella vita,/ la risata che sbuca all’improvviso/ e rende la materia evanescente/opacità in cui si rivelano le cose.” ( Anima in travaglio, vv.5-12, p.28).
Così procede la poesia di Lavinia Frati, per opposita, tra entusiasmi e mancanze. E lo stile non può che essere lo specchio di esperienze laceranti, che pure piovono un amore sicuro e assoluto. “La voce sognante”, a livello strutturale, non è semplice e casuale raccolta di poesie: non è il passeggiare rapido e svagato di un’adolescente, ma ha l’andamento fiero e la struttura piena e matura di una donna gravida, che ha in sé il mistero del dono e della perdita.
Il primo testo della raccolta ha toni elegiaci, contiene riflessioni sulla precarietà della vita e sulla sua breve meraviglia: mi riporta ad uno degli autori da me più amati Omar Khayyam e alle sue “Rubaiyat”: “Forse il vivere è uno stato di grazia,/ da cui ci si desta solo per morire (…)/una strada il cui fondale muta/come mutano le nuvole di pioggia.” (Ipotesi, vv.1-2 e 9-10, p. 11)
La poesia con cui si chiude idealmente la prima sezione e che si offre come raccordo alla seconda parte, è ancora un componimento sulla nostra fragile nudità e sulla morte, la morte dell’uomo amato, su cui Lavinia Frati aveva costruito nel corso dell’opera un leitmotiv di presenza confortante e di improvvisa assenza. Eppure il corpo gonfio per la malattia ha fatto sorgere in me il dubbio che, in una polarità assoluta, potesse essere descritto il corpo pregno di una donna. Ma i versi finali sciolgono ogni incertezza interpretativa e mi ricordano che la vita è anche dono di un ospite maschile, a volte, o per contingenza o per destino, andato via troppo presto: 

 

“Oltre quel punto non so più tornare”
Dicevi, mentre il corpo si gonfiava,
le notti insonni passate  passate a ricordare
mentre di giorno scomparivi dalle labbra

Quale angolo di vento sarai ora,
quale rima di poesia…
È dal volto di tuo figlio che sorridi,
nello sguardo che mi lancia di sfuggita
mi ritrovi.

(Se solo…, vv.13-20, p.  43)

 

Dicevo di ponte verso la seconda e finale sezione, ma potrei dire, a questo punto, di abbraccio, di saluto, di consegna. Dopo la morte del padre iniziano  componimenti in cui si dipana la visione ora accostata, ora più lontana e stupita della vita del figlio. E il figlio è “il solitario autistico”, come se la distanza incolmabile del padre, si fosse trasferita in quella relativa del bambino e del ragazzo che vive in un mondo a parte.  Non ci sono ripari, finzioni, paraventi, ma una totale, lucida, deflagrante sincerità e ancora come all’inizio questo tentativo di cogliere insieme l’emozione e l’idea. Il passo è cadenzato in una descrizione attenta anche nella trasfigurazione, perché è nella precisione descrittiva della diversità che si può pretendere la rivendicazione e attuare un nuovo piano esistenziale.

 

Ho un figlio autistico
con ali di libellula
gambe lunghissime
che danzano la terra
(Ali di libellula, vv.1-4, p.45)

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egon schiele-madre e bambino

 

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A volte la riflessione sullo stato di diversità si apre a una prospettiva mitica, in una terra originaria in cui senza travestimenti gli assassini cercano le vittime e il più debole viene immediatamente individuato come capro espiatorio.

 

Gli sguardi che feriscono i diversi
hanno corna, artigli, brama di vendetta 
d’un tempo antico
in cui le fiere sbranavano gli agnelli.
(Gli sguardi che feriscono i diversi, vv.1-4, p.47)

 

Così si alterna un punto di vista in cui l’alterità filiale si offre a un tentativo di comprensione, anche immaginifico, anche generatore di mondi paralleli non conoscibili, ma costellati di isole che si presumono libere e felici, e un altro, in cui si manifesta ancora la necessità materna della protezione. La conclusione sceglie quest’ultima strada, con momenti che ricordano  il “Compianto” di Jacopone da Todi. Se in una poesia precedente ci si rivolgeva direttamente al figlio con il pronome possessivo ( “mio sole, mia ombra”, p.51), nel componimento conclusivo questo è ricondotto alla madre universale, in uno slancio di devozione, che al di là di una questione di fede, mi commuove perché mi ricorda semplicemente che tutti, donne e uomini, alla fine, non siamo altro che incessanti richieste di aiuto.

 

Mia Madonna di bellezza
con la carne che sfracella
e il dolore dentro il petto
hai cresciuto in te il mondo,
così bianco e trasparente,
quasi un atomo di grazia
che ogni giorno, in ogni istante,
sarà ucciso e poi deriso
dalle belve inferocite
per la troppa soavità.

Mia Signora, resta al fianco
di chi ha perso la speranza
e negli occhi ha rattrappito
il trionfo della vita.

Svuota il cuore di tristezza,
come fosse un borsellino,
te lo chiedo come madre
che ha una furia nella testa
e un nodo nella gola,
per le anime lucenti
dei bambini differenti.
(Preghiera, p.62)

Paolo Gera

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RPlibri

Lavinia Frati, La voce sognante– Rplibri 2020

 

ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: Un’altra editoria, Nec Plus Ultra e Notebook

stefano orsi

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Paolo Gera . Stefano Orsi, Nec Plus Ultra. Breve guida agli ultimi movimenti artistici (2033-…)- la centrale edizioni 2020

Alessandra Gasparini, Notebookla centrale edizioni

 

Escono contemporaneamente queste due opere presso questa casa editrice così fuori dal mercato e al tempo stesso presente nella piazza degli artisti e dei lettori. Alla sua nominazione, la centrale, aggiunge un nome collettivo senza scopo di lucro, fondato in sud Europa nel 2018. Non potevo non ripeterlo e evidenziarlo per il significato politico culturale che questa specificazione indica: pone il baricentro in un meridione europeo, in una mediterraneità che esce dai canoni omologati di una società che ruota dentro numeri di efficienza e consumo, spesso disumanizzandosi.

Non si dovrebbero recensire due opere in uno stesso luogo, tuttavia ho voluto portare insieme Paolo Gera, Stefano Orsi, Alessandra Gasparini proprio accomunandoli in questa via altra, non solo di ricerca ma anche di condivisione culturale con la casa editrice. Di questi tempi, esposizioni come queste sono per me importanti.

Alla cura dei due libri, si aggiunge una pulizia estetica che raggiunge bellezza: all’interno, la scrittura si coniuga all’illustrazione, disegni, colore. Il formato del libro rispetta la natura interiore della ricerca. Notebook può dimorare sul palmo del lettore in un grigio che all’interno si schiude con l’espressione cromatica di foto e disegni dell’autrice fatti con lo stiletto in dotazione del cellulare. La carta, quindi, richiama la forma del cellulare, la reinventa per così dire, la riporta a una fisicità sfogliabile. 

E ancora, vorrei sottolineare l’impostazione di entrambe le opere e, immagino, di tutte quelle del catalogo: nessuna bibliografia degli autori. L’opera è. Si presenta. Si consegna in una prima edizione in poche copie, e immagino, ci conto, con possibilità di ristampa. 

Entro in Notebook

Alessandra Gasparini è un’artista a tutto tondo. Vivissima nel teatro, per regia e scrittura drammaturgica, sensibile e acuta nella scrittura quanto nel disegno. Qui si affida a un taglio di essenziale liricità che volutamente attraversa il quotidiano, nei minimi dettagli delle pieghe della nostra giornata, sollecitando una scansione temporale, esistenziale, relazionale. Il dondolìo tra drammatico e ironico ha tempi di quiete sospensiva. I disegni danno luce e leggerezza all’inchiostro della pagina a fianco.

Scelgo questa poesia

 

Claudio, le chat  

Claudio le chat

est apparu ce soir

 

Il a bien mangé

Puis

Il est parti dans la nuit

sans dire “Au revoir”

(25 luglio 2019)

 

 

Nec Plus Ultra. Breve guida agli ultimi movimenti artistici (2033-…)

Conosciamo la qualità di Paolo Gera, scrittore, poeta, drammaturgo, critico, anche qui tra le nostre carte sensibili. L’opera è concepita con una forza dirompente, irruente, ironica, eversiva, irridente. Perfettamente riuscita. Originale nella sua idea. Godibile, nella sua amarezza sprezzante e tenera al tempo stesso. Rovescia le retoriche, le sublimazioni di una umanità e di una società artistica asfittica e decadente. In un’apocalisse che non concede respiro, Gera offre mille interstizi, mille affacci per vedere la putrefazione dentro cui stiamo morendo. Scrive con maestrìa, pungente padronanza acrobatica. Inventa il futuro scrivendo il presente.

La finezza del disegno di Stefano Orsi, nel suo tratto minuto, rimette nello spazio la figura umana, l’uovo, l’uscita dal tutto.

  

Anna Maria Farabbi

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Riferimenti in rete

 

VOCI OLTRE E ALTRE COSE STORTE- Giulio Gasperini: Le prime eco di ritorno in note di lettura

stefan zsaitsits 

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Immergersi nella poesia di Fernanda Ferraresso è un’occasione imperdibile. Per quella successione di suoni, richiami, echi che le parole scelte riescono a produrre, trasportandoti in un ambiente che si scontorna senza confini certi e sicuri. Voci oltre e altre cose storte, edito nel 2015 da Terra d’ulivi Edizioni, nella collana rime&rami, è una raccolta corposa e complessa di liriche, che accompagna il lettore in un viaggio multiforme e vario, dalle tante declinazioni e diramazioni.
Come il titolo stesso suggerisce, l’attenzione è subito catturata dal gioco di significati e significanti che si squaderna nelle liriche. Questo gioco ritmico e fonico dà forma a una sostanza molteplice, che comprende principalmente tematiche sociali (“e in molti posti / dove abbattono gli alberi per lasciarci più poveri”) varie. La parola viene presentata “senza una veste / ovvero / nudismo della parola”: “costruire parole senza accorgersi / che dentro e intorno esplodono / non sono muri o case le parole”. Parola che spesso è anche difficile, faticosa da ritrovare, disagevole nella ricerca e nella rappresentazione di una fisica tutta creata e teorizzata in poesia: “dentro i cinque sensi rivòltati / contro la mia testarda intolleranza di perderti / frantuma i miei cieli i miei gesti corruttibili / inventati un silenzio che mi accerchi e dilaghi / dentro e oltre di me cancella la gravità che ci costringe / disegna distanze che si nutrano d’infinito”.
La poesia è un dialogo, con un immaginario “tu” che in ogni occorrenza assume un valore diverso, profondo, una ricerca costante, un volto sempre nuovo e diverso: “lascia che prendano spazio / tutto quello che è in te così che poi / sulla linea principale della mano / quella che corre da nord a sud il nostro mistero comune / ci sia un luogo / uno dove vivere entrambi”. Il desiderio sottaciuto è quello di riuscire a costruire stimolanti altrove, luoghi lontani dall’attualità dove si riesca a far nascere e crescere qualche seme buono: “e una corrente ci porta lontano lontano lontano / dove abitiamo tutti e tutti ci riconosciamo solo toccandoci / solo dandoci una mano”. Ma il “tu”, spesso, diventa anche “altro-io” con cui relazionarsi e confrontarsi, colmando mancanze e ridonando significati profondi: “mi manco sempre un poco / mi manca sempre un poco di quell’altra me”.
C’è anche una continua ricerca nel sé stesso più intimo e profondo; una ricerca che alla poesia e alla sua parola deve molto perché arma indispensabile per tracciare una rotta sicura, anche nella condizione della più assoluta solitudine: “così a lungo un deserto che ho misurato in me / in cui sono andata sempre / sola e solo per andare avanti”.
La narrazione di questa lunga avventura poetica parte da un’origine, potente e feroce, che è quella geografica dell’Africa: “annuso ancora l’aria e / calda violenta / mi riporta l’africa / da cui nasco”. Da lì, un cammino, lungo e faticoso (“otto grani di miglio / otto grani per segnare migliaia di impronte / lasciate sulle strade che ho percorso e / s’intrecciano si biforcano si tagliano e / dentro ci sono / case animali ci sono persone suoni”), che fa rendere l’uomo cosciente di sé e delle sue potenzialità infinite, oltre che delle sue esperienze intense e imprescindibili: “quello che ognuno porta in sé raccolto da storie perdute / anche se non valuta la propria vita in semi da un altrove”.

Giulio Gasperini- Aosta

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stefan zsaitsits 

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Da voci oltre e altre cose storte, Fernanda Ferraresso

sezione- poesie senza una veste
ovvero
nudismo della parola

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otto grani di miglio
otto grani per segnare migliaia di impronte
lasciate sulle strade che ho percorso e
s’intrecciano si biforcano si tagliano e
dentro ci sono
case animali ci sono persone suoni
ricchezza e miseria perché hanno voci
sia la fame che l’ingordigia e ci trovi anche scuole
negozi ospedali scorrono come fiumi in piena
mostrando le loro piaghe e le loro storie
della storia che viene scritta dietro le porte di tutte le case
e viene mangiata o guardata da dietro le sbarre di una galera
ci trovi ratti e fotografie a colori
dove a ben guardare affiorano soli
nel bianco e nel nero
e file di neri che vengono da lontano
passando il confine della loro paura e
donne con un bambino in braccio
e un altro nella pancia con lo stesso mare in mare
il mare che scarica ogni giorno e ogni notte
a ogni onda ricarica il reflusso del suo stomaco
i suoi oggetti da altri mondi fino a questa terra piana
che rotola bocconi

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Se la parola non mi costasse non sarebbe autentica,
se non dolesse non sarebbe viva,
se non bruciasse non avrebbe lume
R.M.Rilke

costruire parole senza accorgersi
che dentro e intorno esplodono
non sono muri o case le parole
e serve acqua a fiumi per irrigarle e oceani di ascolto
per rovesciarne tutte le erbe nel campo
della vita serve aprire il solco e stenderci la mano
per deporre in chiaro il seme che è dentro
e in sé ha già la luce
per questo trova la via per germogliare
la sua piccola morte una scrittura profonda
il testamento per cui ciascuno ha un lascito di futuro
a cuore aperto resta
misterioso il cratere che freme
in ogni parola
quando dalle sponde o del centro raggiunge luoghi lontani
in ciascuno di noi remoti
si alza si comprime resta nell’aria
di un respiro il lieve movimento di una foglia
staccatasi dal ramo per quel seme
un brivido del tempo
in una stagione filata da una primavera all’altra
secondo codici di un alto linguaggio
docile sul fondo e nel ventre
nella stessa sostanza trovano insieme un unico fiato
un respiro che mormora
i discorsi fidati della pioggia
il tramonto che infiamma lo spazio in un tempo che ci affila
costruire parole è come rovesciare i legni dell’arca
e trovare che sono le radici che mancano
il senso del viaggio la profondità di una vita intera

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Amazon.it: Voci oltre e altre cose storte - Ferraresso, Fernanda ...

Fernanda Ferraresso, voci oltre e altre cose storte- Terra d’ulivi 2015

PRIMO FIORE- Fernanda Ferraresso: HANGUL (Azalee) di Kim Sowŏl

katsushika hokusai

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진달래꽃
나 보기가 역겨워
가실 때에는
말없이 고히 보내드리우리다
영변에 약산
잔달래꽃
아름 따다 가실 길에 뿌리우리다
가시는 걸음걸음
놓인 그 꽃을
사뿐히 즈려 밟고 가시옵소서
나 보기가 역겨워
가실 때에는
죽어도 아니 눈물 흘리우리다

Kim Sowŏl- Hangul ( 진달래 꽃 )
Hangul ( fiore di azalea )

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When you go away
Sick of seeing me,
I shall let you go genlty, no words.

From Mount Yak in Yŏngbyŏn
An armful of azaleas
I shall gather and scatter on your path.

Step by step
On the flowers lying before you,
Tread softly, deeply, and go.

When you go away
Sick of seeing me,
though I die; No, I shall not shed a tear.

traduzione dal testo originale in coreano di Azaleas: A book of Poems, New York- Columbia University Press 2007, di  D. McCann

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Quando te ne andrai via
stanca di me,
ti lascerò partire con gentilezza, senza dire nulla.

Dal monte Yaksan, nel Yongbyon,
raccoglierò una manciata di azalee
per spargerle sul tuo cammino.

Passo dopo passo
sui fiori stesi avanti a te
va leggera, fino alla fine  inoltrati.

Quando te ne andrai via
stanca di me,
anche se mi sentirò morire; no, non verserò una lacrima.

traduzione f.f. dalla traduzione in inglese del testo coreano originale

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Kim Sowŏl, Azaleas: A book of poems – Columbia University Press New York 2007

transleted by David R. McCann

LAURADEILIBRI- Laura Bertolotti: A proposito di “Madri gotiche” di Patrizia Busacca

grant devolson wood- american gothic

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La prima sensazione conseguente alla lettura di Madri gotiche, di Patrizia Busacca,  è di tristezza, perché il dolore viene ampiamente visitato nelle sue forme di malattia, incuria sanitaria, abbandono e carenza affettiva. Eppure non è la sensazione che rimane perché il pensiero va immediatamente dopo alla ricchezza di argomenti trattati, dall’amicizia tra donne ai riferimenti letterari, passando per i viaggi e la manualità creativa. Il libro esce postumo e questo aspetto comporta una sfasatura costante tra la narrazione, intrisa di ottimismo, speranza e determinazione e l’epilogo scritto dal  marito e curatore, Alessandro Bencivenni, che esplicita di voler dare compimento alla scrittura della moglie, una sorta di «prodigio retroattivo» per dare alle sue pagine «il significato luminoso di un lascito».
Sono due i filoni principali del libro, alternati con un movimento che prescinde dall’ordine cronologico per soffermarsi invece sui dettagli delle esperienze. Un tema importante è la malattia personale dell’autrice, narrata con precisione clinica, senza nascondere nulla, che l’ha impegnata sul fronte della resilienza per lunghi anni tra interventi, terapie invasive e ricadute inaspettate. E l’altro è la storia della zia Lidia, internata appena adolescente e praticamente cancellata dalla narrazione familiare. Su tutto aleggia e ritorna con sottolineature frequenti il rapporto conflittuale e irrisolto con la madre, definita anaffettiva, come già la nonna materna che decise il destino di Lidia.
«Ho passato la vita a cercare di sfuggire quella che io chiamo la maledizione delle madri gotiche; queste figure tristi e depresse che hanno attraversato la mia infanzia e la mia giovinezza e che hanno condizionato con la loro negativa influenza le vite degli altri familiari. Ho lottato con tutte le mie forze per non avere la loro stessa visione della vita. Non volevo che la maledizione si perpetuasse. Infatti, se mia madre ha sopportato l’indifferenza di mia nonna che si era rinchiusa nel suo aspro dolore, a causa dell’internamento della figlia, anche io ho pagato ogni giorno il mio dazio all’infelicità, dacché è nata mia sorella […] il fatto di essere sana e di non aver avuto i problemi che mia sorella ebbe appena dopo la nascita, divenne per me un fardello molto pesante da portare. Forse lo stesso che mia madre aveva sentito su di sé e che mi ha rovesciato addosso in un tentativo salvifico».
L’autrice, già giornalista televisiva,  esplicita in questo testo il desiderio di lasciare traccia della storia della zia e con tale spirito affronta la volontà di diventarne tutrice legale e l’impegno a farle visita, non come obbligo ma come risarcimento affettivo, e poi affronta lo studio dei fascicoli medici e le interviste senza risposta alla madre e agli zii. Si ripercorre tutta la storia della Legge Basaglia nel racconto di Patrizia Busacca, con tutti i lacci e i freni imposti dalla burocrazia, dalla resistenza a cambiare delle strutture  ospedaliere all’impreparazione delle persone preposte al funzionamento del nuovo ordine. Così per decenni la zia Lidia è passata  attraverso cure tremende, sedazione e contenzione, con il risultato dell’annullamento progressivo della sua  personalità e la cancellazione dei suoi diritti civili. È tuttora viva, sopravvissuta a Patrizia e anche questo dettaglio risulta spiazzante e fa riflettere sulla casualità della vita.
Nella narrazione non ci sono filtri neppure nel parlare di cancro,  dalla difficile accettazione della diagnosi ai dettagli degli interventi, nell’alternanza di speranza e delusione, senza arrendersi mai. Ma più la volontà  di Patrizia si impone sulle cure, più ci si sente investiti di impotenza come lettori e lettrici.

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opere realizzate da patrizia busacca

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«Hai il diavolo in corpo e te lo devi estirpare. Così da persona sicura di te che ha tutto sotto controllo, una propria vita, un proprio lavoro, degli affetti, diventi improvvisamente una paziente che deve affidarsi a qualcun altro per salvarsi la vita […] Non rimane altro, dunque, se non fare i conti con il proprio corpo che ora avverti nella sua parte estranea e ti chiedi perché, ancora una volta, sei messa di fronte a una prova. Non pensi realmente che morirai ma pensi che ci può essere questa possibilità a causa di un errore umano durante l’intervento chirurgico e hai da subito solo un pensiero: non devi lasciare niente al caso e dovrai programmare questa fase della tua vita. Sai da subito che vuoi fare testamento biologico perché non vorresti mai rimanere a vegetare in una sala di ospedale, fai il testamento vero e proprio e sei angosciata all’idea di lasciare tuo figlio. Ha nove anni e ti sembra ancora un cucciolo grande e grosso da coccolare e proteggere».
Senza enfasi, ma con una forza empatica che le derivava da non facili vicende, Patrizia, a un certo punto, decise di dedicarsi soprattutto alla sua famiglia, coltivando gli affetti più cari, senza perdere altro tempo. Scriveva di quando in quando un articolo, collezionava opaline, confezionava preziosi bouquet  di perline, secondo un’antica tecnica veneziana, e si dedicava allo studio della progettazione di interni. Non abbandonò mai i viaggi nell’amata Provenza, in vacanza,  e negli Stati Uniti, per motivi di cure. Proprio visitando l’Art Institute di Chicago, nell’ammirare il dipinto “American Gothic” (Grant Wood, 1930) si ripromise di rompere la “maledizione” parentale,  mettere fine al suo bisogno di amore materno e raccontare la storia della sua famiglia.
Questo intenso memoir  ci conduce in spazi scomodi di riflessione, non è libro che si dimentica facilmente, costringe  a ripensare le nostre priorità alla luce di argomenti che rimuoviamo dal nostro quotidiano: malattia e morte, così poco glamour e poco utili per lavorare, produrre, divertirsi.
«Ho imparato a vivere. Intendiamoci, con i problemi oncologici non si sa mai. Adesso sembro quasi guarita ma tra qualche mese o anno potrei ammalarmi di nuovo e tutto ricomincerebbe da capo. Però tutto ormai ha un sapore diverso».

Laura Bertolotti

 

Patrizia Busacca, una storia di famiglia. E di cancro

“Sono nata guerriera – scrive di sé nel prologo Patrizia Busacca – ma non sapevo a quale esercito appartenessi. Poi, il 3 settembre del 2007, me lo ha svelato il mio corpo. Mi sono risvegliata dalla mastectomia e ho preso atto di quello che cercavo di comprendere da una vita: sono un’amazzone”.
Giornalista di sport, spettacolo e cultura, arredatrice d’interni, artista, avendo creato decine di oggetti con un’antica tecnica di ricamo con le perle di vetro. Ed è stata una scrittrice. Non ha fatto in tempo a vedere pubblicato il suo libro perché il tumore l’ha portata via. Però ha fatto in tempo a finirlo. “Madri gotiche”, questo è il titolo del testo, curato da Alessandro ed edito da Linea edizioni, che Patrizia ha scritto.

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Patrizia Busacca, Madri gotiche – LINEA edizioni 2020

 

 

A CAVALLO DEL PROGRESSO CON IL CORAGGIO DELLA PAURA- Vittoria Ravagli presenta Maria Iattoni

federica galli

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Maria Iattoni ha qualche anno più di me, che già ne ho tanti.  Il suo essere anziana, con una vita alle spalle complessa e difficile, una salute piuttosto precaria e poca mobilità, non le ha tolto l’ironia,  il desiderio di vivere, di scrivere, di coltivare amicizie.
Proviene da una famiglia molto numerosa, ha fatto l’infermiera. Dopo un grave incidente, che le ha provocato danni fisici permanenti, ha trovato interesse e piacere nel coltivare l’amore per la scrittura, in particolare per la poesia. Maria è molto conosciuta e stimata.  Frequenta – quando riesce – “La Fattoria”: un importante Circolo Arci di Bologna, che porta linfa alla poesia.
La ricordo in prima fila nel teatro di Sasso Marconi tantissimi anni fa, quando organizzammo uno degli incontri per il Premio Giorgi. Forse fu lì che nacque la nostra amicizia. Ha vinto e vince tanti premi, di cui è giustamente orgogliosa.
Di questo periodo legato alla pandemia, ha scritto alcune righe che mi sono sembrate interessanti e vere, nella loro semplicità. Sfuggo le troppe parole. Le sue, che seguono,  mi hanno fatto pensare. Grazie Maria.

Vittoria Ravagli

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federica galli

 

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A cavallo del progresso con il coraggio della paura

Eccolo, questo sentimento universale che finalmente prende corpo e forma, la paura.
Paura del “coronavirus”. Forti e sicuri come ci credevamo, eccoci fragili e spaventati con la mascherina fino al naso e non è più carnevale. Con il coraggio della paura, appunto, a cercare la “prudenza” che avevamo quasi volontariamente, lasciata cadere e perduta, dal cavallo veloce cui stavamo in sella, verso l’olimpo. Indifferenti ai nonni che tanto si erano raccomandati: – Andate piano e siate prudenti…- A cavallo di questo progresso, avremmo raggiunto l’apice di quella costruzione che avevamo innalzato sulle radici degli alberi che tagliammo…. Poveri  di mente…
Quante volte mamma, tornando, scalza, dal fiume dove aveva lavato i panni, ci sgridava perché avevamo rovesciato la tinozza dell’acqua che scaldava al sole, per lavarci i piedi e noi, otto guittarelli, sgaiattolare per evitare la bacchettina sulle culatte. Com’è volato il tempo!
Sempre a cavallo di quel progresso che lasciò cadere la prudenza fino a quando, vistosi impossibilitato a raggiungere quella vetta aspirata, iniziò a sentirne la mancanza… L’eco persino dei bombardamenti ritorna, con gli scoppi ravvicinati e il volo di pezzi d’uomo, una gamba, un braccio, un occhio, noi nostro padre…. Non c’erano le informazioni radio e tv. Tanti mesi di Resistenza fra lamenti dei nostri che morivano e risate di tedeschi che gioivano… Ben peggio di queste settimane di quarantena virus, sempre al “batocchio” informativo che spaventa anche di più, dando i numeri. Che fosse meglio il silenzio? Lavarsi le mani e stare lontani l’uno dall’altro…. Già al tempo della t.b.c. della poliomielite…
Si era arrivati all’isolamento e alla vaccinazione. Il famoso “vaiolo”di cui portiamo al braccio le tre cicatrici, almeno i non più giovani come me. Convinti di poter continuare a correre sul famoso progresso. Invece ci ha fermati al tempo di pensare.
Questo “bestiolino” scolarizzato chissà in quale università, gioca a nascondino con grandi studiosi, i piedi nella fossa, spesso dichiarati perdenti.
La paura continua “ballerina” più che mai, in ogni casa, in ogni Ospedale, in ogni tempo, sempre più esperta. Paragonarla alla guerra mi sembra improprio ma temo anch’io che la storia non ci abbia insegnato niente se non la forza di dimenticare.
Del resto anch’io a “spasso” fra dolori incombenti, ricordi indelebili, paura costante…
Torno con la certezza di chiamarmi Maria e la paura di dimenticarlo.  

Maria Iattoni – aprile 2020 

SFOGLIARTI- Rita Bompadre: recensione “Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati

andrew wyeth

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Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell’indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l’incrocio invadente di verità e illusione, misurano l’intonazione delle attitudini umane, l’intensità e l’ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell’anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell’ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l’osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l’interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l’approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l’impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l’ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell’assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull’esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita Bompadre

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andrew wyeth

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Testi tratti da Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati

Il talento

Il talento
aggettivo superlativo
posto dinnanzi ad un nome.
intorno fa stragi e razzie
e senza termini di paragone,
governa, assolato e indisturbato,
impero grammaticale dei sogni.

 

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Noi altri
abbiamo insenature
e promontori sulla schiena
simili alla gobba di Leopardi
per il peso crescente
cui la natura sottopone.
Incompatibilità di sistema.

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La bellezza

Riconosco la bellezza
quando allontana
e un pensiero gli va in soccorso.
In un istante
sono lì
dove ancora non sono.

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Il destino

Ogni volta che mi fermo
contemplo il destino
scorrere, imperterrito,
su quella strada parallela
al mio incedere lento.

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Le occasioni

Le occasioni
sono loculi sempre aperti
in cui dimora
da lontano
l’ansia esitante
di non avere fine.

D’un tratto
D’un tratto capii
che solo il ritmo genera l’amore,
così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

 

Teresa Valentina Caiati,  Frange di interferenza- Quaderni di Poesia Eretica Edizioni 2019

L’OLTRANZA DELL’ESTASI- Lucia Guidorizzi: Note di lettura critica a proposito di “Voglio vedere dio in faccia”di Gianni De Martino

gianni de martino- disegno dell’autore

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“La letteratura è sempre stata magica e nera, fin dall’Antichità.” 

Gianni De Martino

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Ci furono momenti, nel secolo e nel millennio trascorsi, d’irripetibile grazia e bellezza, in cui la vita fluiva in tutto il suo splendore e stupore.
Ciò avvenne ad opera di giovani ricercatori sensibili e riflessivi, appassionati dell’invisibile che non aspiravano ad altro che non fosse sperimentare le infinite possibilità dell’Avventura, poiché la loro ricerca non era tesa a riconoscimenti accademici ed ufficiali, ma spinta dall’ardente pazienza di “possedere la verità in un’anima ed in un corpo”.
Nati all’ombra dello sterminio degli Ebrei in Europa, della bomba di Hiroshima e della fine della Seconda Guerra Mondiale, questi esploratori ad oltranza, “una generazione sospettata– scrive De Martino- di godere di più e meglio, e quindi accusata di aver fatto troppo, sempre troppo”, sperimentarono gli stati multipli dell’essere; vissero gli ultimi fuochi dell’esistenzialismo e lessero, dopo Gide, Sartre e Camus, i libri di Nietzsche e “Realtà dell’anima” di Carl Gustav Jung, studiarono il Libro Tibetano dei Morti, consultarono l’IChing e viaggiarono in paesi lontani seguendo l’appello dei poeti della beat generation, gruppo di giovani scrittori che si raccolse a San Francisco negli anni Cinquanta del XX secolo intorno a figure come Jack Kerouac e Allen Ginsberg e scoprirono la saggezza antica delle discipline dell’Oriente, operando uno strenuo e coraggioso lavoro su di sé, senza esitare a confrontarsi con tensioni forti e a “gettare il proprio corpo nella lotta”. Ascoltare le voci dell’invisibile aprì scenari e possibilità inaudite di conoscenza e di accomunamento tra giovani viaggiatori di tutte le nazioni, o forse di nessuna, in tende tribali e sacchi a pelo invece delle bandiere.
Furono cancellati i confini tradizionali dell’identità sessuale binaria maschio-femmina per scoprire l’essenza perfetta dell’Androgino Primordiale, emblematizzato nella figura di Ardhanarishvara e del Two Spirit  – espressione usata da alcuni nativi americani per descrivere le persone particolarmente dotate di spiritualità presenti all’interno delle loro comunità, oltrepassando così ogni ruolo istituzionale. Tutto questo costituì un’esperienza ed una testimonianza senza precedenti che spinse questi ricercatori molto lontano, in Messico, in Asia, nel Nord Africa, in luoghi dove ancora era possibile vivere la dimensione  più profonda del Viaggio negli spazi dell’Interzona, come tra visioni lisergiche e lucida strategia culturale li definiva William Burroughs, e nelle zone temporaneamente autonome o TAZ, descritte dal poeta anarco-situazionista e scrittore statunitense Peter Lamborn Wilson, più noto con lo pseudonimo di Hakim Bey.
Il libro di Gianni De Martino Voglio vedere dio in faccia, a cura di Tobia D’Onofrio per Agenzia X, raccoglie interviste ed articoli che fissano questi momenti di sommovimento psichedelico e visionario a cavallo degli anni Sessanta e Settanta in cui in Italia e nel mondo stavano avvenendo profondi mutamenti che diedero luogo a quel fenomeno complesso e controverso di cultura underground che venne definito “controcultura”.
In realtà si trattava di un fenomeno profondamente eversivo dal punto di vista dell’immaginario, in grado di traghettare verso dimensioni totalmente altre. Speleologi del profondo il cui capostipite fu Arthur Rimbaud seguito poi da Aldous Huxley, Henri Michaux, René Daumal ed in seguito da Alan Watts, Ronald Laing, Timothy Leary, Richard Alpert (psicologo statunitense meglio conosciuto come Ram Dass), Georges Lapassade (il “professore della transe”, di cui De Martino è stato tra i principali collaboratori) , Albert Hofmann, Michel Foucault, avevano aperto varchi nella coscienza e sentieri che portarono molto lontano, in territori “ai limiti della percezione”. Scrive Gianni De Martino “Entrammo nel bosco della ricerca interiore, desiderosi di scoprire le moschee, il buddhismo, i deserti, un pianeta fresco e il potere della compassione.”
Maestri e guide di questo inner space furono i mèntori immaginali, cioè degli autentici maestri cui è stato assegnato nella modernità il compito della trasmutazione alchemica del mondo e della sua guarigione mediante l’immaginazione creatrice, come, tra gli altri, i Lama tantrici esuli dal Tibet come Geshe Rabten Rimpoce, Lama Yeshe e Chögyam Trungpa (erede e maestro di meditazione dei lignaggi di Milarepa e Padmasambhava), i sadhu incontrati in India e in Nepal, gli sciamani di varie culture del viaggio spirituale e della visione, i maestri del sufismo o tasāwwuf (la dimensione mistica dell’islam) ed Henry Corbin, orientalista poliedrico che insieme alla filosofia di ‘Ibn Arabi faceva riferimento ai viandanti dell’invisibile e al Paese del Non-Dove aperto a uno spazio di non-morte. Il potere dell’immaginazione creatrice, potenziato grazie all’uso sacramentale di sostanze psichedeliche riportava in scena i pluriversi già investigati da Giordano Bruno e che gli erano costati il rogo. Essere in contatto con le arcaiche culture della visione condusse ad una conoscenza nuova, a riscoprire che l’Io era un Altro, come aveva profetizzato Arthur Rimbaud.
Scrivere per tracciare un significato nel caos del mondo, lo sperimentare la cultura dell’estasi e della gioia, permise di scoprire la profonda interazione tra mente e corpo come sosteneva lo psicoanalista Elvio Fachinelli che dedicò la sua ricerca ad indagare intorno a queste potenzialità estatiche, trascurate e dimenticate dalla cultura occidentale. Essere in contatto con le energie inesplorate di paesi inauditi fu la posta in gioco che indusse questi accaniti ricercatori ad abbandonare l’Europa, dove l’autenticità di queste esperienze cominciava ad impaludarsi in derive politiche ed ideologiche che nulla avevano a che fare con la loro sete ardente di avventura.
Tante sono le suggestioni e gli spunti presenti in questo libro. Nell’articolo “La scrittura di Dracula”(pagg. 193-206) sono formulate interessantissime considerazioni sul potere e sul significato della scrittura. Gianni De Martino sostiene che “conservare uno strano equilibrio nell’assedio” è il lavoro funambolico operato da chi scrive. L’Autore considera che la vocazione alla parola presupponga l’afasia (non dimentichiamo che maestri del linguaggio quali Baudelaire, Nietzsche e Pound negli ultimi anni della loro vita approdarono al silenzio) e che “la scrittura è un lavoro immenso svolto ai bordi della tomba”. La scrittura infatti fin dall’antichità è stata una sorta di operazione necromantica che risveglia le voci dei morti che portiamo dentro di noi. Più avanti l’autore scrive: ”La vocazione alla scrittura presuppone l’esperienza intima e divina della mancanza, di un’assenza, implica un’assidua frequentazione con l’abisso.” La scrittura si configura così come una sorta di ars moriendi che costringe ad affrontare i propri fantasmi interiori. Gianni De Martino afferma che “scrivere è il mestiere più solitario che esista (…) Condividere con spettri, demoni e fantasmi le notti bianche e la sete di vita, di vera vita. Esiste forse una migliore compagnia?”

E se scrivere permette di spingersi in territori lontani, Gianni De Martino racconta bene altre zone di frontiera come la transe e l’estasi, due esperienze percepibili attraverso l’organo visionario dell’ anima, che l’Avesta chiama Daena: “luce che fa vedere e luce che è vista, visione qui sulla Terra del mondo celeste, quindi la fede in una appartenenza alla Terra dei Viventi che abbiamo smarrito”.
Sempre lucido nel raccontare l’Invisibile e l’Imponderabile, cronista e testimone dall’umorismo sottile e capace contemporaneamente di coinvolgimento e di distacco, Gianni De Martino ha saputo cogliere il fenomeno della controcultura nella sua essenza più autentica, offrendo con questo libro una testimonianza che fa luce su un periodo importantissimo quanto obliato e oscurato dalla storia ufficiale.

Lucia Guidorizzi

 

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Gianni De Martino, definito da Fernanda Pivano “nato apposta per scrivere”, da Giuseppe Pontiggia “uno dei pochi narratori veri” e da Corrado Augias “giocoliere della lingua, della parola”, è giornalista, scrittore e critico letterario. Cofondatore di “Mondo Beat”, ha diretto “Mandala. Quaderni d’Oriente ed Occidente” e collaborato con diversi giornali e riviste, tra cui “Il Mattino”, “Lotta continua”, “il Manifesto”, “Rolling Stones”, “Pianeta fresco”, “Alfabeta” “L’erba voglio”, “Re nudo”… Dopo aver viaggiato per alcuni anni tra il Marocco e l’India, ha pubblicato “Marocco e Nordafrica. Una guida diversa per viaggiare differente” (Arcana Editrice, Roma, 1975) e curato i racconti di Paul Bowles & Mohamed M’Rabet, “M’ashish. Cento cammelli nel cortile”, (Arcana Editrice, Roma, 1975), La cultura dell’harem. Erotismo e sessualità nel Magreb di Malek Chebel (Leonardo 1992, Bollati Boringhieri 2000). Ha pubblicato in seguito i saggi Odori (Urra-Apogeo 1997, 2006), I Capelloni (in collaborazione con Marco Grispigni, Castelvecchi 1997) ; Arabi e noi (in collaborazione con Vincenzo Patanè, DeriveApprodi, 2002), Viaggi e profumi (in collaborazione con Luigi Cristiano, Apogeo, 2007) e Capelloni & Ninfette (Costa & Nolan, 2008). Ha esordito nella narrativa con “Hotel Oasis” (Arnoldo Mondadori Editore, 1988; Zoe, 2001), tradotto in francese con una Prefazione di Alberto Moravia per Editions Biliki, Bruxelles, 2008. È autore, tra l’altro, di “Adiòs muchachos”, in: Belpoliti, Bergamini, Bifo, Binaghi, De Martino, Giorgini, Ramina, Valcarenghi, ‘L’altro mondo. I giovani e l’utopia dopo il ’68‘( Edizioni dell’Apocalisse, Milano, 1980); “L’ultima lettera di Vlad il Vampiro“, (edizioni di Barbablù, Siena, 1993); “La casa dell’amico”, con “Ipotesi per un soggetto” di Mario Spinella”, (coll. “Clessidra”, diretta da Umberto Eco, A. Guida Editori, Napoli, 1991); L’ uomo che Gesù amava, (Editore Croce, Roma, 2004); “I profumi della notte ghnaua”, in: Elémire Zolla, ‘Il Dio dell’ebrezza. Antologia dei nuovi dionisiaci’, (Einaudi, Torino, 1998); “Vita privata fra Haram e Halal”, in Rosamaria Vitale, ‘L’amore altrove’, (Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2004); “I beat e l’Oriente”, in AA.VV. , ‘1965-1985 venti anni di Controcultura’, (Gallino editore, Milano, 2016); “La taverna delle piccole streghe” in AA.VV. ‘I Figli dello stupore. Antologia di poesia underground italiana’, a cura di Alessandro Manca, (Sirio Film, Trento 2018); Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti dalla prima controcultura, a cura di Tobia D’Onofrio, (Agenzia X, Milano, 2019). Ha curato numerosi libri, tra cui il Saggio sulla transe di Georges Lapassade (Feltrinelli, 1980; Apogeo, 1997, con il titolo “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe“, 1997, 2008 ); “Sabba negro“, di Georges Lapassade, Moizzi Editore, Milano, 1980; i libri di Lama Yeshe “Il suono del silenzio” ( Chiara Luce edizioni, Pomaia, 1985) e “Buddhismo in Occidente” (Chiara Luce edizioni, Pomaia, 1990); “Il mio Aids“, di Jean Paul Aron, Tullio Pironti editore , Napoli, 1991; “La cultura dell’harem” di Malek Chebel (Bollati Boringhieri, 2000); “L’interprete delle passioni” di Ibn ‘Arabi (in collaborazione con Roberto Rossi Testi, Apogeo, 2008). 

 

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Gianni De Martino,  Voglio vedere dio in faccia. Frammenti della prima controcultura- Agenzia X -2019

a cura di Tobia D’Onofrio

 

 

 

CAMBIARE…diceva la voce- Per frammenti. Testi di Vittoria Ravagli

ömer agam

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In questo luogo isolato  in cui vivo, ancora più chiuso in questi mesi, quasi una fortezza di cielo e di bosco, ho vissuto l’isolamento totale come un passaggio, un segnale, un avvertimento a me, a tutte e a tutti. 

Cambiare”, diceva la voce. “Fermarsi e capire, cambiare strada, diventare consapevoli.

Lo dicevano la terra, il cielo, il sole e la luna. E il  mare.
E’ nato lo sgomento in me, una paura sottile, un sentirsi in bilico su qualcosa di insicuro, fragile, in disgregazione.
I vecchi sacrificati. Le file di morti soli. Sepolti soli.
E  l’accalcarsi indecente di voci a disgregare, a negarsi l’un l’altra, ad impaurire.

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Siamo perduti”, sembravano dire in silenzio uomini e donne accerchiati, sommersi nel dolore. Alla fine a tenere la mano di chi moriva al posto delle madri, dei padri , dei figli e delle figlie. Gli operatori in bianco, loro stessi indifesi, senza mezzi di prevenzione.

Macigni sul cuore

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Convivo con la paura, come tante e tanti. Qui si sente molto anche nel vento della sera che porta i canti felici degli uccelli, ma anche un  brivido sottile che non conoscevo e che attraversa la valle.

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Ho letto molto in questi mesi, anche per sottrarmi alla informazione spesso dannosa da cui siamo state/i bombardate/i in modo ossessivo.

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victoria siemer

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Mi è restata nella mente una poesia  e la leggo e rileggo. L’ha scritta Silvia Secco e dice: 

Le nostre mani piene di fiori sorelle mie,
queste mie piene, dai profondissimi fiordi 
dove mai le porteremo, a quali solitudini 
di tombe. Quando ero bambina 
mi insegnaste – quando se ne andarono –
come si carezzano i capelli, come si mettono 
le calze ai loro piedi così chiarissimi nella malinconia 
dei passi e come piangono verso l’esterno
se ricordano che sostenevano, reggevano l’intero.
Nella conta dei mancati qui, anche le mani 
sono niente e non si levano, non servono
a curare gli occhi, allacciare i rosari, mettere i segreti
nei messaggi fra le mani immobili dei cari. 
Nella conta dei morti qui si praticano i numeri
sentite: scendono i rumori delle stanze nei cortili
di stoviglie, dei televisori. Per la prima volta
mettono a silenzio, per la prima volta nella storia
mettono a tacere i canti.

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Ora ci mancano le voci dei bambini, di ragazze e ragazzi, il loro passare nelle strade e nelle piazze con cartelli e disegni, con musiche e canti. Il loro richiamo al rispetto di madre terra, le richieste di maggiore giustizia sociale, di sorellanza, di solidarietà, di accoglienza.

Quando tornerete voi  io sarò di nuovo felice, sicura che darete forza al domani, al cambiamento vero. Che insegnerete con le vostre voci  sincere, a vivere e a decidere con maggiore saggezza.  E questi mesi ed il dolore  non saranno stati inutili.

 

Vittoria Ravagli- 21 giugno 2020

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victoria siemer

MEMORIE DI MILLI – di Adam Vaccaro

yayoi kusama-alice in wonderland

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Con Milli Graffi ci siamo conosciuti agli inizi degli anni ’80, grazie a Gio Ferri. Anche lui, amico recente, dopo che Giancarlo Majorino gli aveva proposto la pubblicazione di uno dei miei primi saggi sul concetto di Adiacenza, sulla nascente Rivista “Testuale”. Insomma, catene di relazioni e condivisioni, che sarebbero diventate straordinariamente importanti per il mio percorso, culturale, critico e poetico.
Gio accolse subito l’approccio della mia ricerca, che muoveva – seppure da diversi versanti interdisciplinari – da insofferenze simili a quelle alla base della sua Ragione poetica. Insofferenze che diventarono il lievito delle fasi di avvio di Milanocosa, nella seconda metà degli anni ’90, in cui venne ampiamente coinvolta anche la ricerca espressiva di Milli Graffi.
Ricordo che il convegno costitutivo di Milanocosa, Scritture/Realtà, del 2000, fu inizialmente abbozzato in una riunione a tre, con Gio e Milli, che tenemmo nella casa di quest’ultima, in via Bramante, a Milano. Milli aveva una impronta inconfondibile, fredda, razionale, sopra però una lava di vulcano incandescente, che aspettava solo occasioni e ragioni valide per fuoriuscire.
Questa con-fusione di alto e basso, era a suo modo una forma di quella che io chiamavo Adiacenza. Era l’incrocio da cui nasceva la sua scrittura, graffiante eco-logia del suo nome.
Eccone l’esempio di un suo breve testo (da L’amore meccanico, Anterem Edizioni, 1994):

Limit – la soglia sa già/ ma non apre alla memoria/ un vero milanese sa i Martinitt/ e volentieri ai convegni se ne oblia/ presto le cosucce scivoleranno al di là/ consensi allo sdegno/ bandiere e barriere/ l’ordine è ormai quello del supermercato/ attenti è qui il limit

Oltre a quel convegno, cui Milli partecipò con un significativo intervento (vedi gli Atti, Milanocosa, 2003), molti altri sono stati i suoi coinvolgimenti alle iniziative di Milanocosa. Spesso insieme a Gio Ferri, Giuliano Gramigna e Gilberto Finzi (i tre fondatori e condirettori di Testuale), diventati tutti per me colonne di riferimento del mio percorso. Poi, via via, nel corso degli ultimi intensi due decenni, non appena gli altri impegni – prima di tutto la fatica felice imposta dalla gestione della Rivista “il verri”- le consentivano di partecipare. Una amicizia e una stima reciproche, alimentate sia dalla passione comune del fare su crinali consonanti, sia da compagni di viaggio di una qualità oggi diventata ancora più rara.  

L’ultimo contatto diretto è stato, purtroppo, un triste abbraccio nell’occasione del funerale di Gio Ferri, nel dicembre del 2018. Ma l’anno scorso c’è stata una ulteriore occasione di contatti e scambi, sia pure a distanza: la pubblicazione su il verri di un gruppo di mie poesie, dedicate al decennale del terremoto dell’Aquila (anche nell’Antologia relativa a cura di Annamaria Giancarli, oltre che nel mio Tra Lampi e Corti, Saya Ed, 2019). 

Somme di memorie e di intense condivisioni, che non mi lasceranno.  

 

Adam Vaccaro

5 giugno 2020

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Milli Graffi (1940-2020) | La dimora del tempo sospeso

Milli Graffi – È nata a Milano nel 1940. Negli anni Sessanta ha partecipato ai maggiori festival europei di poesia sonora. Tra le composizioni pubblicate: “Salnitro”, “Farfalla ronzar”, “Tralci”. È stata professoressa presso l’Università di Verona e l’Accademia Carrara di Bergamo. Dirige tuttora «Il Verri».Ha pubblicato alcune poesie tra cui: “Mille graffi e venti poesie” (Geiger, 1979); “Fragili Film” (Nuovi Autori, 1987); “L’amore meccanico” (Anterem, 1994); “Embargo voice” (Bibliopolis, 2006). Come critico militante indaga sulle ragioni della poesia dei compagni di strada: Balestrini, Sanguineti, Spatola, Porta, Niccolai, Tom Raworth, Scialoja, Beltrametti, Castaldi, Rosmarie Waldrop, Barbara Guest. Si è dedicata inoltre a studi sul nonsense, sul comico e sui limerick di Edward Lear, sulle poesie di Palazzeschi, su Petrolini, su Dario Fo e su Lewis Carroll, di cui ha tradotto sia “Alice nel paese delle meraviglie” sia “Attraverso lo specchio” (Garzanti, 1989). Ha tradotto inoltre La caccia allo squalo di Lewis Carroll (Studio Tesi ). Sue pubblicazioni sono presenti in “Il Verri”, “Il piccolo Hans”, “Alfabeta”, “Anterem”,”Testuale”.

 

TRA L’ORDITO E LA TRAMA- La Tela di Penelope di Anna Maria Farabbi -Saggio di Milena Nicolini

montelovesco-umbria

 

Questi pensieri, a partire dalla Tela di Penelope di Anna Maria Farabbi, non sono certo una recensione, che sarebbe assurda per la distanza temporale dall’uscita del libro nel 2003 e per il loro lungo dispiegarsi; né propriamente un saggio per la loro libertà nel proporre e nel proporsi. Pensieri messi ‘in fila’, anzi, in fili, mentre, attraverso La Tela, riflettevano ancora sulla scrittura di Anna Maria, soprattutto quella degli inizi che non molti conoscono, ma che presto LietoColle tornerà a proporre ai lettori con una silloge di alcuni suoi testi.

Milena Nicolini

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L’ininterrotta tessitura di La tela di Penelope

E’ ancora un libro strano, che fu difficile per me. Per la sua primordialità, che condivide nella vicenda della scrittura di Anna Maria Farabbi con Firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete e Fioritura notturna del tuorlo del 1996, e con Nudità della solitudine regale del 2000. Pur coetaneo, del 2003, Adlujé, che comunque si titola di una pratica violenta e primitiva, se non proprio primordiale, di caccia agli uccelli, è appena oltre il confine, però già oltre. Una primordialità che allora non sapevo quanto feconda e autografa cifra della poeta. Nonostante fossi già stata vaccinata all’eccezionalità di Anna con Firmo con una gettata d’inchiostro, semplicemente La tela di Penelope mi stravolgeva. Innanzi tutto per quel modo di rileggere il
mito con l’autorevolezza di un rovesciamento motivato semplicemente da un bisogno di creatura – donna senza dubbio, ma prima di tutto creatura, con l’accento cioè sulla singolarità irripetibile nell’universo creato; con la coniugazione cioè, dopo il soffio-fiato diretto-a e restituito-da l’impasto di fango, di creazione e filiazione nell’anima-lità vivente. Ma questa parola ‘creatura’ e questo suo dispiegarsi mi sono chiarezze di oggi e non di ieri. Motivato da un bisogno di creatura, dicevo, più che da una scelta logicamente, metodologicamente meditata dentro (e/o contro) i canoni ufficiali. Non voglio nominare la sensazione di istintualità che ne ricevevo, e che pure so nominare oggi e non ieri, per non aprire a obiezioni di immediatezza semplicistica, in quanto il lavoro di scavo, la lunga riflessione, la ricerca minuziosa da rabdomante di Anna era ed è innegabile. Ma la sensazione d’istintualità ben si sposa con la primordialità di cui dicevo. E poi c’era ne La tela quell’avvolgere il mito in premesse ed esodi che proponevano sprazzi potentissimi di biologica, fisica, quasi biografica realtà presente-attuale e passata di Anna. E’ forse il libro che più manifestamente di altri dice (svela) le radici di Anna.

Quando l’ho rivista dopo venti anni ero ancora innamorata dell’Africa. Guardavo il paesaggio umbro e non lo vedevo. Quel mattino del mio compleanno mi alzai con la febbre. Decisi di ritornarci. Di ritrovarla. Di chiedere ospitalità all’Appennino. Sbagliai strada più volte. Chiesi orientamento ai contadini. Trovata, ho spento il motore. Sono scesa. Ho tremato. Ho visto in lei il mio corpo, la mia interiorità, la mia scrittura. Sono nata a Perugia ma la mia terra madre ha il nome di Montelovesco. L’ombelico: il suo cimitero. Entrando torno preistorica: nonna in quattro elementi. Mi apre, mi riduce bassissima, orizzontale, seme. Cioè viva e crescente. Ringrazio mia madre che m’insegna prima della lingua il linguaggio, il mio cammino nello stare zitta, la precisione definitiva e la potenza animale dell’oralità. (Notizia, p. 49)

Non potevo sapere che qui Anna, di fianco a Penelope, intrecciava l’ordito e la trama delle fondamenta nuove e archeologiche dei suoi personali miti. Che è oggi, allora, molto interessante osservare, soprattutto perché, alla luce del sole (come l’amore di Calipso), Anna era intenta ad un’intima costruzione che tutti facciamo, inconsapevolmente o meno, ma poche volte apertamente indagata, pensata, pienamente usata. E non sto riferendomi ai classici ricordi d’infanzia e giovinezza, più o meno mandorlati della luce d’oro della nostalgia. Intendo invece quei pilastri, anche difficili o infelici, anche molto oltre le prime giovinezze, su cui davvero ci siamo fondati e che col tempo diventano armati d’acciaio, ma insieme capaci di accompagnarci
mutando, risorgendo nell’oggi o sfaccettandosi nell’ieri. Semi è più giusto chiamarli, come dice Anna nella Notizia, e vivi e crescenti. Queste sue radici saranno richiamate continuamente nella scrittura di Anna, ma in un modo che renderà sempre più diafano il dato biografico originario, lavorandolo, completandolo, dotandolo di filiazioni e adiacenze, come avviene appunto coi miti. Anche con i miti dell’umanità, che si sono coagulati attorno ad un preciso punto eventuale del tempo, acquistando via via una fissità mobile, che permette di costruirci su una cultura-civiltà ben individuata, ma allo stesso tempo consente di poterli riprendere e rileggere e vivisezionare e scaravoltare, per cercarne, ognuno – persona o tempo storico o
società-cultura –, quello che gli necessita, anche la cancellazione, la negazione a volte.

(…)

Continua in : Ritessendo La tela di Penelope

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Anna Maria Farabbi, La tela di Penelope-  LietoColle 2003

11 COSE SVAGATE …SUL FILO DELL’AGO- Adriana Ferrarini

aghi ritrovati nella caverna denisova, sui monti altaj in siberia

 

Proseguo l’excursus che mi ha portato nello studio dello scultore Willard Wigan e quindi davanti all’Hari-Kuyō, la Festa giapponese degli Agli Spezzati, con 11 voci sulla storia, l’etimologia, la manifattura e, oserei dire, la filosofia dell’Ago. Credo ci sia un filo che le lega, ma anche se fossero singole voci, senza cucitura, spero che chi le legga possa lasciarsi ispirare da loro e guardare con maggiore curiosità questo piccolo oggetto affilato che unisce e guarisce – vedi l’agopuntura cinese e le nostre siringhe. Il mondo è pieno di storie, ogni cosa, ogni suono, ogni odore ne racconta una, e gli aghi, cucendo da millenni ferite e tessuti, in fatto di storie la sanno lunga. 

Comincio dagli Arabi:

1- Aghi arabi. L’algebra, l’alchimia, la numerazione, detta per l’appunto araba, il carciofo, le melanzane, gli spinaci, l’astrolabio, l’almanacco: oltre a tutto questo, e a molto altro, gli europei devono agli arabi anche la manifattura degli aghi in acciaio, lavorazione lunga e complessa.  

2- Aghi e guglie. Ago, guglia, gugliata (di filo), ma anche acanto, acre, aceto, hanno la stessa origine etimologica: indicano qualcosa che punge. Le guglie del Duomo di Milano pungono il cielo. Se nel corpo di una guglia si aprono finestre, gugliate di cielo vi si infilano attraverso e così le guglie cuciono sogni.

3- Aghi filosofici. Secondo il filosofo e mistico persiano Abū Ḥāmid Muḥammad Ibn Muḥammad Aṭ-ṭūsī al-Ghazālī, che visse al tempo della prima crociata ed è autore di un’opera dal titolo suggestivo come “Alchimia della felicità”, gli aghi sono un esempio di cooperazione umana, dal momento che un ago “passa attraverso le mani di un artigiano almeno 25 volte ogni volta andando incontro a una diversa lavorazione”(dall’Iḥyā′ ‘Ulūm al-Dīn, La Rinascita della Conoscenza Religiosa). 

Settecento anni dopo Adam Smith, l’economista scozzese ritenuto il padre dell’Economia, raccontò di aver visitato una fabbrica di spilli con 10 operai che, compiendo operazioni diverse, producevano 48.000 spilli al giorno: se, al contrario, ogni operaio avesse compiuto tutte le fasi del processo, la produzione si sarebbe ridotta a 100/200 spilli al giorno.

4- Aghi in bobina. In effetti, nella lavorazione industriale, il sottile filo d’acciaio di una grossa bobina deve essere: 1. raddrizzato, 2. tagliato in sezioni che corrispondono a due aghi, 3. di nuovo raddrizzato a caldo; 4. i pezzi ottenuti vanno affilati, 5. modellati, 6. bucati, 7. tagliati a metà, 8. limati, perché raggiungano la dimensione e la forma finale, 10. portati ad alte temperature, 8. cosparsi d’olio e di polvere detergente, 9. chiusi in un telo di plastica cucito, a sua volta avvolto in altri numerosi strati; 10. il pacco va infilato in una macchina rotatoria, 11. lasciato nella macchina a ruotare per due giorni in modo che gli aghi diventino lisci; 12. gli aghi vengono quindi gettati in una macchina che rimuove le impurità, 12. cromati, 13. disposti tutti in una unica direzione, 14. controllati manualmente. 

5- Aghi inglesi. La Spagna fu il primo paese europeo a fare aghi d’acciaio. Gli arabi fuggiti dalla Spagna per evitare la conversione forzata portarono in Inghilterra questa loro abilità. Nella Londra di Enrico VIII (1509-1547), l’unico fabbricante di aghi d’acciaio era appunto un immigrato spagnolo. Oggi diremmo un rifugiato, un chiedente asilo. Quindi, dietro le quinte degli iperbolici vestiti di scena di Elisabetta I, forse c’era qualcuno che recitava il Corano. 

6- Aghi marxisti. Redditch è una quieta cittadina inglese, ormai quasi sobborgo di Birmingham, ma nel 1800 irradiava aghi in tutto il mondo.  Il 90% delle numerose sartine che si sfinivano a cucire e ricamare e rifinire di pizzi le sontuose crinoline delle gran dame e le redingote severe dei loro superbi mariti, usavano aghi prodotti qui. La famosa sartina di Marx, la crestaia Mary Anne Walkley, che per finire in tempo il prezioso vestito di gala della principessa di Galles morì di sfinimento dopo ventisei ore di lavoro in uno scantinato sovraffollato, sicuramente con le sue dita fini e callose in punta avrà infilato e cucito con aghi di Redditch. (Marx, Il Capitale, libro I, Roma, 1989, pp. 289-290).
A Redditch oggi si trova il Museo nazionale dell’Ago.

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7- Aghi malati, ovverossia la malattia degli affilatori di aghi. Si chiama Pointer’s Rot. L’affinamento della punta veniva realizzato a mano ed era il lavoro meglio pagato, ma anche il più pericoloso, dal momento che piccole schegge di metallo potevano accecare l’operaio e, non solo, le mole, su cui si affinavano le punte, potevano rompersi tra le mani e cadere sui piedi di chi le usava. Ma c’era un pericolo ancora più insidioso, perché invisibile: la polvere mista di metallo e pietra della mola che veniva inalata causava  malattie polmonari simili alla silicosi. 

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particolare da un vestito datato 1858, conservato al V&A Museum.
In seta marezzata, foderato in seta, organza e cotone è rifinito con ciniglia, osso di balena e metallo fuso, ottone e nastro di seta.

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8- Aghi ponteficali. L’orto degli Aghi ad Assisi. Ad Assisi, che allora era parte dello Stato Pontificio, sorse agli inizi del XIX secolo una Fabbrica degli Aghi e degli Spilli che impiegava maestranze sia maschili che femminili per i quali il regolamento prevedeva  orari e spazi diversificati, in modo che non vi fosse commistione tra i due sessi. Per essere assunti bisognava presentare un Certificato di Moralità, una sorta di lettera di referenze attestante l’integrità e la buona condotta di vita del futuro lavoratore della fabbrica. Ovviamente la lettera era redatta dal parroco del proprio paese: chi meglio di lui, in uno stato teocratico come lo Stato della Chiesa, poteva fornire referenze a chi era in cerca di lavoro?

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9- Aghi poetici. Il rapsòdo è il cantore professionista che nell’antico mondo greco recita e canta a memoria poesie epiche di Omero e di altri autori, ma anche poesie liricheelegiache e giambiche. Il termine inizia ad apparire nella letteratura greca nel V secolo a.C. e da un passo di Pindaro (Nemea, 2.1) se ne ricava l’etimologia, collegabile al lemma ῥαφί[δ]ς, (“ago”), da cui viene il verbo verbo ῥάπτειν (“cucire”), per cui il rapsodo sarebbe il “cucitore di canti”. Imparai questa cosa al liceo. Non l’ho più dimenticata.

10- Aghi siberiani. Nel 2018 sono stati trovati lungo il fiume Inya River nella Siberia Sudoccidentale degli aghi da cucire che risalgono a 20.000 anni or sono, molti dei quali usati non per confezionare insieme pelli, bensì per ricamarle, cioè a fini estetici. Quindi, già prima della rivoluzione neolitica che trasforma gli umani da cacciatori/raccoglitori in agricoltori/allevatori, segnando un abisso sempre più profondo tra homo “sapiens” e animali (=esseri inferiori da dominare e costringere al proprio servizio), gli umani  utilizzavano l’abbigliamento per comunicare la propria identità sociale, esibire il proprio legame a un clan, e anche per il piacere di realizzare e poi indossare precisi ed elaborati disegni.

Sembra che gli umani abbiano fatto uso di aghi con la cruna qualcosa come 45.00 anni or sono in zone come la Siberia e la Cina, mentre in Europa circa 26.00 anni fa. 

11-  Aghi (per) unire. Si racconta che il grande mistico e poeta egiziano,  Ibn al-Fāriḍ,  autore tra l’altro dell’“Ode al vino”, abbia rifiutato un prezioso paio di forbici tempestate di diamanti al re che giene voleva far dono, chiedendogli invece un semplice ago. 

 ‘Le forbici tagliano e separano – avrebbe detto –  io non voglio servirmene. Un ago, al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere». Così si legge in Jean Vernette, Parabole d’Oriente e d’Occidente. 

Adriana Ferrarini

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RIFERIMENTI IN RETE

Sugli aghi siberiani:

https://www.sapiens.org/archaeology/fashion-history-sewing-needles/

Sulla Fabbrica degli Aghi e degli Spilli ad Assisi:

https://www.aboutumbriamagazine.it/2017/09/14/la-fabbrica-degli-aghi/

Sulla malattia degli affilatori:

https://www.pharmaceutical-journal.com/news-and-analysis/opinion/blogs/pointers-rot-one-of-the-oldest-known-occupational-diseases/20067297.blog

Sul Museo dell’Ago di Redditch:

https://www.forgemill.org.uk/web/

 

 

 

 

 

TRASMISSIONI DAL FARO- Anna Maria Farabbi: A proposito di “Uno più uno, se facesse duale” di Milena Nicolini

clara malavasi

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Torna quest’opera di Milena Nicolini in una nuova edizione ricreata, per così dire, dalla stessa autrice per motivi di urgenza interiore, di compiutezza rispetto alla precedente uscita nel 2016 presso la stessa casa editrice. E’ la poeta stessa che annuncia questo suo notevole rimpasto che, significativamente, apre ai lettori tutto il pensiero e la sua poetica.

Il volto del libro è magnifico. Si tratta di un acquarello di Clara Malavasi del 1998. In verdi macchiati, il ritratto emerge espressivo, drammatico, in un calore femminile struggente, culminante nel segno rosso a spirale attorno alla bocca. Una mirabile sintesi di colore e tratto che, con originalità, tocca il simbolico della comunicazione o la sua impossibilità. Quindi, in una coniugazione tematica quanto mai attinente alla ricerca tematica di Nicolini. Vorremmo saperne di più di questa pittrice. Anzi, lo chiediamo a Nicolini, responsabile della scelta.

Un altro passo fondamentale di entrata nell’opera è chiarire la sua architettura e le scelte d’impostazione tipografica. La complessità di questo lavoro viene risolta felicemente: il flusso poetico si interseca a tempi di frontale riflessione tracciati in corsivo, con assi nominali filosofici di Clarice Lispector  disposti al margine sinistro o destro della pagina, davvero come tronchi di riferimento esistenziale per l’autrice; le sezioni interne sono scandite nell’occhiello alto della pagina costituendo il titolo, nel mondo, nel tempo, matria, dannata poesia, d’io o chi o cosa per lui, monade, oltre da qui, dal confine. 

Ci raggiunge, con il libro tra le mani, una pluralità vocale polifonica. La stessa voce poetica di Nicolini si consegna in registri temporali diversi, completamente disordinando l’ordine cronologico, e riprendendo testi di opere precedenti e pertinenti come L’Oscuro. La priorità nel metodo delle scelte di collocazione dei testi è una dettata per comporre una filatura ritmica lirica intensa, che apre gli spicchi del pensiero in una successione coinvolgente.

Clarice Lispector è maestra. È  faro attraverso una capacità scrittoria che rovescia canoni e retoriche e propone nuova prospettiva. Nicolini esplicita questa sua necessaria luce orientante estraendo linee verbali luminose verticali sui fianchi del testo. E’ un colloquio tra due donne della parola reso al mondo. Un colloquio esistenziale spirituale artistico. 

Tutta la poesia di Nicolini fa perno sui cunei drammatici se non tragici dell’esistenza: percussivi interrogativi su dio e sulla morte. In un suo verso rivela, come in rammarico, l’assenza del mondo nei suoi versi. Il tornio essenziale della vita di fatto ruota su questi due centri focali. E l’onestà intellettuale di Nicolini porge alla sua tessitura poetica ciò che ha disperatamente, quotidianamente, vissuto e  lavorato. La sua preziosità artistica è elevare l’incisione biografica, lo squarcio della sua ferita, a esponente universale.

E’ chiaro che siamo davanti a una poesia dietro cui l’officina del pensiero fa sentire musiche dissonanti, bulloni, martelli, scalpelli, umanissime urla, e stelle filanti nel buio del sacro. Così come altrettanta limpida è la tensione sempre scoccante del verso. Colta, incessante, proponente nel suo fare e disfare dialettico. 

L’io femmina cerca e invoca la grande madre della conciliazione e della rivelazione, offrendo di sé tutto. 

Le morti amatissime attraversate sono viaggi ancora in corso, compresenze, così come le amicizie amori a cui, sempre, non manca di avere riconoscenza per il nutrimento. 

Il fuso poetico di Nicolini lavora nel pensiero, mai in una lievità slacciata e aerea, sempre concretamente, fisicamente, passionalmente, entra in chi legge in una sorellanza di condivisione e di tenerezza.

Credo che quest’ opera  sia la sua più pulita e piena: ci consegna la circolazione lirica del suo sangue in una capacità di far spola tra lo sprofondo, il plesso fecondo del pensiero e il canto. 

 

Anna Maria Farabbi

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clara malavasi

 

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Dal testo Uno più uno, se facesse duale di Milena Nicolini

al babbo

 

rodi e spolpa e succhia

ma, arrivati al nocciolo

non c’è oltre

 

resta sordo stupido il dolore

beota dell’unica cosa che ripete:

manchi

9 febbraio 2014  

 

 

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lena Nicolini, Uno più uno se facesse duale- Rossopietra 2020

Nei versi Dio compie fugaci apparizioni che ne registrano l’assenza- poesie di Paolo Polvani

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Milano è un vestito blu

Milano è un vestito blu e la primavera
ti rovina tra i piedi.
Anche stavolta dio non è venuto, Sonia,
ma tu non lo sapevi
che perde il treno, manca gli appuntamenti
spesso ha un’aria smarrita e sta nei bar
senza risolversi.

Che idea cercarlo nella metropolitana.
Ti guardi le mani e tra le dita
non brillano formiche.

Dio potrebbe essere una melagrana, ma c’è
troppo rumore e si spaventa.

Ma forse ce l’avevi addosso, Sonia,
era quel blu, era Milano, era la primavera,
era il rimpianto
che pestava i piedi.

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Il volo della rondine

Se Dio avesse una voce sarebbe quella
del volo della rondine, la stessa eleganza di certe improvvise
giravolte, quel distacco, quella suprema indifferenza,
le stesse cortissime zampe, la precisione ellittica con cui
porta il disordine dentro l’esatta matematica del cielo, turgori
e mancamenti, ostinazioni e abbandoni repentini, è così
che Dio si esprime, e il volo della rondine è la sua stessa voce,
leggera e assente, visione del caos e di una fame che s’indovina
dietro quel nero di fulmine, quelle ali che parlano
di una sublime geometria, della rapace leggerezza con cui disegna
il mondo, l’algoritmo segreto di quando plana, e sì, Dio
ha la voce del volo della rondine, quella rondine estrema che di aprile fa
un capolavoro di passione e di ardimento, un veloce assalto
dal cuore profondo della vita, quella voce con cui ci raccoglie
e ci conduce in alto, nelle braccia di un enigmatico abbandono.

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Validi motivi di rallegramento

Ma se ci fosse un dio accigliato e incline alla vendetta, amante
degli effetti speciali e dei miracoli, non credete 
che accenderebbe qualche lampadina, prenderebbe 
a calci, sulla pubblica via, un cardinale?  si trastullerebbe
nel tiro a segno sui preti, ci mostrerebbe come si fa un film, come si scrive
un libro, inventerebbe colori nuovi per la collezione autunno inverno,
ma se ci fosse un dio perché pagare sugli autobus? abbiamo tutti avuto un amico
immaginario, se ci fosse un dio correrebbe a mettere gli accenti giusti, 
disporre le virgole in maniera adeguata, dirmi che la primavera 
porta le ciliegie, a spedirmi cartoline con scritte oscene, a parlarmi di donne, 
a bere insieme una birra, aspettando che si oscuri il cielo,
oppure a camminare sui prati dandoci del tu come vecchi amici,
ma tutto questo non ci è stato dato in dono, e allora
continueremo a ruotare intorno al sole, a seguire il succedersi
delle maree, a nascere e morire cercando un senso, una risposta, 
e rallegrarci dell’indifferenza, di un’assenza che ha il sapore di una beffa.

Paolo Polvani

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daniel bilmes

TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA-Sergio Pasquandrea: Dylan e la critica delle varianti

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Un paio di puntate fa, abbiamo parlato di Bob Dylan e di My Back Pages. L’altra canzone in lizza per quel pezzo era Tangled Up in Blue, di cui vi parlo parlo oggi.
Si tratta del brano d’apertura di “Blood on the tracks”, del 1975, disco che stra tra i capolavori assoluti nella discografia dylaniana, la cui genesi fu, come spesso per Bob Dylan, complessa.
Innanzi tutto, nel 1974 aveva seguito dei corsi di arte con il pittore Norman Raeben, il quale l’aveva introdotto alla pittura cubista; da lì nacque l’idea di costruire le canzoni “come quadri, nei quali si vedono i dettagli e allo stesso tempo l’insieme”.
Inoltre, in quel periodo, Dylan stava anche ascoltando intensamente “Blue” (1971) di Joni Mitchell, del quale si può cogliere l’influsso non tanto a livello musicale, quanto nell’andamento ellittico e associativo dei testi.
Ultimo ma non ultimo, il suo matrimonio con la moglie Sara stava andando a pezzi; molti (tra i quali il figlio Jakob) hanno collegato le canzoni del disco a questa situazione personale, ma Bob ha sempre negato la connessione, affermando di essersi ispirato piuttosto ai racconti di Cechov.
Sia come sia, le canzoni di “Blood On the Tracks” sono costruite come dei flussi di coscienza, nei quali prima e terza persona si alternano liberamente e le scene, accostate senza soluzioni di continuità, viaggiano tra presente e passato senza che all’ascoltatore siano forniti indizi espliciti per decifrarle.

Tangled Up in Blue è anche un esempio interessante di quel continuo work in progress che sono le canzoni di Dylan, che continuò a cantarla dal vivo rimaneggiandola ogni volta.
Ve ne propongo, accanto alla versione originale, una registrata dal vivo a Roma nel 1984 (ce n’è un’altra molto simile in “Real Live”, incisa a Londra durante quello stesso tour), dove melodia e accordi vengono variati, alcune strofe passano dalla prima alla terza persona, altre sono quasi interamente riscritte e una è addirittura cassata.
Il testo parla senz’altro di un amore perso, rimpianto, forse riconquistato, ma di più non ci è dato sapere.
Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

P.S.: Il “poeta italiano del XIII secolo”, citato nella quinta strofa della versione originale, è senz’altro Dante Alighieri e il libro, con tutta probabilità, la Vita Nova.

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Aggrovigliato nella tristezza (versione del 1975)

Una mattina presto il sole splendeva
io ero sdraiato nel letto
mi chiedevo se lei fosse cambiata in qualcosa
se i suoi capelli fossero ancora rossi
I suoi dicevano che per noi vivere insieme
sarebbe stata senz’altro dura
non avevano mai gradito i vestiti fatti in casa della mamma
e il conto in banca del papà non era grande abbastanza
E stavo sul bordo della strada
con la pioggia che mi cadeva sulle scarpe
diretto verso la costa orientale
lo sa il Cielo se ho sopportato abbastanza
per andare oltre
aggrovigliato nella tristezza

Era sposata quando ci conoscemmo
sul punto di divorziare
mi sa che l’ho tirata fuori da un guaio
ma ho usato un po’ troppa energia
Guidammo quella macchina il più veloce possibile
la abbandonammo lì nell’ovest
ci separammo in una notte triste e buia
entrambi d’accordo che fosse meglio così
Lei si voltò a guardarmi
mentre mi allontanavo
la sentii che mi diceva da sopra la spalla
un giorno ci ritroveremo
sulla strada
aggrovigliati nella tristezza

Avevo un impiego nei grandi boschi del nord
a lavorare per un po’ come cuoco
ma non mi era mai piaciuto molto
e un giorno mi licenziarono
Perciò vagabondai fino a New Orleans
dove cercavo di essere assunto
a lavorare per un po’ su un peschereccio
proprio fuori Delacroix
Ma per tutto il tempo che ero stato da solo
il passato mi seguiva da vicino
ho visto un sacco di donne
ma lei non mi usciva mai dalla mente
ed ero sempre più
aggrovigliato nella tristezza

Lei lavorava in un topless bar
e io mi fermai per una birra
continuavo a guardare il suo profilo
così chiaro sotto i riflettori
E più tardi quando la folla si diradò
stavo per fare lo stesso anch’io
lei stava in piedi dietro la mia sedia
mi disse, forse conosco il tuo nome?
Borbottai qualcosa a bassa voce
lei studiò i miei lineamenti
devo ammettere che mi sentivo un po’ a disagio
quando lei si piegò per allacciarmi
la scarpa
aggrovigliata nella tristezza

Accese un fornello sulla cucina
e mi offrì una pipa
mi sa che non hai mai detto addio, disse
mi parevi un tipo di poche parole
Poi aprì un libro di poesie
e me lo porse
scritto da un poeta italiano
del tredicesimo secolo
e ognuna di quelle parole mi suonava vera
e brillava come carboni ardenti
colavano fuori da ogni pagina
come fossero scritte nella mia anima
da me a te
aggrovigliato nella tristezza

Vivevo con loro a Montague Street
in uno scantinato sotto le scale
di notte c’era musica nei caffè
e rivoluzione nell’aria
Poi cominciò a commerciare in schiavi
e dentro di lui qualcosa morì
lei dovette vendere tutto ciò che possedeva
e si gelò dentro
E quando alla fine tutto andò a rotoli
diventai riservato
l’unica cosa che sapevo fare
era continuare a continuare
come un uccello in volo
aggrovigliato nella tristezza

Così adesso sto di nuovo tornando indietro
devo raggiungerla in qualche modo
tutte le persone che conoscevo
ormai sono un’illusione per me
Alcuni sono matematici
alcune sono mogli di carpentieri
non so come sia cominciato tutto
non so che cosa stiano facendo con le loro vite
Quanto a me, io sono ancora sulla strada
diretto a un altro bar
l’abbiamo sempre pensata alla stessa maniera
solo che la vedevamo da un diverso punto
di vista
aggrovigliati nella tristezza

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Aggrovigliato nella tristezza (versione del 1984)

Una mattina presto il sole splendeva
e lui stava sdraiato a letto
si chiedeva se lei fosse cambiata in qualcosa
se i suoi capelli fossero ancora rossi
I suoi dicevano che la loro vita insieme
sarebbe stata senz’altro dura
non avevano mai gradito i vestiti fatti in casa della mamma
il conto in banca del papà non era grande abbastanza
E stava sul bordo della strada
con la pioggia che gli cadeva sulle scarpe
diretto verso la vecchia costa orientale
con la radio che sparava il notiziario
senza sosta
aggrovigliato nella tristezza

Era sposata quando si conobbero
con un uomo che aveva quattro volte la sua età
l’aveva lasciata senza un soldo in preda ai rimorsi
era tempo di evadere dalla gabbia
Guidarono quella macchina il più veloce possibile
la abbandonarono lì nell’ovest
si separarono in una notte triste e buia
entrambi d’accordo che fosse meglio così
Lei si voltò a guardarlo
mentre si allontanava
dicendo, vorrei poterti dire tutte le cose
che non ho mai imparato a dire
lui disse, va bene così tesoro
anch’io ti amo
ma siamo aggrovigliati nella tristezza

Lui aveva un lavoro fisso e una bella faccia
e tutto sembrava a posto
un giorno si accorse dello spreco
piantò tutto e se ne andò
E vagabondò fino New Orleans
dove lo trattavano come un ragazzo
a Baton Rouge fu sul punto di impazzire
e a Delacroix quasi affogò
Ma per tutto il tempo che era stato da solo
il passato lo seguiva da vicino
aveva troppe amanti e
nessuna di loro era troppo fine
tutte tranne te
ma tu eri aggrovigliata nella tristezza

Lei stava lavorando nella luce accecante
e io mi fermai per bere qualcosa
continuavo a guardare la sua faccia così bianca
e non sapevo che cosa pensare
Più tardi quando la folla si diradò
mi stavo preparando ad andarmene
lei stava in piedi proprio dietro la mia sedia
dicendo, che cos’è che hai sulla manica?
Dissi, niente tesoro, ne sono sicuro
lei si chinò fin sulla mia faccia
potevo sentire il suo calore e il suo battito
mentre si chinava ad allacciarmi
la scarpa
aggrovigliata nella tristezza

Vivevo con loro a Montague Street
in uno scantinato sotto le scale
c’era neve per tutto l’inverno e niente riscaldamento
e la rivoluzione nell’aria
E un giorno tutti i suoi schiavi scapparono
dentro di lui qualcosa morì
l’unica cosa che potevo fare era essere me
e salire su quel treno e andare
E quando tutto andò a scatafascio
io ero già al sud
non sapevo se il mondo fosse piatto o rotondo
avevo il bocca il sapore peggiore
che avessi mai conosciuto
aggrovigliato nella tristezza

Perciò adesso sto tornando di nuovo indietro
forse domani o forse l’anno prossimo
devo trovare qualcuno fra le donne e gli uomini
il cui destino non è chiaro
Alcuni sono padroni delle illusioni
alcuni ministri del commercio
tutti sotto forti allucinazioni
tutti i loro letti sono disfatti
Quanto a me io sono ancora diretto verso il sole
cerco di starmene fuori da un bar
abbiamo sempre amato la stessa persona
solo che la vedevamo
da un diverso punto di vista
aggrovigliati nella tristezza

ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: Note di lettura a proposito di “Sulla tenera pelle” di Farhad Ali Zolghadar

abbas kiarostami- roads

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Sono stata raggiunta da questa opera dopo il mio viaggio in Iran, fortunatamente, così da poterla meglio apprezzare al punto da volerla valorizzarla anche con queste poche righe.
L’autore è nato nella splendida Shiraz, in Iran appunto. Da parecchi anni vive qui in Italia, a San Donato in Poggio, in provincia di Firenze. Architetto poeta,  appartato, in una discrezione estranea alla mondanità letteraria febbrile, di una sensibilità che vibra ancora con un volto concentrato alla sua radice persiana. Le magnifiche citazioni di Abbas Kiarostami, di cui una qui è d’obbligo, 

E’ una bandiera di libertà
la mia camicia
nel filo della biancheria,
leggera e libera
dai legami del corpo.

scandiscono l’opera, annunciando la visione e il registro condiviso tra i due artisti. In questa luce leggerissima e al tempo impegnata, Zolghadar scrive con chiarezza espressiva che mantiene non solo attenzione ai dettagli della vita, nei suoi significati profondi e nodali, ma porge anche un’esposizione politica nei confronti delle condizioni sociali e storiche del suo Paese di origine. Mi ha sorpreso la forza civile del suo canto nell’indicare nomi e fatti, accusandoli. Portandosi dentro alla sua memoria familiare, ferita, mortificata per una dittatura distruttiva che ha, di fatto, cariato la grande natura del Paese.
Al di là di ogni retorica che consacra turisticamente le meraviglie dell’Iran, avvolte nel fascino di un passato, l’attraversamento di questo paese per me è stato doloroso in una tensione in certi momenti difficile da sostenere. In ogni momento della giornata, nella vastità geografica da me viaggiata, ho incontrato maschilismi esasperanti in modalità governative integraliste schiaccianti l’esuberanza calorosa, elegante e ospitale del popolo. 

Ho ritrovato in questi versi del poeta iraniano una poesia onesta, totalizzante, nuda, umilissima. L’affiancamento di Roberto Carifi, Rodolfo Tommasi, Elio Pecora sono meritati.
La foto che ritrae il poeta in copertina rivela già una semplicità disarmata della persona, affidata solo alla luce del canto. 

Anna Maria Farabbi

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abbas kiarostami- roads

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Testi tratti da Sulla tenera pelle di Farhad Ali Zolghadar

Pazzo chi non diventa pazzo
in questo mondo preda di pazzia
Pazzo chi legge pazzo chi scrive
pazzo chi ama la poesia
Pazzia che pazzia
spazza via. 

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E’ finito il nero dell’inchiostro
mi resta solo 
un goccio di bianchetto.

I cancel the I dal mio Io.

Quel che resta sono io
lo zero, un “O”
nel cerchio dell’infinito.

 

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Farhad Ali Zolghadar, Sulla tenera pelle– Lietocolle 2017

CRONACHE DAL PERÚ: LIMA – Estefania Mejía Negrete: Il deserto sotto la nebbia

rimac- lima

Rio Rimac, Chosica - Foto di Samana Club Chosica, Lima - Tripadvisor

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Si dice che per capire il vero valore dell’acqua bisognerebbe chiedere a chi vive nel deserto. Chi lo dice, non è mai stato a Lima.
Lima è la seconda città più grande del mondo ad essere stanziata in un deserto, dopo Il Cairo, e la prima in America Latina. Ma il suo primato è ignorato dalla maggior parte dei suoi abitanti che, come per magia, riceve a casa propria acqua in abbondanza, grazie all’impianto di tubazioni, e ne sperpera come se le sue riserve fossero, anch’esse, magicamente inesauribili.
A nessuno viene insegnato che, in realtà, le riserve sono quelle immagazzinate nel torbido bacino del Rimac, un fiumiciattolo per metà prosciugato e per metà inquinato, che raggiunge il centro della città dove sorge un quartiere fatiscente a cui dà il nome. Niente a che spartire, insomma, con il prospero e sinuoso Nilo, il quale dà origine alle fertili valli che permisero lo sviluppo dell’antica civiltà degli Egizi e che tuttora riapprovvigiona la capitale egiziana.
Lima è una metropoli a tutti gli effetti e i suoi abitanti, o per lo meno quei nove milioni che abitano delle case con accesso ad acqua corrente, elettricità e reti fognarie, quasi non hanno modo di scoprire la natura desertica della città. La sabbia è stata quasi completamente asfaltata, e qua e là è stato piantato qualche albero per creare una parvenza di vegetazione. In nessun quartiere residenziale mancano dei parchi dove portare a passeggio il cane o far giocare i bambini. Non si può definirla una città verde, ma grazie al progressivo sviluppo economico gli spazi verdi si sono moltiplicati negli anni.

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lima- cerros 

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Certo però che il dubbio potrebbe anche insinuarsi, quando ci si accorge che a Lima non piove mai, ma al massimo garúa, che dovrebbe essere l’equivalente spagnolo di pioviggina. Anche se la garúa limeña, essendo composta da goccioline invisibili che galleggiano nell’aria formando una nube densa e appiccicosa, non è piacevole quanto la pioviggine che in Europa accompagna l’arrivo della primavera. Nessuno possiede un ombrello, né ho mai visto negozi che ne vendano. I pochi che si vedono in giro sono usati da donne asiatiche per ripararsi dalle radiazioni solari.
C’è un altro modo, però, per comprovare l’esistenza del deserto a Lima, nonostante i tentativi fatti per cancellarne ogni traccia. Quando fa bel tempo e la nebbia non cinge la città da estremità a estremità, come dentro ad una bolla lattiginosa e accecante, se si alza lo sguardo verso l’orizzonte si riesce a scorgere una catena montuosa atipica. Sono i famigerati cerros (montagne) che la gente per lo più associa a miseria, delinquenza e inciviltà. Io l’associo a miseria, marginalità ed esclusione.
Più che delle vere montagne, sono però delle dune di sabbia, vestigia di quel deserto che ingenuamente è stato occupato da chi pensava di poterlo soggiogare, di poter piegare la natura al proprio volere.
È qui che per lo più si accalcano le baracche di un milione di abitanti che non sono collegati al magico sistema di tubazioni che, chissà perché, non riesce a penetrare la rarefatta cortina di nebbia, quella che nasconde ciò che noi non vogliamo vedere.
Quanti vivono in queste baracche sono i veri abitanti del deserto. Quelli che conoscono il valore di ogni singola goccia d’acqua, di ogni millimetro di pioggia, di quegli otto che cadono annualmente. Quelli che soffriranno di più quando il cambiamento climatico inasprirà la crisi idrica. Quelli che già oggi sono costretti a razionare le dispense che gli vengono vendute da aziende private al doppio del prezzo di mercato. Un po’ per bere, un po’ per cucinare, un altro po’ per farsi la doccia, un po’ per lavarsi i denti, e se ne resta, anche un po’ per le faccende domestiche.

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 lima- cerros

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L’acqua viene trasportata fino ai cerros da autocisterne una volta a settimana. È presumibilmente potabile, anche se non vengono condotti esami per verificarlo. Se la bevi e non ti ammali, allora è potabile. Il prezzo è quello che è: prendere o lasciare. Se non la vuoi, allora non berla.
Non ti lavare. Non mangiare.
Per illustrare la grande contraddizione che vige attorno alla distribuzione dell’acqua potrei fare dei classici esempi. Mettere a confronto i litri d’acqua giornalieri utilizzati in media da un abitante di San Isidro, quartiere altolocato e centro finanziario della capitale, e quelli utilizzati da un abitante di un cerro a caso. Potrei indicarvi che la quantità d’acqua utilizzata alla settimana da un sanisidrino per innaffiare il prato della sua villa corrisponde a quella di cui dispone mensilmente una famiglia di cinque persone dei quartieri marginali. O almeno è ciò che calcolo, a occhio e croce.
Senza però dover ricorrere a statistiche di mia invenzione, Lima mi regala un esempio ancor più eloquente.
La seconda città desertica più grande del mondo vanta anche la presenza del maggior complesso di fontane al mondo, il Circuito mágico del agua (stavolta l’attributo “magico” non è farina del mio sacco), dove turisti e connazionali possono ammirare spettacoli di getti d’acqua che danzano al suono della musica e illuminati da luci colorate. Uno dei getti d’acqua raggiunge gli 80 metri d’altezza. Un fiore all’occhiello per la città di Lima che l’ha resa più attraente agli occhi dei turisti e di cui i peruviani possono andare fieri, almeno quelli che non vivono con le scorte d’acqua razionate.
Questo paradossale divario, che non è mai importato granché a nessuno, è ora nell’occhio del ciclone. La pandemia l’ha reso visibile e tangibile come non mai. Una delle prime raccomandazioni effettuate dalle autorità pubbliche è stata quella di lavarsi spesso le mani, idealmente ogni venti minuti.
Queste parole mi hanno ricordato quelle pronunciate dalla regina Maria Antonietta, alla vigilia della Rivoluzione francese. Quando esortò il popolo, che soffriva la fame, a mangiare delle brioches in mancanza di pane.
Ora il presidente incita il popolo peruviano a lavarsi le mani per non ammalarsi. Sono passati secoli e la distanza fra chi governa e chi è governato non è stata colmata. L’indifferenza, l’incomunicabilità, è rimasta la stessa. Al popolo viene richiesto, inoltre, di rimanere a casa (#YoMeQuedoEnCasa), quando le loro “case” sono fabbricate con assi di legno, lamiere e materiali di recupero. A malapena fungono da sottile barriera tra i loro corpi e gli agenti atmosferici. Tra i loro corpi e la polvere che sembra voler sotterrarli vivi. Gli viene imposto di non andare al lavoro, ma se non lavorano non possono sfamarsi. L’alternativa al pericolo di ammalarsi è la morte certa, per una malattia magari diversa.
Il Perù è stato fra i primi paesi in America Latina ad adottare le misure di contenimento del virus, il virus però non sta arretrando come ci si aspettava. Sempre più occhi si volgono verso l’orizzonte e la nebbia finalmente si dirada.

 

Estefania Mejía Negrete

 

lima- circuito magico dell’acqua

FINESTRE. IL BRASILE CHE VEDO – Elisabetta Chiacchella: La gallina, l’uovo, e le finestre di Brasilia

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Di ritorno dal Mato Grosso si programma un pranzo speciale con ospiti di riguardo. Si mangerà la galinha ao molho pardo, e c’è molta attesa in casa per l’evento.
Mi interessa assaggiarla perché leggendo la biografia di Clarice Lispector ho scoperto che era uno dei suoi piatti preferiti. Una ricetta gustosa, in cui il colore scuro del sugo deriva dal sangue della gallina stessa. Saremo in otto, così ci vogliono due galline piccole, e bisogna trovarne di ruspanti. La cosa più notevole è che quindi un pomeriggio suona il campanello, vado ad aprire e alla porta c’è un motociclista che mi chiede se è qui che abbiamo ordinato le galline.
Rispondo di sì, certo, è qui. Vedo la consegna, in mani casalinghe di fiducia, di un sacco con dentro le galline vive. Saranno poi liberate nel cortiletto davanti alla cucina, per l’ultimo scampolo di vita fino al pranzo del giorno dopo. Recapitate a domicilio, come se fossero state ordinate su Amazon.
Nei lunghi pomeriggi piovosi leggo molto e finisco velocemente Per amore, scritto da Lisa Ginzburg, uscito nel 2016 da Marsilio. Parla di una passione insostenibile tra Italia e Brasile. Una storia drammatica di persone e culture che non riescono a essere prossime, di una donna e un uomo che non potranno durare insieme. Un romanzo rigoroso e toccante, veramente riuscito, che incrocia la violenza, senza indulgere a fissarla con lo sguardo. E capita proprio quando può essere utile a me personalmente.
Arriva una nuova ospite a casa: stavolta è canadese, quindi per mostrarle qualche tessera del composito Paese, un fine settimana lo passiamo a Brasilia.
Capitale e città ministeriale, Brasilia è nata per volontà del presidente Juscelino Kubitschek sul finire degli anni ‘50 del novecento. Nel 2020 compie sessant’anni.
Progettata da zero, nata dalla genialità di due architetti brasiliani, Lúcio Costa e Oscar Niemeyer, ha un disegno nitido in cui il cemento bianco spicca sulla pianura, ultra-urbanizzata ma verdissima.
I monumenti traggono ispirazione da immagini semplici: ad esempio la cattedrale ricorda due mani che si avvicinano in preghiera e il campanile ha la forma di un candelabro. Una città costruita per essere fruita da persone tenute insieme da grandi simboli unificanti.
La visita alla cattedrale suscita una meraviglia a cui uno non si abitua. Tutti lì dentro provano  l’impressione dell’allegria e della forza della luce, nella percezione dell’aerea spiritualità brasiliana.
L’aria e l’altezza ne sono componenti fondamentali, amplificate da vetrate con onde azzurre, blu, grigie, verdi, pensate per l’avvolgente ispirazione di chi si trovi lì presente. Sono opera della straordinaria artista franco brasiliana Marianne Peretti.

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Sopra le teste, al centro dello spazio, ecco tre angeli d’argento sospesi nel vuoto, con lo sguardo rivolto in basso, a distanza prospettica fra loro su piani differenti. Sono indimenticabili.
Nella parte con l’altare -in un certo senso piuttosto piccolo e senza nulla di imponente- è appoggiato un crocefisso di legno, ma i nostri occhi non possono restare a lungo su quella croce. Nella vetrata che lo sovrasta da dietro spicca  infatti un uovo sodo tagliato a metà, grande almeno il doppio del Cristo. L’attenzione è tutta per quell’uovo.
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La morte non è l’ultima parola dunque, e tra le sfumature del turchese la rinascita è già pronta,  apparecchiata, proprio lì, basta allungare una mano per metterla nel piatto.
Un’offerta imprevista per la mia antropologia culturale: eppure mi cresce in bocca l’acquolina, ora che l’uovo sembra vicino vicino e quasi lo tocco, quel boccone solo da mangiare.

Elisabetta Chiacchella

ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: “Abitare la traccia” di Prestifilippo Fabio

dentrocasa

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Dopo sette anni da Movimenti, silloge pubblicata per Lietocolle, Prestifilippo Fabio entra a far parte della prestigiosa Callana gialla Pordenone, diretta da Augusto Pivanti, edita in collaborazione con il Festival di Pordenone. Quindi raggiunge un’esposizione importante. Purtroppo, non conosco la sua opera precedente e non posso avere una visione complessiva della poesia di Prestifilippo. 
Il verbo abitare sceglie, nel titolo, una dinamica di concentrazione drammatica su una successione quanto mai sottile, non esile, di impronta esistenziale, la traccia appunto. Questa attenzione estrema, questa lente d’ingrandimento quasi da laboratorio biologico, infilata a compasso nella propria carne, studia, medita, analizza, scompone e ricompone la tessitura relazionale di un io scorticato fin dall’infanzia e sanguinante in continua emorragia. Di un io che cerca di cucirsi con un tu terribile, quel tu cercato, desiderato, osservato, giudicato a morte, apparentemente ucciso e mangiato cannibalescamente, come del resto nel canone simbolico e mitologico occidentale. Il tu gigante del padre che diventa anche, tuttavia, il tu di una maschilità canonica omologata contro cui l’io del poeta combatte per difendersi, prenderne distanza, cercando tregua e respiro. 
L’annunciazione iniziale irrompe con la morte del padre, dunque alza il sipario sul cuore bucato della tragedia. Ma cantare la morte è viverla, riaprire la presenza e rimettersi ancora nel filo della relazione in una continua ripresa del peso e della sua caduta, nell’altalena tra sostenibilità e insostenibilità. 
L’autore decide per un registro lirico asciutto, versi di lama in cui la luce affonda nelle densità del buio, in forti chiaroscuri. Questo permette concisione, taglio di retoriche, puntando su un ritmo tensivo che non cede mai a soluzioni e levità conquistate. 
Al setaccio lessicale tornano a marea nominazioni del sangue, ossa, il corpo nelle sue torsioni lancinanti, aperto, soltanto e irriducibilmente, alla sua insistente, ossessiva domanda d’amore.
L’opera non giace in un autobiografismo riduttivo. Così come riverbera moltissimi riferimenti e assonanze di molta letteratura, non solo degli autori citati e indicati nelle note. 

  

l’eroe scintillante è Saul 
il luogo in cui ucciderà suo padre 
sono le pagine di un libro, 
il titolo del libro è abitare la traccia 
perché non esiste traditore peggiore 
né peggior cane del proprio figlio 
ma nei versi di queste poesie 
non vi chiederà perdono 
come se la sua vita fosse l’addio che sanguina 
dalle mie vene 
e la sua morte il nostro naturale trionfo   

 

Anna Maria Farabbi

 

 

Prestifilippo Fabio, Abitare la tracciaLietocolle 2019