Bruno Brunini, Enclave. Lavoro e periferie nell’epoca della precarietà e del neoliberismo. Nota critica di Loredana Magazzeni

lincoln perry

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La poesia è tornata dagli anni Settanta a parlare di lavoro. Lo ha fatto con collane come Il pane e le rose di Savelli, collana in cui apparve l’antologia Dal fondo. Poesia dei marginali (1978) a cura di Carlo Bordini e Antonio Veneziani, con una nota critica di Roberto Roversi.Roversi, che con Gregorio Scalise è stato il grande interprete della critica alla società capitalistica e omologata, scriveva nella premessa a L’Italia sepolta sotto la neve (AER, 2010): “i poveri scrittori di versi sono indispensabili solo quando si deve ricominciare dopo una sconfitta. Ecco perché prima di nascere devono morire”. Ed è quello che stanno facendo, i poeti, sottolineando la morte di un certo tipo di capitalismo e la trasformazione del lavoro, da identità fondativa dell’individuo e della Repubblica, a fluttuazione e senso di insicurezza dilagante che colpisce tutti e soprattutto i giovani.
Da quegli anni, dunque, quando con Ferruccio Brugnaro, poeta operaio a Marghera, si parlava dei morti per inquinamento e della disoccupazione, alle Poesie operaie (Ediesse, 2007) di Luigi Di Ruscio, la poesia ha denunciato, descritto, dichiarato, protestato, mostrato quali erano le condizioni lavorative e i diritti negati (alla sicurezza, alla legalità, al lavoro) di moltissimi lavoratori.

Negli ultimi dieci anni la poesia italiana ha seguito tutte le fasi della decrescita, della delocalizzazione, della disoccupazione crescente, della precarizzazione, della fine del mito del valore lavoro con libri di autori che mi piace ricordare: da Fabrica (Borgomanero, Atelier, 2009) di Fabio Franzin, che racconta la condizione operaia e la trasformazione antropologica che stava avvenendo nel Nord-Est dell’Italia a causa dell’industrializzazione selvaggia che aveva cambianto non solo il paesaggio, ma soprattutto i rapporti tra le persone e i valori secolari. Lo fa usufruendo del potere evocativo e connotativo della sua lingua materna, il dialetto  veneto, così come al dialetto è demandata la capacità di descrivere la condizione straniante e drammatica di chi da operaio diventa disoccupato.

Nadia Agustoni, in Taccuino nero (Le Voci della Luna, 2009) adopera una scrittura “dove la parola diventa” bullone, attrezzo, pietra nera che si carica di tutto il proprio peso” (dalla prefazione di Tomada). La sua è una poesia di denuncia e ricerca di senso attraverso la rarefazione linguistica, fino alla sospensione lirica e alla condizione del dono.

Stefano Guglielmin, con C’è bufera dentro la madre (L’Arcolaio, 2010) usa la tecnica di un incedere cronachistico, con brevi poesie simili a trafiletti di giornale, per denunciare la madre, cioè la sua terra, il “Veneto e il nord-est leghista, ma anche con l’Italia e, perché no, con l’Europa di banche e finanziarie”, come ha rilevato Roberto Cogo su Atelier.

Con Francesca Del Moro, lo sguardo è puntato sulle schiene curve de Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016), ovvero dei lavoratori precari continuamente esposti al pericolo del licenziamento e all’anomia. Uomini e donne senza parole per dirsi, ma non rassegnati alla loro condizione senza garanzie e futuro, e senza altro strumento contrattuale che la propria rabbia impotente che pure, in queste poesie, lancia la sfida, in un linguaggio mimetico e claustrofobico, specchio della condizione esistenziale che stanno vivendo, al mondo infernale e muto, quai kafkiano, in cui conducono le loro esistenze.

Sia la raccolta Le stanze inquiete di Lucianna Argentino (La Vita Felice, 2016) sia la silloge Amore capitale, di Luca Ariano (Le Voci della Luna, n. 68/2017), ci presentano un universo di vite precarie, minime, quasi invisibili cui dare testimonianza attraverso il dialogo e il rifiuto dell’indifferenza. Nella loro poesia, si nota un’affinità, in quanto si fa laboratorio di ricerca dove esperienza personale e collettiva, pensiero e linguaggio vanno verso l’elaborazione di un possibile altrove e hanno in comune la presenza di un’umanità per cui la parola poetica diventa una forma di denuncia e di resistenza.

Ma la stessa poesia di ricerca, come la prosa in prosa, per esempio, di Marco Giovenale, è fortemente connotata da una scrittura disarticolata che si manifesta nelle forme di una critica profonda al sistema capitalistico delle merci, con versi dove prevale l’assenza o l’attenuazione della presenza del soggetto, ed è animata da una critica, anche politica, agli schemi attuali del linguaggio e dei significati e alle logiche di potere che vi sarebbero contenute.

Riprende la lezione di Roversi il bolognese Bruno Brunini che, con Enclave (La Vita Felice, 2017), descrive le vite dei singoli colte nelle loro “enclaves”, cioè le periferie di città come Bologna, dove la condizione prevalente è l’anomia, la precarietà e lo sradicamento, situazioni che si fanno metafora di un più generale disorientamento dell’umano, di una pervasiva atmosfera di precarizzazione mondiale. La poesia di Brunini, non solo lirica ma narrativa, continua a dialogare con la condizione del presente, con la crisi del lavoro ma anche con la crisi delle relazioni, nell’epoca della cittadinanza globale, dove alla rete e alla connessione virtuale vuole opporre con ostinazione il bisogno di relazioni meno dis-crete, meno immateriali, auspicando un rafforzamento dei legami sociali, dalle social street ai cohousing, alle eredità culturali diverse che si confrontano e si avvicinano.

 Loredana Magazzeni 

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lincoln perry

 

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Da Enclave di Bruno Brunini

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Alveare di nomi

Finestre si affacciano
su altre finestre,
fantasmi di stanze
lasciano occhi sul davanzale
alveare di nomi
che la luce ignora
ma nessun grido

la persiana, il gelo, il velo
diventano fili di ferro
se non hai che decreti
e sottrazioni

della sera passata
qualcuno conserva
il bianco dell’ultima pagina
e una scodella di calce,
quando tra balconi senza sonno
gli aerei spezzano il cielo

margine
fragilmente sospeso al suo confine,
bordo in cui bastarsi

l’alba è una corriera in viaggio,
tra i resti del mercato
e un fremito
che la strada regalerà alle ombre,
un sudore di calamaro
che torna
da un tempo senza notte

rimanere svegli
rispondere col niente,
il giorno non ha più date,
le parole sono contate
le liste annerite,
città che nasconde
ciò che si prende
non potrà udire
quello che si è taciuto

solo i giorni non vissuti
hanno ragione

muovere un segno,
scrivere sul muro
per chi deve ancora nascere
mentre il sole
sempre  più forte
riscalda la terra.
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Inverno finto di periferia

Il vuoto, il nudo, il perso
questi corpi mancati
si fanno rumore,
suono d’ossa e calce,
inverno finto di periferia
che ti spoglia e ritorna
nell’angolo buio di ciascun sapore,
non c’è avanzo, aggiustamento
non c’è cortile che appena toccato
non dia cenere,
una forbice taglia
il celeste di un cielo
che nessuno vedrà

non questo giorno
ma il suo rovescio
batte l’insonnia
di interminabili palazzoni,
scompiglio di sillabe non dette
si posa
nel frastuono della tangenziale,
non basta cercare per strada
ragioni e salvezza,
la sveglia, la sete
il sogno di essere qui per caso
dove i pendolari
gettano la loro fame ai gatti,
solo voci che volevano parlare
saranno nuvole,
foglie senza racconto
come farà l’alba a spuntare?

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lincoln perry

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Discarica

Colpi di martello
fissano gli angoli ottusi,
all’ombra della discarica
il tuo scudo mentale
si fa a pezzi,

compost, schede barrate,
condensano
il vibrare delle trivelle,
numeri finiti
fanno peso

nel ritmo piatto di un terminale,
che invade
la mappa segreta
della tua memoria,
tornano i nodi a comporsi.
Anche nel sogno parlano
da una bocca morta.
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Nessun appello

Nessun appello trova le sue labbra,
nessuno
oltre questo mezzo parlare
che chiede una lingua rassegnata,
dove girano predatori invisibili
abili nel colpire,
venuti a leccare
la povertà di ciò che manca

abito senza stoffa,
ago
che scuce il vuoto in cui si tace
e mentre è notte
altro cammino cercano in sé
non assolte parole,
per qualcuno che solitario s’arrischia.
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Tu

Tu nel buio
respiri luoghi senza nome,
sei l’ombra rimasta sul vetro,
sei la foglia che si mantiene al ramo
in una raffica di vento,
sei l’attimo che sto vivendo,
pronuncerò per te queste parole
e sarà la tua voce a parlare
come se solo questo
fosse ciò che desidero.
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Bruno Brunini è nato a Napoli e vive a Bologna, dove si è laureato. Poeta, scrittore, è stato tra i fondatori della cooperativa culturale “Dispacci”, diretta da Roberto Roversi, per la quale, negli anni ottanta, ha svolto numerose attività legate alla ricerca e alla diffusione della poesia, alla redazione di vari fogli e riviste. Suoi racconti, interventi e poesie sono apparsi su riviste e antologie. Ha condotto seminari di scrittura poetica in scuole pubbliche e presso il carcere minorile di Bologna. Ha scritto testi per il teatro. Ha ottenuto vari premi letterari. È curatore della rubrica di poesia del Magazine della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”, impegnata nel recupero dei malati usciti dal coma. Fa parte della redazione della rivista online PRIMI PIANI. Co-curatore dell’antologia sulla poesia a Bologna Cinque anni dopo il duemila (Giraldi, 2006), ha pubblicato il romanzo Il viaggio capovolto (Guida, 1999), il volume di racconti Appena oltre Brooklyn (Giraldi, 2005), le raccolte di poesia Strade interrotte (Mongolfiera, 1990, con postfazione di Roberto Roversi), Dalla parte della notte (Giraldi, 2007), Ombra di vita (La Vita Felice, 2012), Enclave (La Vita Felice, 2017

 

Bruno Brunini, Enclave – La Vita Felice 2017

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