Oscura immensità: lo chiamano noir. Si dovrebbe chiamarlo noi- fernanda ferraresso

Giulio Scarpati- foto di scena Oscura immensità

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Mi riferisco ad un testo di Massimo Carlotto, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore italiano, uno tra i più conosciuti scrittori europei di libri noir, mio conterraneo, come me di Padova, un po’ più giovane, ma quasi mio contemporaneo, io del ’54 lui del 1956, di cui ancora ricordo un fatto  di cui molto si parlò in città, perché controversi e assai oscuri  erano sia lo svolgimento dei fatti che l’insieme delle prove. Lo ricordo perchè nel 1976 avevo 22 anni e la giovane che perse la vita era una studentessa, proprio come me, anche se un poco più grande, una venticinquenne credo. La ragazza venne uccisa a Padova, nella sua abitazione,  con una sessantina di coltellate, se la memoria non mi inganna. Mi colpì moltissimo perché pensai a Bruto e alla cospirazione contro Cesare, nemmeno loro avevano infierito con così numerosi colpi sulla vittima, che tra l’altro era un uomo, un condottiero, non una donna.  Massimo Carlotto, allora diciannovenne, era uno studente, militante di Lotta Continua che, pare, fosse passato davanti all’abitazione , accanto a quella della sorella, in centro a Padova, dice di aver sentito dei richiami e scopre casualmente la vittima, insanguinata e morente,ma non si reca dai carabinieri subito, scappacon i vestiti insanguinati e solo in un secondo tempo si reca dai carabinieri per raccontare il fatto.  Fermato e arrestato gli si imputò l’ omicidio. La città all’epoca, come spesso accade in casi di questo genere, si divise in due schieramenti: chi parteggiava per lui, chi invece lo riteneva  colpevole. Personalmente ho sempre avuto grossi dubbi sul giudicare le persone, specialmente quando ad adombrare la loro storia c’erano elementi diversi che quasi occludevano lo sguardo sulla questione principale: il fatto accaduto. Brigatisti e  militanti politici, a quell’epoca, erano come fiamme sugli occhi, per cui si faceva troppo presto a perdere di vista il fatto reale. Subì  un processo a Padova da cui uscì  assolto per insufficienza di prove ma non finì là la sua vicenda, un altro processo, a Venezia, lo ritenne colpevole e lo condannò ad una ventina d’anni circa. Ciò che mi colpì poi fu la fuga. Tre anni di latitanza, fuggitivo prima in Francia e poi in Messico la polizia messicana lo instrada in Italia ed è in carcere. Trascorrono anni, in cui della sua storia qualcosa si perde per strada, per lo meno per la gente che prima era certa di sapere l’unica verità. Ottiene la revisione del processo, anche se la legge sta cambiando procedure e dunque la sua storia resta in bilico tra colpevolezza e assoluzione e la vicenda del pensionamento del  presidente del Collegio della Corte Costituzionale rimette la  necessità di un secondo giudizio, nel quale Carlotto viene condannato a 16 anni.  E’ ancora l’opinione pubblica, quella che gli è a favore, che si attiva per chiedere per lui ciò che sarà sancito dall’allora  Presidente della Repubblica Luigi Scalfaro e cioè la  grazia. Di fatto, per un motivo o per un altro non fu mai ritenuto innocente e proprio per questo necessitava di una grazia, la stessa che non è concessa a molti altri, uomini che subiscono pene d’ergastolo da cui non saranno mai graziati, quelli che si definiscono uomini ombra e che, per un tragico gioco delle parti potrebbero essere invece considerati le ombre degli uomini, di tutti gli uomini, perché, come si sottolinea in questa opera teatrale e nel romanzo stesso, il confine tra bene e male è una sottile linea capace di invertire i ruoli di vittime e carnefici.
Quanto a Carlotto la sua attività di autore ha iniziato con l’ esperienza de Il fuggiasco (1995), autobiografia romanzata sul suo periodo di latitanza da cui fu  tratto anche un film. Molti i libri che compongono la così detta saga dell’Alligatore tra cui: La verità dell’Alligatore (1995), Il mistero di Mangia barche (1997), Nessuna cortesia all’uscita (1999), L’amore del bandito (2009). L’ opera autobiografica è tra le forme privilegiate dall’autore per interessarsi soprattutto della guerra argentina degli anni 70 e della repressione dello stesso periodo. Si interessa, nella sua scrittura anche delle carceri minorile e a farlo pubblico, questo suo percorso, è un racconto per ragazzi Jimmy della Collina. Recente, del 2004 , L’oscura immensità della morte, da cui sempre Carlotto parte per una riscrittura e l’adattamento teatrale messo in scena per la regia di Alessandro Gassman. Attori principali Giulio Scarpati e Claudio Casadio, sono i protagonisti di questo noir in cui Massimo Carlotto affronta le questioni fondamentali della natura umana. La storia è una storia vera, che ha fatto discutere e che continua a far riflettere. In breve la storia: nel corso di una rapina, un malvivente prende in ostaggio una donna e il figlio di otto anni e li uccide. Raffaello Beggiato, colpevole dell’uccisione,viene condannato all’ergastolo. Il marito della donna assassinata e padre del bambino, Stefano Contin, non si dà pace. Dopo aver lasciato  il lavoro che aveva prima della tragedia aggiusta scarpe in un supermercato, non frequenta più nessuno, vive in un appartamento di periferia, dove  guarda quiz alla TV o le fotodei suoi cari. L’ergastolano Beggiato, colpito damalattia inguaribile, chiede la grazia e  il perdono di Contin, che però ha in mente solo di vendicarsi e architetta un piano meticolosoper agire.
Lo sguardo dello scrittore netto e tagliente spesso inquietante, nette in risalto ciò che sta al fondo e impasta ciascuno di noi, tra le pieghe di un’umanità sconvolta per motivi diametralmente diversi e senza speranza, agisce qualcosa che rovescia lo sguardo.
Ne lascio parlare lui , Carlotto. Chi potrebbe farlo meglio? Ma. Anche se da qui, cioè dall’ultima riga, e  dal fondo della parola scritta invito a spostarsi in un altro sito di cui lascio il link, relativo ad una pena di cui parla anche Carlotto: l’ergastolo ostativo (http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=6&cat=6..), vale a dire una pena che non finosce mai, per la quale non esiste nemmeno l’illusione di una possibile grazia, come se l’irrecuperabilità della persona che deve scontare questa pena non avesse altra traduzione che la trasformazione di ogni attimo della sua vita commutata in morte, istante per istante, mentre  il censore e giudice è lo stesso Pilato che si lava le mani davanti a un cristo che non sfrutta risorse, e noi parimenti a lui perché come lui  non osiamo prenderci responsabilità diverse, spesso evolvendo in noi un’attesa di vendetta, qualcosa di simile alla stessa colpa di chi ora sconta questa pena, proprio come evidenziato nel libro di Carlotto. Eppure vista da qui sembra solo una dichiarazione di impotenza, l’ergastolo ostativo è  legge di una pratica di abbandono e indifferenza che non recupera né la propria dignità né l’altrui colpa buttando a mare ancora un seme possibile di comune ricchezza.

fernanda ferraresso
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Giulio Scarpati e Claudio Casadi- foto di scena Oscura immensità

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Giustizia, vendetta, perdono, pena. Questi sono i temi universali dell’Oscura immensità, un progetto narrativo nato come romanzo e che ora trova una sua articolazione naturale (e molto richiesta) come testo teatrale. Quando venne pubblicato in Italia, il romanzo provocò’, nel senso migliore del termine, un intenso e lacerante dibattito tra autore e lettori, che mi ha poi coinvolto nei paesi dove è stato tradotto: Francia, Germania, Stati Uniti…
In questa pièce, a differenza del romanzo, sono fortemente presenti i sentimenti contrastanti che ho potuto cogliere negli anni. Oscura immensità non lascia scampo. Alla fine ognuno è costretto a prendere posizione, a non eludere le domande che i due personaggi, Raffaello Beggiato e Silvano Contin, carnefice e vittima, pongono con la forza disarmante dei destini contrapposti e ineluttabili.
Chi deve perdonare colui che ha commesso un delitto e che sta scontando una pena detentiva o è rinchiuso nel braccio della morte? I familiari della vittima o lo Stato? O entrambi?
La ragione, la politica, la religione, la filosofia non sono ancora riuscite a dare una risposta esauriente e in grado di soddisfare coloro che hanno sofferto il danno irreparabile della perdita di un loro caro, per mano assassina, perché prevalgono sentimenti ancestrali che offuscano, accecano, trasformando l’esistenza in una oscura immensità.
La nostra società è incapace di lenire il dolore di coloro che hanno subìto tale torto. La comunità in cui vivono tende a escluderli, a condannarli a un ergastolo di dolore, solitudine e livore perché la punizione del reo non è mai soddisfacente.
La vendetta, la più dura e terribile, rimane come unica soluzione di razionalizzazione del lutto, di possibile via a un futuro diverso. Proprio quella vendetta che porta persone miti ad assistere all’esecuzione di un uomo e a uscire dal carcere con un sorriso stampato sulle labbra.
Non vi è nulla di inventato nell’Oscura immensità. Per costruire i due personaggi ho incontrato decine di parenti di vittime, di condannati. La necessità di una realtà implacabile, che abbattesse il muro dell’ipocrisia, mi ha costretto a un viaggio nell’oscurità di dolori immensi.
Solo una signora, dopo aver letto il romanzo, mi ha contattato e mi ha raccontato la sua vicenda di figlia di un uomo buono e amato, ammazzato a pugni da un giovane. Alla fine si sono incontrati, parlati e questa donna ha trovato il coraggio di perdonare e seguire questo giovane assassino nel suo reinserimento sociale.
Una vicenda umana straordinaria. Una. Perché il cuore spezzato di Silvano Contin è ormai incapace di ritrovare il filo di un’esistenza fondata su valori positivi. Questa è la durissima lezione di queste storie.
Raffaello Beggiato è l’altra faccia della medaglia. Reo di un delitto odioso ha diritto a una seconda possibilità? La giurisprudenza sostiene che solo lo Stato potrebbe forse dare una risposta sensata a nome della collettività ma escludendo il dolore delle vittime.
Scrivere questa pièce è stata un’avventura professionale e umana importante e coinvolgente. Mi sono ritrovato davanti alla pagina bianca con il timore di “liberare” la carica di emozioni, raccolte negli anni in giro per il mondo. Per fortuna la magia della scrittura teatrale che ti catapulta in un palco immaginario ha estratto parola dopo parola dall’oscura immensità per riuscire a raccontarla.
Quando l’amico Ruggero Sintoni mi ha telefonato per trasmettermi il suo entusiasmo e la volontà di portarla in scena, ho capito che poteva realmente trasformarsi in un grande progetto. Ora che è nelle mani sapienti di Alessandro Gassman ne ho la certezza.

Massimo Carlotto

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Riferimenti in rete:

http://www.emiliaromagnateatro.com/spettacoli/oscura-immensita/

http://www.thrillercafe.it/massimo-carlotto-biografia/

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