SAGGIO- Milena Nicolini : In colloquio con ‘i ritorni’. Miti, miraggi e realtà del ritorno di Francesco Roat

isabelle cochereau

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È un libro che obbliga a molto pensare, una vera e propria corsa campestre attraverso alcuni dei più cruciali sentieri problematici dell’umanità. Perché questi ‘ritorni’ sono davvero da lasciare senza fiato, anche se l’autore, da buon pifferaio magico, promette uno sterrato armonico col melodioso titolo Preludio dato alla nota introduttiva – mentre punta, non casualmente al cielo, la pistola-starter. Roat presenta in poche limpide righe una serie di quesiti che potrebbero occupare i tomi di un’intera biblioteca: dalla possibilità di una “ripresa/riformulazione di sé nella consapevolezza del nostro permanere”, nonostante le trasformazioni fisiche e psichiche, all’ipotesi di considerare in ritorno un “universo oscillante/ricorrente” dopo un big freeze o un big rip o un big crunch; dalla sofferenza a rischio patologico della nostalgia, alla decifrazione dell’eterno ritorno zarathustriano, dal rifiuto dei ritorni nella “catena samsarica” di Buddha, al desiderio di tornare all’utero materno. Molti saranno variamente affrontati nei tredici capitoli successivi, altri indirettamente inclusi di tangente. Ma intanto qui si porgono, sul vassoio d’argento delle buone occasioni, invitanti prelibatezze da apericena: “In queste narrazioni mitopoietiche la meta del vivere diviene il ritorno: non un ritorno statico/fantasmatico e paradisiaco però, poiché il raggiungimento di esso non comporta nessuna stasi bensì un nuovo percorso che potremmo – figurativamente/allusivamente – chiamare a spirale, il cui corso sempre si volge ininterrottamente ripercorrendo orbite analoghe ma non necessariamente identiche”i. La spirale, sì, che con le sue orbite insieme concentriche ed eccentriche, secondo il verso considerato dirige a una meta dentro (del sé?, dell’interiorità?, dell’individualità?, dell’unicità irripetibile? del particolare?) o a una meta fuori (dell’alterità?, dell’oggettività?, della universalità?, dell’Uno/Dio/Tutto?); la spirale che mi riporta ad antichissime culture, anche lontanissime tra loro, le quali l’hanno assunta a segno del contatto con il divino e con la morte: come quella che a Chavin de Huantar (Perù, testimoniata dal 900 a.c.) ha scolpito nei corridoi sotterranei del Tempio antico un pilastro, il Lanzòn, sul quale si avvolge il corpo della divinità quasi tutto di spirali semplici e doppie; oppure come quella che a Brù na Bòinne (Irlanda, a partire dal 3200 a.c.) scolpisce spirali doppie, triple, semplici sui grandi massi d’ingresso e circondariali dei tumuli e sugli altari interni dove va a fermarsi il raggio del sole dopo aver percorso il lungo corridoio nel solstizio d’estate. La spirale che la Grande Madre del Neolitico ha spesso per occhi e per segno di sé; la spirale che forse più d’ogni altro simbolo dell’umanità chiude in sé la duplice-opposta direzione della vita: nascita e morte, origine e fine. Ricordando, poi, Roat, che è la memoria a permettere che un io frammentario e in costante mutamento si ri-costituisca e ritorni alla “consueta struttura animale/vitale” identitaria, mi viene da pensare da una parte alla sostanziale enorme fiducia proustiana – e bergsoniana – di potere far ritorno al tempo perduto, nonostante la complessità problematica della recherche; fiducia condivisa, seppure in termini differenti, da tutti coloro che hanno recuperato e fissato la propria realtà in memorie, da Rousseau a Primo Levi. In fondo, anzi non troppo in fondo, sta in questa fiducia anche il recupero del passato –recentissimo o lontanissimo che sia – della storia. Dall’altra parte mi viene in mente quanto del cervello e delle sue funzioni la moderna biologia vada scoprendo, mettendo sempre più in discussione la reale consistenza dell’io, della volontà, della scelta, del ricordo. Passando di corsa per Lacan, Freud, Jankelévitch, infine Roat pare trovare una provvisoria sosta in una epoché, una sospensione di giudizio che, se riecheggia l’indicazione di Meister Eckhart per l’“uomo religioso” (“Niente vuole, niente sa, niente ha”), però si ancora, si sostanzia in un forte riferimento all’eterno ritorno nicciano, interpretato come l’eternamente darsi dell’ “attimo o presente” sempre “eguale a se stesso” pur nel mutamento che è solo apparenza. Quindi il mutamento non è una perdita, qualcosa che smette di esistere, che c’era e poi non c’è più, perché ciò che appare, è, esiste, non è falso o inferiore rispetto a qualcosa di statico, fisso, che resterebbe nascosto. L’eterno ritorno, infine, è il ripetersi dell’essere in continuo divenire, in mutamento, senza una direzione ideale per Nietzche che ne faccia rintracciare un senso. Un’ancora molto mobile, come si intuisce e si vedrà in tutti i passaggi caudini dei capitoli a venire. Perché dietro questi ritorni, eterni, possibili, impossibili che siano, s’annida la più sconvolgente qualità del reale: l’impermanenza. 1.Orfeo o della tracotanza di pretendere il ritorno dal regno dei morti Non poteva non cominciare Roat dal ritorno per eccellenza più auspicato dall’umanità, quello dalla morte. I primi segni di un pensiero umanoide che si solleva al sovrasensibile, al metafisico sono i riti funerari, che non avrebbero ragione di essere se non nel desiderio di una qualche forma di conservazione/permanenza oltre la morte, se non proprio di un ritorno da essa. Pochissimi gli antichi eroi mitici o epici ad avere accesso al mondo dei morti, ancora meno e in genere semidei o dei come Osiride (ad opera di Iside, non a caso, potentissima immagine di Dea Madre) a fare ritorno dalla morte. Alla resurrezione dei morti nella fine dei tempi secondo il Cristianesimo, nonché alle resurrezioni miracolose di e operate da Gesù saranno dedicati due dei capitoli per me più coinvolgenti del libro di Roat. Aggiungo che nel nostro distopico antropocene occidentale (ma forse non solo) ci sono segni di perdita di valore di questo che fu uno dei sogni più potenti dell’umanità: il culto dei morti va sempre più esteriorizzandosi in formalità sociale, espletato né più né meno che come un pagamento di tasse inevitabile, dove l’apparenza e l’adeguamento a convenzioni sono più importanti del caro defunto; non a caso anche l’inaccessibilità all’oltre della morte, nonché il ritorno da essa sono stati, già a partire dai goticismi ottocenteschi, ormai del tutto violati, con l’incursione in entrambe le direzioni di ‘morti viventi/zombi’, di fantasmi, di ‘sporchi’ eroi in lotta con demoni vari in un ‘va e vieni’ da Inferi e/o Paradiso, di quotidianissime eroine con incarichi da ufficio-reclami-e-spedizioni a cui i defunti possono/devono rivolgersi, raccontati nei vari modi disponibili oggi all’immaginario collettivoii

(…) continua qui  Riflessioni su saggio Roat mito.28.8.20

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Francesco Roat, Miti miraggi e realtà del ritorno- Moretti & Vitali 2020

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