L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE- Milena Nicolini: Non si muore solo sui gommoni

dalla moldavia fino a qui

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Cosa sarà passato per gli occhi di Diana Scripnic mentre moriva sull’asfalto?

È il 4 settembre 2020. Un pullman che corre dalla Moldovia all’Italia, pieno di donne giovani e non più giovani, chiamate, attese, agognate da famiglie che hanno da trasbordare alle loro braccia carichi pesantissimi di vecchi, malati, dementi. Col Covid si sono assottigliate le schiere delle badanti, costrette da quarantene, interruzioni di frontiere, morti di assistiti contagiati, a tornare a casa, a stare lontane dal possibile lavoro. Ma per molte non è possibile resistere troppo: i soldi delle rimesse finiscono presto in paesi poverissimi dove tutto si paga, dai più elementari ai più complessi interventi di assistenza sociale. E allora si riparte, con qualsiasi mezzo, clandestino, semiclandestino o semplicemente caro arrabbiato, purché vada verso l’Eldorado del badantato, delle notti in bianco, delle gambe traballanti da sostenere, delle bocche da nutrire, delle feci da pulire, delle mani da tenere per qualche istante ferme senza tremito. E’ appena stata fatta la sosta dello scarno pasto compreso nel biglietto. Appena di là dal confine con la Romania, pochi chilometri dentro l’Ungheria. Voci concitate sul pullman. Dicono che c’è una che sta male. Dicono di fermarsi. Diana ha 34 anni appena compiuti, una morettina dal viso già solido di chi conosce sacrifici e lavoro. Ma per lei il viaggio verso l’Italia, è la prima volta. Una sostituzione a Mantova. E’ stato necessario perché a casa hanno un bisogno grandissimo. Dalla Moldovia – come da molti altri paesi –sono quasi sempre le donne che si prendono su, fanno fagotto e partono per chissà dove purché ci sia lavoro. Lei c’ha il marito, Vasile,  all’ultimo stadio della tisi, e tre ragazzine –Marcela, Mihaela, Daniela – tra l’infanzia e la primissima adolescenza, che hanno bisogno di tutto. Il suo paese Hoghineşti, in provincia di Călăraşi, una volta era florido, pieno di gente, mentre adesso s’è ridotto a poche migliaia di vecchi e bambini, senza nessuna possibilità di lavoro; anche i campi e i frutteti, che almeno davano qualcosa da mangiare, quest’anno con la siccità e il caldo mortifero, non hanno dato né mais, né frutta, né ortaggi; per non dimenticare il Corona Virus che anche lì impazza quasi senza opposizione. Diana respira male, la fanno scendere dal pullman, l’adagiano per terra, sull’asfalto. E lei muore. Poi arriveranno i poliziotti ungheresi e la metteranno in uno di quei sacchi che si vedono nei telefilm – “Andate voi!, niente più sosta qui, andate!, qui ci pensiamo noi.” E la portano via. Diranno: infarto, ma di sicuro non le hanno fatto l’autopsia, perché è una straniera, già molto se la mettono in cella frigorifera. Comunque, 5000 euro per venire a riprendersela. Quasi un business. In Moldovia con quei soldi lì ci compri un quarto di casa completa di pozzo, giardino, prati intorno. Parte subito la rete solidale delle badanti e al momento in cui io scrivo sono arrivati a 2620 euro:  il ritorno per metà di Diana. L’amore e il dolore, lo so, faranno il miracolo. Ci tornerà tutta intera a riposare nel suo cimitero di  Hoghineşti, e avrà comunque uno di quei funerali che fanno là, dove l’intero paese è chiamato a stare vicino a chi va alla sua tomba. Le sue ragazzine avranno dove andare a piangere e a piangere. L’avevano salutata mezzo in lacrime, mezzo sorridenti:  tanto tornava dopo un mese e avrebbe portato delle belle cose dall’Italia… 

Ricordatevi di Diana, ricordiamoci di Diana, così, ogni tanto, magari mentre guardiamo la nostra badante come una cosa comune, consueta della nostra casa. Perché invece no, le sue radici sono lontane, i suoi pensieri sempre puntati là da dove viene, perché lei quasi sempre ha fatto tanta fatica e vissuto tanto dolore per venire qui ad esserci utile. Allora lei ci è, deve esserci immensamente giustamente straniera, che vuol dire riconoscerle una vita sua, speranze, prospettive sue, problemi e preoccupazioni suoi, che non conosciamo neanche se crediamo di sì. E l’unica cosa che bisognerebbe fare con queste straniere sarebbe di mettersi muti a guardarle nella disponibilità a immettersi nei nostri usi, nella nostra lingua come fosse la faccenda più semplice del mondo, e insieme vederle nella loro diversità, che ci regalano discretamente, a piccoli tratti, magari timorose di dimostrarsi troppo lontane da noi. Quindi imparare da loro l’accoglienza. Davvero l’accoglienza. Quando vanno incontro ai nostri malati, li sorreggono, li tengono come bimbi da accudire. Quando sono capaci di affezionarsi, di volere bene. “Mi ricorda mia nonna.”, mi diceva un’inserviente d’una casa per anziani, che pur nella corsa affannata degli impegni non dimenticava mai una carezza qua e una parola là.  Imparare da loro la disponibilità, l’apertura. Quando devono affrontare situazioni per chiunque difficilissime, quando devono abituarsi a noi, che siamo spesso intolleranti, irascibili, pretenziosi, indifferenti. Sarebbe un bell’incominciare. E a nessuno venga in mente di elencare difetti, eventuali colpe, problemi portati da alcune. Fin dall’origine dei tempi umani c’è stato un qualche Caino, che però, guarda caso, Dio stesso proibì di ‘toccare’: Lui vedeva molto più in là e molto più profondamente delle sue  creature e nelle sue creature. 

Non lo sappiamo e neanche possiamo immaginarlo, ma io spero che per gli occhi di Diana corressero le sue figlie, nei boschi, nei prati, nel cielo di  Hoghineşti. Che fossero proprio loro, con le loro vestine, le trecce, i brufoli. Che anche, però, somigliassero un poco a tua figlia, e a tua nipote, e alla ragazzina che sta di fronte alla tua porta, e a.

Milena Nicolini

     

2 Comments

  1. grazie per questo contributo, abbiamo tutti, o quasi tutti, avuto a che fare con badanti straniere, ed è un consiglio prezioso l’invito a considerare radici diverse di appartenenza, da lì nascono rispetto ed empatia

  2. Sono sinceramente toccato dalle tue parole, Milena. Anche nella nostra famiglia c’è una Diana che si chiama Vittoria e arriva dalla Polonia, dove ha un marito malato, figli, nipoti. Ci ha raccontato delle sue traversate in pulmini stipati di persone che non non fanno soste nemmeno per pisciare, però ogni volta che torna in Italia porta una scatola di cioccolatini a nostra figlia. Ed è vera e forte la riflessione che tu fai su questa accoglienza rovesciata, sulla disponibilità loro a imparare e a sorreggerci e sul livellamento ipocrita che noi facciamo rispetto alle origini, alle radici, alle relazioni, alla vita altra di queste donne rispetto all’impiego sussidiario che hanno nelle nostre famiglie. Io vorrei che Diana tornasse indietro intera, che intera fosse pianta e ricordata, che intera riempisse le nostre coscienze. Dicci come possiamo dare il nostro contributo.

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