DENTRO GLI EVENTI- Milena Nicolini: 9 gennaio 1950, La memoria di una città. Una mostra a 70 anni dall’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena.

9 gennaio 1950, la memoria della città. Una mostra a 70 anni dall’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena.

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A Modena, il 9 gennaio si è inaugurata una mostra, a cura di un comitato promotore e organizzatore costituito dalla Lega Spi quartiere 1 e 2 e Centro storico, sostenuto dalla CGIL di Modena, con la collaborazione di AGOModena Fabbriche Culturali e dell’Archivio Storico della CGIL, con l’adesione della CISL e della UIL,  col patrocinio del Comune di Modena e della Regione Emilia-Romagna.Ma soprattutto con l’assiduo lavoro di molti volontari che hanno messo i loro diversi talenti al servizio della ricerca di documentazione e della concreta realizzazione dei vari momenti della Mostra che si tiene a Modena, presso Ago, Largo Porta Sant’Agostino, 228, e via Berengario, 20, dal 9 gennaio all’8 marzo 2020, con i seguenti orari di apertura: mercoledì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 18; sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.30.

Il 9 gennaio di 70 anni fa, a Modena ci fu l’eccidio delle Fonderie Riunite di Adolfo Orsi. Sei operai: Renzo Bersani di 20 anni, Angelo Appiani di 30 anni, Roberto Rovatti di 36 anni, Arturo Malagoli di 21 anni, Arturo Chiappelli di 43 anni, Ennio Garagnani di 21 anni furono uccisi e più di 200 altri uomini e donne feriti dalle pallottole dei reparti speciali della polizia e dei carabinieri, fatti affluire a Modena dal Prefetto Laura e dal Questore Musco col benestare del Ministro dell’Interno Mario Scelba. Erano gli anni del dopoguerra, della difficile ricostruzione, della disoccupazione dilagante, quindi della miseria e della fame per i ceti più poveri. E Modena era una delle città più povere – e più rosse – d’Italia. Un’Italia violentemente divisa tra i democristiani di De Gasperi, che avevano vinto le elezioni del 1948 sull’onda dell’opposizione al pericolo rosso, e i comunisti sconfitti di Togliatti, che, ferito in un attentato poco dopo le elezioni, impedì ai suoi una reazione violenta che  in quel clima arroventato avrebbe potuto innescare una guerra civile. C’era stato un accordo tra il Comitato di Liberazione Nazionale e la Confindustria per dare aiuto ai tanti disoccupati del dopoguerra: le aziende pubbliche e private accettavano di assumere il dieci per cento in più dei lavoratori necessari per almeno 4 mesi. Se a Modena, in alcuni casi, le aziende, poi, avevano assorbito l’‘imponibile’ in più assumendolo regolarmente, molte altre, invece, erano ricorse alla ‘serrata’ per liberarsene definitivamente e per licenziare gli operai sindacalmente e politicamente più attivi. Così aveva fatto Adolfo Orsi dal 5 dicembre del 1949. I 560 disoccupati, per tutto quel dicembre, non avevano mai smesso di tenere un picchetto davanti alla fabbrica, insistendo sui loro diritti, che erano il vero motivo della serrata: rappresentanza sindacale interna, libertà di riunione, ritmi di lavoro tollerabili. Nelle fotografie li si vede davanti ai cancelli, mentre mangiano qualcosa da magre gavette d’alluminio, magari portate dalla donna lì a fianco che magari viene da una casa vicina: infatti  la gente della Crocetta è tutta solidale con loro, li aiuta come può, anche perché non pochi dei ‘serrati fuori’ da Orsi abitano lì. Nelle foto, poi, ci sono dei bambini, sparuti magrissimi tutt’occhi curiosi e vivaci, che imparano quasi giocando com’è dura la vita e come si fa a non mollare. Spesso i militi vengono a provocare, a dar fastidio, ma non succede il peggio. Il 28 dicembre compare sui muri della città un manifesto di Orsi che dice che riaprirà le Fonderie il 9 gennaio, che prenderà a lavorare 250 nuovi dipendenti, che chi vuole può fare domanda di assunzione, ma che sarà lui a decidere chi fuori e chi dentro. Alcuni tentativi di trattare, anche con la mediazione del sindaco Corassori, vanno a vuoto. Allora viene proclamato lo sciopero generale di 8 ore di tutte le categorie nella provincia di Modena per il 9 gennaio, a partire dalle ore 10. E’ prevista una manifestazione davanti alla fabbrica per protestare contro le direttive di Orsi. Affluiscono da Padova, dal Friuli, dalla Toscana tra i 1500 e i 2000 agenti di gruppi specializzati nella repressione di ‘sommosse’, con autoblindo, camion attrezzati, jeep, armati come in guerra. Si saprà dopo che Prefetto e Questore denunciavano un grave pericolo di azione violenta e armata tesa all’occupazione della fabbrica di Orsi. Alcuni, informati nelle riunioni degli imprenditori, come Enzo Ferrari – sì, quello della ‘rossa’ di Maranello –, avvisano i sindacalisti che le forze ‘dell’ordine’ si preparano a una repressione sanguinaria, che gli spareranno addosso a quelli che si avvicineranno alla fabbrica. Si pensa di spostare la manifestazione in una piazza, ma nessuno spazio pubblico è concesso. Nell’assemblea dei lavoratori delle Fonderie che alle 6 del mattino del 9 gennaio si tiene al vicino circolo Sirenella, si viene a sapere che, invece di riaprire la fabbrica, Orsi l’ha fatta occupare non da nuovi operai, ma da militi pronti a sparare. Decidono di evitare la trappola: nessuno deve avvicinarsi troppo da far pensare a tentativi di occupazione, bisogna rifiutare ogni provocazione dei militi. Intanto si tratterà per avere un altro spazio dove manifestare. Arriva gente da tutte le parti, spesso scegliendo la campagna per evitare i posti di blocco, fino ad arrivare nei pressi della fabbrica. Alcuni cartelli, alcune sciarpe rosse, nessun’arma – come sarà dimostrato in seguito nel processo intestato contro trentaquattro lavoratori, che, feriti gravemente e portati all’ospedale, verranno arrestati per “resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico”. Ne cercheranno a lungo, le forze dell’ordine, di “corpi del reato”, nei dintorni della fabbrica, nel primo pomeriggio del 9 gennaio,  ma non troveranno niente, perché armi non ce n’erano. Nessun ferito tra i militi, solo escoriazioni per uno caduto da solo dal camion, essendo mezzo ubriaco. Perché, ci dice uno che lavorava al Grottino, ristorante del Centro di Modena, era dalla mattina presto che i militi entravano a gruppi per bere e uscivano sbronzi. Non ci fu uno ‘scontro’, afferma Eliseo Ferrari, della Fiom, che ha presieduto l’assemblea della Sirenella, quella mattina alle sei: perché avevano saputo della fabbrica occupata dai militi e che il posto solito dei picchetti era presidiato dalla polizia e che bisognava anche stare  lontano dall’ingresso della fabbrica, dove c’erano dei militi armati fino ai denti pronti a sparare.

Erano appena passate le dieci: un gruppetto d’una decina di operai si trova vicino al muro di recinzione della Fonderia; c’è uno scambio di battute coi carabinieri che stanno dentro, forse non proprio concilianti, ma comunque solo parole. Uno, però, dei carabinieri, punta la pistola e a freddo colpisce al petto Angelo Appiani. Poi cominciano i colpi dal terrazzo sul tetto della fabbrica verso la gente che sta ferma in Ciro Menotti, di là dal passaggio a livello, non pericolosa, inerme. Come grani di tempesta: urla, feriti, sangue. Col nome che li unisce, Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli, la morte li prende insieme a poca distanza l’uno dall’altro. Dice Eliseo Ferrari che l’asfalto è rosso di sangue. I feriti cercano di scappare per non essere arrestati, ci sono alcuni che aiutano, portano a un riparo possibile, fanno bende con i fazzoletti e le maglie per fermare le emorragie, mentre il fuoco dall’alto non smette. Roberto Rovatti, circa mezz’ora dopo gli spari, è in via Santa Caterina, che è una strada di campagna, fiancheggia la fabbrica a un centinaio di metri; lui sta all’altezza della Chiesa, quasi a mezzo chilometro da dove hanno sparato. Con un cartello in mano e la sua bella sciarpa rossa attorno al collo. Arriva un gruppo di carabinieri, lo buttano dentro al fosso, cominciano a colpirlo con i calci dei fucili, lo massacrano e poi gli sparano a bruciapelo il colpo di grazia, senza che lui abbia tentato una qualche resistenza. La gente comincia a cercare di allontanarsi, lungo Ciro Menotti, verso la via Emilia, perché adesso, ormai a quasi due ore dai primi uccisi, continuano i colpi dalle autoblindo in corsa, dai cecchini appostati agli angoli delle case. Ennio Garagnani è colpito a morte. Poco più in là, Renzo Bersani, mentre attraversa la strada, è preso di mira da un milite che molti diranno di aver visto inginocchiarsi sull’asfalto a 150 metri, prendere con fredda calma la mira e sparare con precisione di morte.

Poi tutto il resto. La piazza infine concessa per la manifestazione, i funerali – basta andare in rete e cercare ‘I fatti di Modena’ di Carlo Lizzani, film disponibile immediatamente, capace di rendere il dolore di quei momenti –, il ringraziamento e i premi da parte di Mario Scelba ai militi che hanno così giustamente difeso l’ordine. E poi il processo che si risolverà con un’assoluzione con formula piena, ma che terrà i trentaquattro lavoratori imputati in galera per ben due anni. Se saranno smascherate tutte le montature messe in atto dai funzionari di polizia, che saranno solo redarguiti per “l’uso troppo frettoloso delle armi”, però nessuno di quelli che spararono per uccidere e ferire, nessuno di quelli che diedero gli ordini, fu individuato e condannato. Alle famiglie degli uccisi lo Stato concesse un risarcimento economico. C’era compresa dentro la passione per il ballo di Ennio, “il più bravo bughista della contrada”, che aveva saputo superare con le giravolte della musica l’handicap alla gamba, provocatogli da un grave incidente da bambino. E c’era l’affetto dei suoi quattro fratelli che aveva riempito il vuoto lasciato dalla morte della madre. C’era la soddisfazione di Angelo per la Vilma che dopo anni di sacrifici per le cure era guarita da quella interminabile tosse con la febbre e c’era l’eco di quell’ “arrivederci” a suo figlio, e di quel “mi sento che non succederà niente” a sua mamma e alla Vilma. C’era la scelta di fare il partigiano del montanaro Chiappelli e poi, con la pace, quella di venire giù da solo, lasciando su la famiglia, per tentare di trovare un lavoro, uno qualsiasi, ma da operaio sarebbe stato il meglio, chissà forse anche proprio in quelle Fonderie Riunite lì. E c’era la voglia di migliorare il mondo e di fare uscire dalla miseria tutta la sua grossa famiglia –   nove tra fratelli e sorelle, più i vecchi genitori di Arturo Malagoli, che aveva solo un vizio: il vestito della festa, lo voleva stirato col ferro ardente e con la pezza bagnata, perché non andasse via la piega. C’era la preoccupazione di Roberto per la sua mamma che la guerra l’aveva fatta andare via di testa, ma in compenso c’era il progetto per il matrimonio ormai lì lì da realizzare, in primavera, visto che il lavoro ce l’aveva, da operaio. E c’era l’entusiasmo che Renzo aveva imparato da una famiglia che nella lotta antifascista si era impegnata tutt’intera al massimo – fratelli, sorella, genitori – pagandole proprie scelte al prezzo più alto: la vita di un figlio, Bruno, fucilato da partigiano. C’erano compresi in quel risarcimento i loro sogni, le loro prospettive, le loro possibilità di futuro.

Ma non si è chiusa con la morte la loro vita. Non solo per i visi e le date sul cippo che oggi si accampa rosso di fianco ai ruderi delle Fonderie o per quella data fatidica – 9 gennaio 1950 –  che dà nome a una via e ad una struttura per anziani della città. Piuttosto per quello Statuto dei lavoratori che dopo vent’anni dal ‘50, il 20 di maggio, è diventato legge e che loro hanno cominciato a scrivere. Piuttosto per quei ragazzi che vanno alla Mostra, guardano, leggono e poi, magari, vanno a fare le sardine in piazza; o per quegli altri che come Greta si mettono a pretendere un futuro per loro e per la terra. Per tutti quelli che ancora patiscono le angherie della disoccupazione, della sottoccupazione, dello sfruttamento, della discriminazione, angherie tornate ai livelli brutali di tempi che si era creduto definitivamente superati.

Milena Nicolini

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Bibliografia

Eliseo Ferrari, A sangue freddo, Edizioni Libertà, Roma 2005

Lorenzo Bertucelli, All’alba della Repubblica, Modena 9 gennaio 1950. L’eccidio delle Fonderie Riunite., Edizioni Unicopli, Milano 2012

Francesco Tinelli, Era il vento non era la folla, Eccidio di Modena, 9 gennaio 1950, Bebert edizioni, Bologna 2015

 

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