TESTI E PRETESTI -Paolo Gera : La canzone vincitrice del sessantasettesimo festival di San Remo

 james hillman- senex et puer

In questa rubrica si cerca di portare alla luce esempi di scrittura non letteraria che hanno comunque una forte connnotazione comunicativa e la cui diffusione è sostanzialmente universale, come è successo in numeri precedenti con gli annunci erotici o le scritte sul muro. L’obbiettivo dei miei articoli è anche quello di osservare i processi di osmosi tra cultura alta e cultura bassa, tipici della nostra epoca democratica popolare consumistica. Archetipicamente il nostro tempo è dominato dalla figura del Puer Aeternus, opposto e complementare a quella del Senex: il Puer abbassa, deride, gioca  con i concetti etici, religiosi, morali sviluppati dal Senex. “Il Verbo prende parte al pettegolezzo e alla chiacchiera”, come scrive James Hillman, che queste figure archetipiche , ispirandosi all’opera di C.G.Jung, ha studiato e  indicato come essenziali per la comprensione delle nostre dinamiche psicologiche. Molto seriamente e molto giocosamente in questo numero analizzerò dunque la canzone vincitrice del Festival di Sanremo. Di Gabbani, Gabbani, Ilacqua, Chiaravalli, “Occidentali’s Karma”. Canta Francesco Gabbani.
Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico.
Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo.
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili.
AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili.
Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.
AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.
Namasté Alé
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.

 

Il testo di Gabbani non possiede in effetti nessun distacco critico dalla citata tuttologia del Web, ma, nell’ironia che lo contraddistingue, si immola e si lascia tranquillamente risucchiare dal frullatore che frantuma citazioni e centrifuga pillole di sapere. Andiamo con ordine. L’ apertura assolutamente popolare si riferisce al dubbio amletico: chi non conosce “essere o non essere?”. Anche i bambini delle elementari, suvvia. Ma l’antitesi che il testo indica è in qualche modo spiazzante e si offre ad osservazioni che possono portare a sviluppi interessanti: essere o dover essere. Ora “dover essere” è una categoria trascendentale che trae linfa dalla filosofia di Kant, ma che trova la sua definizione sostanziale ad opera di un filosofo del secolo scorso, Hans Kelsen; in tedesco il “dover essere” si intende con “Sollen”: “Il Sollen giuridico è una categoria trascendentale, puramente formale, apponibile a qualsiasi contenuto, quindi estraneo alle pretese di assolutezza del dovere morale né legato a particolari valori di giustizia, per sé non determinabili per via razionale. Il diritto cessa pertanto d’esser considerato depositario di un ordine divino o di una moralità naturale, secondo il tradizionale insegnamento delle teorie giusnaturalistiche, e appare solo come una specifica tecnica sociale riguardante l’uso della forza per raggiungere uno (qualunque) stato sociale desiderato.
(http://www.treccani.it/enciclopedia/hans-kelsen_(Dizionario-di-filosofia)/)

Caspita! Ci sta. Il testo di Gabbani parla appunto di evoluzionismo sociale, di come i nuovi media informatici possano diventare il trampolino di lancio per una fittizia affermazione sociale. Gabbani conosce Hans Kelsen? E perché no?  Più avanti è addirittura Marx a essere invitato all’allegro banchetto quando il web, nuova religione, è definito “coca dei popoli, oppio dei poveri”. Nelle canzoni citazioniste, da Battiato a Elio e le Storie Tese, possono essere introdotti con la  leggerezza necessaria a ritmi e rime, argomenti di cultura alta che saranno ripetuti per strada nell’ossessione della melodia, senza preoccuparci minimamente del contesto originario o della fonte. Sotto la doccia la fonte non importa. L’alternanza tra alto e basso e la sintesi pop che ne consegue è rintracciabile nei versi: “ comunque vada panta rei e singing in the rain”. Da Eraclito al celebre musical con Gene Kelly con l’acqua come elemento unificatore. Non male. Infine la canzone si lancia in quello che è il suo destino concettuale, annunciato sin dal titolo : l’incontro demenziale tra  mistica orientale e consumismo occidentale: “lezioni di nirvana/c’è il Buddha  in fila indiana”, è un’immagine appropriata ed evocativa della contemporanea desacralizzazione religiosa e del numero esponenziale di seguaci modaioli iscritti in questi anni  a corsi di armonia esistenziale nelle sue varie declinazioni meditative, gastronomiche, sessuali. Ma quando ci si spinge troppo in alto con l’elevazione spirituale, ecco che  gli impulsi  basici ritornano e “la scimmia nuda balla”. Negli anni settanta fece appunto furore un libro dell’etologo inglese Desmond Morris che come titolo portava appunto “La scimmia nuda”. Nel libro si sosteneva che pur essendosi liberato dall’eccesso di peli, l’uomo difende il proprio territorio ed aggredisce i suoi simili esattamente come gli altri primati da cui in apparenza si è evoluto. Il ritmo scatenato della musica ha una pausa funebre e Gabbani si inginocchia  contrito e canta: “ quando la vita si distrae cadono gli uomini”.  Ma al grido da stadio esotico “Namasté Alé”, “ la scimmia si rialza“ e riprende il suo balletto vorticoso sino all’esplosione finale.


In sintesi, la canzone vincitrice del  festival di Sanremo :

1) denuncia l’evoluzionismo sociale ritornato in auge con l’avvento dei social network e la  smodata ricerca di esibizionismo dei suoi adepti;
2) riprende concetti di cultura alta e li espone nei modi propri di una canzonetta citazionista;
3) in particolare sviluppa in modo caricaturale  i concetti dell’incontro tra cultura orientale ed occidentale nei suoi esiti puramente consumistici e richiama l’idea sviluppata da Desmond Morris ne “ La scimmia nuda”.

Detto così tutto appare estremamente noioso, ma chi ha ascoltato “Occidentali’s Karma” sa che il motivo è assai orecchiabile e che è difficilissimo sottrarsi all’ossessione della sua melodia. La si canticchia, la si fischietta, addirittura si prova ad imitare il balletto che ne accompagna il motivo. Eccoci preda ancora una volta della più vorace massificazione! Ma a che pro arroccarsi su posizioni intellettualistiche e rifiutare a priori la canzonetta di consumo? Intanto il più fine tra i nostri intellettuali, quando nel 1964 il fenomeno stava appunto esplodendo, lo analizzò approfonditamente in “Apocalittici e integrati”, nella sezione “I suoni e le immagini”. Umberto Eco non storceva mai il naso di fronte alle manifestazioni in apparenza triviali della società dei consumi, ma cercava di capirne e di analizzarne le ragioni attraverso gli strumenti della semiotica e di un’enciclopedica cultura. Che oggi le canzoni non si ascoltino più attraverso un juekebox o un apparecchio radiofonico , ma  che piuttosto siano fruibili e scaricabili come file elettronici, non cambia il succo del discorso che è ancora attuale e condivisibile. Secondo Eco si tratta dunque, a proposito della musica  di evasione e di intrattenimento, “di quella tendenza primitiva ( che emerge anche nel più colto di noi), che ci porta a fruire, durante la giornata, di quei momenti di riposo e distensione in cui l’appello elementare di un ritmo ripetuto, di un gioco già conosciuto, di uno scherzo verbale o un modello narrativo senza imprevisti, si rivela come complemento indispensabile di una vita psichica equilibrata” (U. Eco, Apocalittici e integrati,Bompiani, Milano 1987, p.282). La funzione catartica di questo tipo di esperienza viene sottolineata da Eco poche righe dopo questo passo: “Il fatto che la canzone di consumo possa attirarci grazie a una imperiosa agogica del ritmo, che interviene a dosare e a dirigere i miei riflessi, può costituire un valore indispensabile, che tutte le società sane hanno perseguito e che costituisce il normale canale di sfogo per una serie di tensioni” (ibid., p.283).
Ecco: tendenza primitiva, ritmo, sfogo di tensioni. A farsi possedere dal ritmo della musica – e non è importante che il suono sia colto o popolare, Beethoven o Baggiani – non si diventa più stupidi, ma si risponde al richiamo di un’esigenza ancestrale, studiata da Friedrich Nietzsche e diventata cardine della sua concezione filosofica. In una situazione simile al panico l’integrità dell’io individuale si rompe, sovrastato dal richiamo delle pulsazioni della terra e della sua riconsegna alle spire dell’indifferenziato originario. Nietzsche in questo senso accomuna il mito tragico e la musica. “ Il godimento che il mito tragico produce ha una patria uguale a quella della gioiosa sensazione della dissonanza nella musica. Il dionisiaco, con la sua gioia originaria percepita anche nel dolore, è il grembo comune della musica e del mito tragico”. ( F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Considerazioni inattuali I-III, Adelphi, Milano 1976, p. 159).

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La musica ha una forza trascinatrice che può comunicare gioia anche nella sofferenza. L’uso del termine “grembo” – questa, almeno è la traduzione di Sossio Giametta – , mi riconduce al libro “ La melodia ossessiva” di Philippe Lacoue-Labarthe. In questo breve testo l’autore francese parte dallo studio di Theodor Reik, collaboratore di Freud, sull’aria della corale alla fine della Seconda Sinfonia di Mahler, riuscendo poi a sviluppare un’interessante sintesi tra le osservazioni di Nietzsche e quelle del padre della psicanalisi. Freud in “Psicopatologia della vita quotidiana” ha studiato i casi di pazienti ossessionati da un’aria musicale che li tormenta giorno e notte e di cui non riescono a liberarsi. Ma in una prospettiva per così dire omeopatica quello che ferisce ed è vicino alla morte può ricondurre alla condizione originaria pre-natale: all’inizio era il ritmo. Così Lacoue-Labarthe alla fine della sua opera riprende il pensiero di un altro discepolo di Freud, Georg Groddeck, che nel suo saggio “Musica e inconscio” del 1925, ha scritto questo: “I dati fisiologici del periodo precedente la nascita, durante il quale il bambino non può scoprire attraverso le sue impressioni altro che il ritmo regolare dell cuore materno e del suo, mettono in luce i mezzi di cui si serve la natura per infondere tanto profondamente nell’uomo il senso dellla musica(…). Puo’ essere ben comprensibile che il bilanciarsi del bambino nel corpo materno sopraggiunge con la comparsa del ritmo e della cadenza. A questa constatazione – e cioè che il senso musicale ha la sua origine prima della nascita – si collega una considerazione che si spinge molto più lontano: il musicale è un patrimonio indistruttibile dell’uomo e dimora in ogni uomo dal tempo di Adamo ed Eva, perché (…) la musica può servirsi del rumore ma altrettanto spesso essa è muta, può essere intesa, ma può anche essere vista, essa è essenzialmente ritmo e cadenza e, in quanto tale, si trova ancorata nelle più grandi profondità dell’umano.” ( in P. Lacoue-Labarthe, La melodia ossessiva, Feltrinelli, Milano 1979, pp.94-95).
Lacoue-Labarthe conclude che “ ogni anima è un nodo ritmico. Noi (“noi”) siamo ritmati.”  (ibid., p.89). Ma se il nodo ritmico che ci avviluppa presenta in modo spudorato i segni di una falsificazione e la macchina da cui siamo inglobati, più che liberarci, ci massifica e ci annichilisce? E dove sono finiti gli indici accusatori della scuola di Francoforte e di Marcuse, gli ammonimenti di McLuhan e di Debord sui messaggi mediatici e la società della spettacolo? C’entra o non c’entra una canzone di Sanremo con il ritmo ancestrale? Quando uno inizia ad avere dubbi sulle sue formulazioni concettuali, non può che ritornare all’esperienza originaria. E l’esperienza è stata questa.
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Sono stanco per una giornata di duro lavoro o forse è una tradizione familiare guardare le serate del Festival di Sanremo per dileggiarne la pomposa messa in scena. Così mi accoccolo sul divano  e seguo con lo sbadiglio la successione delle canzoni. E’ una noia mortale. Non ho voglia di andare a dormire finendo la serata con così scarsa gloria, né d’altra parte ho voglia di reagire cercando gloria in qualcosa di affatto diverso. Le canzoni sono tutte uguali, i cantanti – maschi e femmine – sono manichini tremolanti. Poi arriva un tipo vestito da scimmione e la sua canzone si distingue per originalità. E’ un altro ritmo, perbacco! La cadenza mi prende, mi alzo, inizio ad imitare i suoi gesti assurdi e precisi. Tiro su gli altri che stavano addormentandosi. So che è una trappola, ma non me ne frega niente di evitarla. Mi ci butto dentro. Balliamo come pazzi. Oh, come si sono risvegliate le  vite nel buio della notte! La luce dello schermo proietta le nostre ombre sul muro  e la  casa in un attimo ritorna caverna.

Paolo Gera

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Un pensiero su “TESTI E PRETESTI -Paolo Gera : La canzone vincitrice del sessantasettesimo festival di San Remo

  1. letto con grande interesse e con grande piacere per le riflessioni e i rimandi centrati, che aprono lo sguardo e amplificano l’ascolto. Serve attenzione e anche l’intuizione per cogliere ciò che supera lo sguardo. Grazie. f.

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