ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: I “Versi senza titolo” di Giovanni Stefano Savino

daima

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In queste carte sensibili ho impresso nel corso degli anni la mia attenzione all’opera di Giovanni Stefano Savino. Soprattutto, ho puntato un cono di luce sul suo approccio esistenziale alla scrittura, come atto quotidiano di concentrazione interiore e tenuta della parola, del ritmo, fino al punto, di batterla con massima intensità sul foglio. La preziosità che ho sempre valorizzato è stata proprio questa certezza con cui Savino ha fondato la ritmica dei suoi giorni, ostinatamente, tensivamente, affondando tra i registri dell’intimo. Questa sua impronta poetica e esistenziale è, per me, esemplare nella sua permanente vibrazione. Costituisce la risposta autorevole a una società letteraria che ruota su fatti letterari pubblici, spesso autoreferenziali, e evanescenze di abbagli, non pulsando per questione di vita e di morte, così  come in Savino.

È voce umile, sobria, serissima, scorticata fino a acuti di tenerezza, di autoironia e consapevolezza, dolore rassegnato. Misura con cruda lucidità lo spazio e il tempo dentro cui abita, al punto che, con gli anni, conosciamo noi lettori il passo del suo piede tra le stanze della casa fino al raggiungimento del tavolo da pranzo, lo stesso piano che ospita i tasti per la poesia. Li sentiamo acusticamente questi tasti, mentre il suono delle consonanti e delle vocali si intreccia. Percepiamo la grevità del gesto, il fiato pesante, così come il filo lirico che sgorga.

La finestra aperta dentro Firenze. I suoi pesantissimi quasi cento anni.  La vediamo, e ci sediamo interiormente, quella panchina in Santa Croce. Osserviamo i suoi piedi, da un decennio all’altro, lungo il Lungarno. Lo troviamo in noi il suo cimitero di Trespiano e la buca che lui nomina per la futura accoglienza.

Riconosco il grande lavoro di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, sue amiche poete e editrici, che lo affiancano da tanti anni. Di Gabriella, scomparsa nella Pasqua scorsa, il 27 marzo precisamente, è firmata la copertina con una sua foto.

Anche questo testo è un gesto per ricordarla.

Anna Maria Farabbi

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daima

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XIII

Mi cerco quando scrivo, quando mangio,
quando sono disteso sul mio letto,
quando mi guardo nello specchio serio,
dopo mangiato, nel piatto, non trovo
che un vecchio, un volto sconosciuto. E versi
scrivo e mi perdo e la casa non trovo.
E riconosco dai suoni la piazza,
ed una mano amica attendo, ascolto,
il suono a me noto di campane.

 

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Giovanni Stefano Savino, Versi senza titolo- Gazebo 2017

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