ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: “Il tempo perso in aeroporto”di Lorenzo Foltran. Note di lettura

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Marziani? Extraterrestri? Se da un punto esterno, da un alto o da un punto prospettico che non gioca con l’illusione di una percezione differente, vedessimo le basi aere, quelle da cui prende il volo ogni pensiero, facendo scalo in interporti di tempo diversi, forse non ci sentiremmo tanto differenti da quelli che chiamiamo alieni. Forse tutto assumerebbe un configurazione e una misura senza il peso e la gravità che ora conferiamo alle cose, ferendoci, più che sentendoci al sicuro.

Essenzialmente, come accade nelle sezioni del libro, si tratta di una registrazione di un passaggio, attimi come rive, e da una all’altra, l’attesa, la partenza, importante tanto quanto l’arrivo, che rendono il viaggio il per-corso in un tutt’uno. E’ un orientarsi senza altre stelle che alcune parole, che si-ci rincorrono, si-ci ripetono, avvolgono e sfasciano, mostrando il corpo del tempo, organizzando i frammenti degli istanti in un continuo che svolgendosi si fa storia. Una dilatazione in cui sogno e gioco, memoria e ricordo sono lo schermo in cui i fotogrammi ci proiettano trascinando con loro la vita, i giorni con cui la nostra vita ci lascia sempre in perdita, di qualcuno o qualcosa. I giorni del calendario, a cui leghiamo le attese, le feste, le esperienze funeste, sono dita di mani impotenti, incapaci di trattenere la misura completa di quanto viviamo, ciascuno in sé. Sono, come le parole, un segno che definisce un’assenza, una privazione, un’impermanenza e un migrare da quell’evento, nella corrente di un vento che è dentro di noi, lo scalo di tante partenze, in cui ieri oggi poi sono la posa in opera di un velivolo molto più veloce di qualsiasi trasporto meccanico, è volo aria e vela, una traversata aerea quale solo l’intuizione visionaria del pensiero può concederci, leggio e lettura. Una pro-pulsione in rapide di un fiume che non si ferma, in cui noi siamo gli inerti galleggianti, tra nuvole e stormi di riflessioni, come uccelli in direzione contraria a quella del trasporto. Passare il tempo, diciamo, e ci imbrogliamo da soli nelle maglie di una rete, mentre il fiume del tempo è fluidità senza limiti, se non quelli che noi stessi gli imponiamo, non per scandagliarlo, ma per gua(r)darci dentro. E ogni volta il tic passa in un tac, come a ripetere l’antico assunto di Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. La memoria, il ricordo e l’adesso, non hanno mai la stessa acqua, pur sgorgando dalla stessa f(r)onte e tutto ci mostra guadi e rive inaspettati, in ogni momento e da qualsiasi punto si osservi. Tutto è lontananza, anche quando ci è intimo, quanto il nostro sangue, anch’esso sempre diverso perché generantesi ad ogni respiro.

 Ma perché l’orologio si è fermato
in quel momento, in quel secondo?
Cos’è successo al tempo,sta finendo?
Qualche istante, tre meno un quarto,
Numeri, simboli, date s’affollano
per cercare il senso del fatto.
Un anno fa a quell’ora, quella volta
e il giorno mi sembra lo stesso.
Certo, mi sembra un senso del destino
affinché ne scriva al più presto.
Ma poi con l’occhio ancora sul quadrante:
è solo la pila, è finita.

Solo la materia, con cui cerchiamo di afferrare il sogno, di contenere e tracciare per frammenti di misura lo scorrere del fiume tempo, allargando ogni goccia, dilatandola sullo schermo dello sguardo, crede vanamente di controllarlo, come appunto può fare un controllore di volo. Ma, si sa, anche gli aerei e i viaggi, ancora prima di iniziare, spesso possono avere contra(t)tempi, in-con-venienti, per cui tutto cambia, la visione, la nostra percezione, e il perdere tempo mostra come tutta la nostra vita si gioca su quell’attesa, sull’imprevisto fuori campo, in un gioco di cui non teniamo in mano il pulsante di nessun comando. Ancora come dentro il mito, la leggenda della vita svolge i suoi labirinti e disegna i propri argo-psiconauti, i paesi e i cieli in cui con-fonderci,  all’interno di un segno come dentro un sogno.

The Legend of Zelda
Le gesta, la leggenda si ripete,
il mito che uguale a se stesso resta:
l’eroe e la principessa, la ricerca
di qualcosa diverso dal suo bacio.
Il ragazzo che parte e diventa uomo
dell’esistenza si domanda il senso,
piange la propria terra sulla strada
che lo porta alla fine del suo viaggio
senza l’abbraccio del ritorno a casa.
Altri gli accenti e la lingua ogni volta,
molti sono i villaggi e gli scenari,
i tempi del racconto, le incertezze,
i nomi, i ritmi, le ripetizioni,
gli intrecci della storia e i suoi silenzi.  

A questo punto mi domando quale peso possa avere l’ade di adesso, una breve istantanea di un viaggio frenetico, spesso sconsiderato, che continuamente si volge da un qui a un là e ad esso ci rivolgiamo, come all’acqua di quel fiume mai uguale a se stesso, perché non lo siamo noi, stabili, di attimo in attimo. Momentanei, istantanei, pro(v)visori, tra pennini di scritture da cui ci lasciamo sconvolgere, rivoltare come lombrichi a due teste, e alti pennoni di vele con cui possiamo navigare senza confini dalle profondità di inferi abissi all’esteso mutante cielo, nel budello di galassie e supernove, dove trovare che non siamo noi a scrivere l’immenso, né siamo escrementi o ulcere di disagio in una quotidiana lotteria a tempo, ma nel cosmo, nell’aeroporto planetario di questa sfera terracquea, la materia di un libro che traduce in noi l’universo, in cui tutto è compreso, tutto è una complessa non rettilinea difformità.

Il verme ci fagocita, ci mangia.
Arrancando secerne dalla bocca
costantemente bava, bile gialla.
Digerite le membra ci espelle
e continua nel solco che scava.
Sul finire del giorno cambia rotta,
si gira, torna indietro alla seconda
fase, alla digestione di ritorno.
Ingoia la poltiglia mattutina, 
rimasta a macerare il pomeriggio,
quello che resta della prima corsa.
Nell’intestino l’ultimo passaggio 
scinde, distrugge e assorbe la materia.
Poi rallenta, si ferma e ci defeca. 

 

Fernanda Ferraresso

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Testi tratti da Il tempo perso in aeroporto di Lorenzo Foltran

da Giorni senza calendari – parte prima

Le briciole, la polvere, i capelli
sotto i divani, agli angoli si ammucchiano,
memento mori della consuetudine,
di giorni senza calendari appesi
e condannati, per soffocamento,
a morte tutte le ventiquattro ore.
Siamo io e te in questo conto alla rovescia
come principi dell’equivalenza
alle variabili delle funzioni.
Nel susseguirsi delle cifre a schermo
riportiamo le nostre differenze,
moltiplichiamo rimanendo due.
Risolviamo le nostre sottrazioni
per arrivare insieme al giorno zero.

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La città che promette e non mantiene
come deserti di fontane spente,
miraggi tra l’asfalto, marmi al sole.
Una voce che dice «non andare»,
una felicità tutta teatrale
e che di vero ha solo un palco vuoto.
Di rovina in rovina si è in attesa
della ragazza bella, fresca, frivola
che non ricorda le lusinghe fatte
la sera prima e porta il suo profumo
altrove, nei palazzi di quartiere
o nei vicoli dell’acre suburra.

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Misuro il tempo perso in aeroporto
all’andata e al ritorno.
Deposito, ritiro del bagaglio,
insieme pieno e vuoto,
schiacciato nella stiva con il peso
dei ripetuti addii
di un apolide oppresso dal congedo,
ritornando all’esilio.
Il volo della fine delle feste,
il conto alla rovescia
verso il prossimo imbarco, nuovo viaggio,
con doppio passaporto.
Come turista della propria terra,
il prodigo riflusso.

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Mare nostrum

L’aria che passa, la finestra aperta,
l’occhio si abitua al riflesso dell’acqua.
La marea bassa schiuma sulla terra
sommersa appena da nuova laguna.
Luce diffusa, prima mattina, alba,
la stasi di bonaccia, vele al sole.
Ti vuole a casa il mare in calma piatta,
al tepore del molo, al vecchio porto.
Quando il sartiame è teso e il vento sale
si leva l’ancora a commerci e viaggi.
La corrente ti porta a tele e spezie,
alle coste sabbiose, a lontane isole.
Mercati, lingue, monete, bordelli
si affollano, si mischiano, si disfano.
C’è chi torna all’approdo ricco e pingue,
qualcuno affonda, qualcuno si perde.
Un altro sceglie, resta, prende moglie
a caso, forse ubriaco, forse stanco
di partire, arrivare e ripartire.

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Filo di lana
che dal gomitolo si leva, teso
dal pontile fino alle dita
sul corrimano della nave
in partenza per altri continenti.
L’intreccio come estremo abbraccio,
contatto con la terra in lontananza.
Sfatto il groviglio, nella gola un nodo
resta…

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Oltre la cornice

Giorni che più non sono,
luoghi semidissolti,
sentirli scomparire.
Esistenti a distanza,
città oltre la cornice,
in altri meridiani,
in scale differenti,
continuano a morire.

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Terra, terra di coste e di ricordi
sui cementi, rovine di limoni.
Colonne, capitelli, archi, parenti,
costretti, rassegnati a vivere oggi
dove domani moriranno soli.
Stretta tra mari, fiumi e terremoti,
tangenti e scarti umani,
isola bella solo da lontano,
al riparo di esili volontari.
Senza futuro tremi
e con storie di imperi ti consoli.
Poeti in cerca di rima e di naufragi,
sono ricchi i tuoi porti
di santi declamati senza incensi.

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Il respiro di casa

Sottintese presenze nelle stanze,
di parenti e famigli,
di porte che si chiudono,
di passi, la luce che si spegne,
uno starnuto, il suono di una voce:
il respiro di casa.
Ciascuno con la certezza dell’altro
nelle proprie faccende.
L’illusione che tutto resti tale
domani pomeriggio.
Di quei giorni che lenti si attardavano
resta un bisbiglio calmo,
un silenzio che mormora discreto:
perché non sei rimasto?

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La vita vera s’aggira nel sogno
e gli occhi tremano mentre si chiudono.
Così lo sguardo cerca di fissare
quelle costellazioni di sospiri
che figurano, infuocano la notte
con miti falsi d’altre traduzioni.
Invano cerco di abituarmi all’ombra.
Le stelle fisse dei ricordi sempre
scintillano, altre appena si intravedono,
destinate a cadere nel silenzio.
Scie di dolore, cadono, si spengono
come le lacrime alle prime luci.
Scelgo il riverbero dello scenario,
premo il pulsante e mi lascio dormire.

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da Sogni interattivi- seconda parte

Tetris

Arrivano dal nulla i blocchi problemi,
si incastrano tra loro in forme diverse.
Alcuni più adatti al contesto, al caso,
lentamente si posano e scompaiono.
Senza traccia il passaggio è lasciato
a mattoni e incertezze maggiori.
Aumentano spazi e dilemmi
al ritmo che cresce in potenza
come danza esponenziale
o cadenza sincopata.
Le sagome si accumulano
le linee si moltiplicano
e le geometrie
sommano volumi.
Salta ogni schema
bozza e progetto.
Giunge il caos
e la fine.

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Simcity 2000

Arrivare al confine del quadrato
oltre il quale c’è il vuoto dell’ignoto
e città stato in corsa per la crescita.
Da insediamento a capitale urbana
pianificando grafici e permessi
di costruzione sui lotti e le zone.
Percentuali esplosioni demografiche.
Con l’opzione del tempo più veloce
aumentano i problemi e gli abitanti
a macchia di leopardo sulla carta,
ma l’espansione non si arresta al “pause”.
L’arcologia è la soluzione pratica
alla crisi di spazio e inquinamento,
pompe idrauliche quando l’acqua manca.

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Psychonauts

Nella psiche di ognuno si nascondono
impensabili mostri e paure inconsce,
bagagli emozionali che si perdono
in foreste moderne di non-luoghi.
Si assiste allo spettacolo del circo,
fluorescenti corride, teatri, acrobati.
Si destreggiano nelle megalopoli
o in vicoli di paese e vuoti semplici
tra sterco e foglie secche nei parcheggi.
Presenze lasciano fosfeni impressi
come a occhi chiusi flash e luci azzurre.
Reminiscenze, trame, filamenti,
ragnatele mentali che si tessono
brulicando negli angoli in silenzio.

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da Adesso, terza parte

Costante brucia il fuoco capitale,
acquista, ingordo, sempre più vigore.
Non dal legname prende la sua forza,
ma da continui sacrifici umani.
Il sacerdote non smorza la fiamma
e la pira con nuovi corpi attizza.
Il rogo sale, ma non è abbastanza.
L’incendio le ossa, la carne, divora
e lui stesso è pronto a gettarsi dentro,
la vampa lo controlla, ne è in possesso.
Il lavoro è un rituale, un culto imposto.
La setta incassa le offerte e i tributi,
diffonde la credenza tra la gente.
Le masse sono in coda per la brace.

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Odore di savana, paglia, sterco,
odore di animale perso in gabbia
nelle sale riunioni degli uffici
dove lo schermo è il nuovo domatore
e la frusta il salario che ogni mese
scocca accessoriamente sulle schiene.
In questo circo, ogni bestia impressiona
il padrone con nuovi equilibrismi
per un mangime, una broda decente
mentre il pubblico lancia noccioline
al quadrupede che più lo diverte
e carezza dei bipedi il più triste.
Tornando a casa neppure la doccia
riesce a togliere il puzzo sulla pelle.

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Buco nero che stritola le viscere
e nella cassa toracica gli organi.
Schiaccia l’angoscia contro sterno e costole,
torce, quello che forse chiamano anima.

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Adesso

Un conato, un rigetto mentre il corpo
si sforza a sopportare lo strano essere
in altro tempo, come se il passato
gli fosse appartenuto per un solo
momento, pochi istanti in altro luogo.
Il presente me l’hanno trapiantato.
Il corpo, questo corpo: sono un altro.
A morsi strappo la carne dal braccio.

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NOTA SULL’AUTORE
 
Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre, Lorenzo Foltran si è diplomato in management dei beni e delle attività culturali con un master di secondo livello tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’École Supérieure de Commerce de Paris. Ha lavorato per importanti istituzioni culturali come la Casa delle Letterature (Festival delle Letterature) e l’Institut français (Festival della narrativa francese) a Roma, e la Fête de la Gastronomie e il Pavillon de l’Eau a Parigi, dove attualmente risiedo. Ha pubblicato due raccolte poetiche, entrambe con editori non a pagamento: In tasca la paura di volare (Oèdipus Edizioni, 2018) e Il tempo perso in aeroporto (Graphe Edizioni, 2021). Sue poesie sono state pubblicate in varie riviste letterarie (in Italia e in Francia) come anche nel quotidiano “La Repubblica”.
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Lorenzo Foltran, Il tempo perso in aeroporto– Graphe.it edizioni 2021

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