T9 – LE PAROLE INCOMPLETE- Lamberto Dolce e Paolo Gera dialogano su “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

tomek setowsky

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Lamberto:- Mi ero congedato da pochi mesi e andava peggio di quello che pensavo, quando conobbi Morselli e il suo” DISSIPATIO H.G.”. Ammetto che non sapevo nulla di lui, mi prese questo originale titolo e la crepuscolare trama che, imparai, ribolliva dentro il libro. Comprato e letto in un tempo breve: non mi fece star meglio, anzi, ma mi cambiò la vita. A Morselli quella trama è servita per farla finita per davvero. Devo dire che artista più coerente non l’ho conosciuto. Coerente e lucido.

La prima pagina, un ricordo, tramite relitti fonico- visivi di un mezzo mese prima o mezzo secolo, come ben descrive Morselli uno stato d’animo ormai fuori del tutto che ha perso tutti e che si sta smarrendo del tutto. Io mi ci immersi per smarrirmi con piacere. Circa 15 anni dopo, in un’altra fase crepuscolare della mia vita ripresi “Dissipatio” e tornai a smarrirmi per cercare di guarire di nuovo. Morselli ha trovato nel suicidio suo, quindi dell’umanità, la cura totale.

Paolo:- Poniamo il caso che io non conosca Guido Morselli e di conseguenza questo romanzo e la sua trama. Poniamo che in libreria, scegliendo un volume dagli scaffali, mi sia capitato fra le mani proprio questo e che io, per decidermi a comprarlo, come faccio di solito per ogni nuovo libro, legga l’incipit, la prima pagina. La sensazione è di trovarmi in una dimensione di completo straniamento. Il narratore racconta in prima persona ciò che gli è rimasto: non elementi di una realtà oggettiva, ma, in una prospettiva esclusivamente mentale, solo relitti di ricordi. Subito è forte un distacco di tipo ironico. Un dirottamento è stato sventato, ma una ragazza è stata violentata; parole scritte in inglese che riferiscono di una battuta in voga fra i polacchi: “noi fingiamo di lavorare, lo Stato finge di pagarci”. E poi una bottiglia di whisky, un campo da tennis visto attraverso una lente. C’è un io, c’è un loro fra virgolette, c’è un noi riferito a una popolazione straniera, che potrebbe però esprimere l’estrema deriva di un intero sistema economico-sociale. Anche questa attitudine plurivoca mi spiazza. Siamo di fronte alla realtà o alla finzione?  Questi ‘relitti’ sono parte integrante di una storia che l’autore ci racconterà, erano navi che incrociavano la sua precedente vita o solo schegge che si sono infisse per uno scherzo della memoria nel

suo cervello? Si intuisce che una catastrofe forse irreparabile è avvenuta, che il protagonista ha avuto reazioni diverse rispetto alla sua manifestazione e alla sua indecifrabile permanenza. Si ha voglia di andare avanti a leggere.

Lamberto:- è una prima pagina che dà subito vertigini, annuncia una dimensione nuova, fisica e psicologica, in uno spazio atempore. L’autore conta l’inventario di tutte le emozioni da lui provate in quella nuova dimensione e invita a proseguire con lui in quella sorta di buco nero avvenuto sulla terra. Più avanti, leggendo il suo solitario cammino di ricerca, si avverte sempre più che la terra è uscita dall’antropocene, anche se ancora costretta a far i conti con questa ultima presenza- ombra umana. La specie non è eterna e proprio a uno spirito solitario come quello del protagonista doveva succedere di prenderne atto, quasi uno scherzo del destino si potrebbe pensare, ma l’autore- protagonista non può fermarsi al destino quando nulla è rimasto di quella che era memoria e storia.  

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Dissipatio H.G.- Guido Morselli- estratto dal testo 

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Paolo:- Le prime pagine danno il passo e la misura di tutto quello che sarà il percorso del romanzo, descrizione dell’Armageddon senza spargimento di sangue e con continui scarti, a volte affascinanti a volte francamente cattedratici, tra riflessioni filosofiche,  citazioni colte, critica alla società capitalistica, domande insistite sulla funzione dell’autore. “Andavo ripetendo (toutes choses sont dejà dites, mais comme personne n’ecoute il faut toujours recommencer) che il monologo interiore, tipo esemplare della letteratura d’oggi, nel quale si esalano i mali inconsci e i patemi viscerali, fra ispezioni capillari dell’io e pseudoscontri col non-io, conferma che siamo fermi allo psicologismo del subsentire e del subpensare, che era già artificioso (e noioso) un secolo fa” (p18-19, Adelphi, 1977). “Dissipatio H.G.” ha comunque in sé una sorprendente preveggenza: in questo caso potrei confermare che il subsentire e il subpensare e lo psicologismo d’accatto sono più che mai merce comune nella nostra letteratura e poesia e che gli autori che non chiudono gli occhi di fronte alla realtà sono ancora costrette a ripetere, in uno sforzo triste e sfiancante, le cose che sono già state dette, ma che nessuno ha voluto ascoltare. Sul resto il bersaglio viene centrato più volte, a cominciare dalla fine pulita di tutto il genere umano, vaporizzato e assunto non si sa dove la notte fra il primo e il due giugno, come se l’ecatombe prendesse ispirazione dalla virtualità, dall’etere, dalla disseminazione digitale dei nostri tempi. Ma – per la miseria! – il romanzo è stato scritto nel 1973, quando internet neppure si immaginava cosa fosse! Mi resta questo dubbio fondamentale e risolutivo per la comprensione profonda del romanzo, che ti sottopongo, Lamberto.  Il protagonista decide di togliersi la vita proprio la notte in cui tutta l’umanità è richiamata al Creatore, ma alla fine ritorna sui suoi passi e non si dà quella morte che invece, senza che la richiedessero, colpisce tutti i suoi simili. E se invece il suicidio fosse veramente avvenuto e lui, non ricordandosene, ora giacesse in una condizione di spettro che non gli permette più di cogliere la presenza degli uomini, la loro pienezza, la loro carnalità? Chi è morto veramente? Lui o gli altri? E quando si muore, siamo noi a scomparire agli occhi degli altri o gli altri a scomparire per noi? Ti lascio un compito facile, come vedi.

Lamberto:- Compito facile? Ti ringrazio per l’ironia che serve a stemperare un minimo, visto l’argomento che rischia di farci immergere… compito comunque affascinante. Anche io mi sono chiesto se il protagonista non fosse morto, specie dopo la botta presa in testa, e il racconto appartenga a una sorta di tempo sospeso tra il “di qua e l’aldilà”. Penso però che questa versione sia meno terrorizzante rispetto alla versione che, credo, intenda dare l’autore. Può anche essere una forma di follia improvvisa che acceca solo su ciò che ti ha fatto stare peggio, nel suo caso l’umanità? È un’odissea solipsista tra relitti appunto ormai inutili di quella che è stata la società, cose, oggetti, anche pensieri che hanno fatto la storia. Il protagonista, per follia sua o dissipazione della specie umana, si trova di colpo orfano della storia ed è catapultato dentro la natura (un rimando alla natura che parla a Leopardi in operette morali?), ma con ancora tutti i vizi moderni e bigotti che lo fanno pensare, pensare, pensare. E poi hai ragione Paolo, l’ha scritto prima del ’73 ma, caspita, sembra una fine degna dell’era della rete. Devo dire che non è nuova per l’autore quella di anticipare i tempi, vedi Roma senza papa. Un’altra sensazione: il protagonista è dentro uno shock perenne che intraprende una odissea tra i santuari del presente: caserme, aeroporti e per finire la borsa valori, luogo effimero e virtuale per eccellenza. Cerca tracce di sé mentre cerca prove di esistenza umana?

Paolo:- Credo di sì. Morselli amplifica un assunto che potrebbe essere applicato alla storia di ogni uomo. Non siamo forse costantemente alla ricerca di tracce di noi stessi, tracce che possano testimoniare in maniera incontrovertibile la nostra presenza in mezzo al non essere e un significato che possa calmare il senso della transitorietà che ci è connaturato? Mi hanno colpito le parole che lo scrittore riferisce al personaggio di Mylius, con cui il protagonista ha un serrato dialogo: “Occorre partire dalla premessa realistica di ciò che significa per noi essere morti. Impartecipazione al mondo esterno, insensibilità, indifferenza. Stabilito che la morte è questo, si conclude che la vita le assomiglia, il divario essendo puramente quantitativo. Idealmente la vita dovrebbe essere apprendimento esperienza, interessi, ma lei capisce che in confronto alla vita in questa sua ideale e non mai raggiunta pienezza, in confronto alla molteplicità delle esperienze (o relazioni) teoricamente possibili, ognuno di noi non à molto diverso da un morto”.(ibid.p.74)  Devo confessare che l’ipotesi di Mylius mi ha affascinato per un attimo, ma riflettendoci non posso che rilevarne l’aspetto decadente: la critico prima da un punto di vista vitalistico, alla maniera di Nietzsche, sottolineando che comunque l’infinità possibilità di esperienze non deve essere un motivo di blocco, di spinta all’inazione, ma anzi continuo impulso biologico al movimento, alla scossa, al tentativo; la seconda critica è di tipo sociale: solo il tipo borghese nella specie di intellettuale tardocapitalistico, ha la possibilità di esporre tesi del genere. Queste considerazioni potrebbero essere espresse da un operaio massacrato dal lavoro, da un migrante indiano, da un pezzente indiano, da una persona che ha la schiena spezzata e non riesce a tirare fiato? Penserebbe all’impossibilità di attingere a tutte le opportunità della vita, chi ha solo l’opportunità di sopravvivere? È interessante il punto di vista attraverso cui si registra la fine del mondo, quello di un giornalista e scrittore che, seppure appartato, ha in sé il virus di una visione assolutamente borghese della vita.

Lamberto:- Credo in parte che la differenza di classe condizioni certe visioni del mondo, come salutarlo suicidandosi. Forse cambia la forma ma, questo è un mio pensiero, considerazioni estreme su cosa è la vita e cosa fare per saltarci fuori o darci a mucchio, vengono fatte da chi è toccato da certe sensibilità, indipendentemente dalla classe di appartenenza. Morselli so che ha sempre dichiarato il suo essere un borghese anomalo, solipsista e progressista. Credo che ci siano stati più Morselli in un corpo e il Morselli di “Dissipatio” era arrivato alla fine; ha cercato una giustificazione filosofica come era nello stile suo. Nei suoi diari e nel romanzo “il Comunista” esce un Morselli quasi rivoluzionario o almeno eretico, anche se con un umore cupo. Una volta, se ricordo bene, ha scritto, riguardo a una prospettiva di cambiamento sociale, che oltre al paradigma rivoluzionario ci può stare una lettura in prospettiva evoluzionista. Credo di averlo letto nei suoi diari, ma era un’altra storia, un altro Morselli. Per me ha scritto “Dissipatio” con la consapevolezza che subito dopo si sarebbe ucciso. E ha dovuto portare in quelle ultime parole tutta la sua esperienza, i suoi vissuti, la sua formazione condizionata anche dalla critica che tu, Paolo, a ragione fai quando parli di “intellettuale tardocapitalistico”. Credo che la mia lettura di Morselli sia più emotiva della tua, per questo accetto quel suo modo di andarsene e con quelle parole. Non scordiamo che dopo l’ultimo punto di “Dissipatio” si è sparato un colpo in testa.

Paolo:- No, non dimentichiamolo. Anche perché subito dopo la macchina editoriale che aveva sempre rifiutato le sue proposte, si è buttata sui suoi libri. Un cadavere fresco attira sempre gli avvoltoi. Urla forte se vuoi richiamare l’attenzione. Morselli lo ha fatto con un colpo di pistola. Ovviamente non giudico. Mi attengo alle opere e su quelle sviluppo il mio senso critico senza nessun sentimento di ricompensa o di santificazione.

Paolo Gera

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Le tre edizioni: 1977, 1985, 2010

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