SCARPE SENZA LACCI di Antonio Nesci – Note di lettura di Antonella Jacoli

magritte- modele rouge

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1)

Questo è un libro di poesie dal titolo curioso, quasi da bambini. Ma le poesie sono molto per grandi. Si staccano dall’indifferenza come iceberg dai ghiacci. Indagano la relazione e il colloquio umani nel corso di molti decenni e contengono i silenzi, le sconfitte che ne fanno parte.
Si tratta di un titolo provocatorio: i lacci sono, per ammissione del poeta, smarriti.
Manca qualcosa fuori di noi o manca qualcosa in noi che ci crediamo a posto? Vien voglia di cercarle, quelle corde, e di ricollocarle nelle rispettive asole. Quasi Geppetto dovesse accompagnare a scuola Pinocchio. D’altronde l’autore nella poesia a pag.15 sollecita chi nemmeno conosce a ridare ordine alla sua vita interiore in subbuglio, quasi una supplica.
Oppure, come ho interpretato nella mia prefazione ai testi, nell’immedesimazione figurata vien voglia di abbandonare le convenzioni per mettersi a correre in un prato, e non importa se le scarpe salteranno via dai piedi, perché stiamo correndo per la vita contro la morte. Reagiamo con il dinamismo psichico all’insondabilità del presente che non dà risposte definitive. Non c’è tempo per fermarsi, e poi chi e quando potrebbe aiutarci a infilare e annodare di nuovo le stringhe?
Così il poeta va per il mondo, solo, senza protezione. Va narrando la musica che ha in sé. La sua voce blu. Perché poesia è ritmo, danza, sogno, intrattenimento di se stessi contro le tenebre che calano nel bosco. Lo scrittore sembra contemporaneamente inseguito e inseguitore, prodigiosamente novello ragazzo alla giovane Holden, il protagonista del romanzo del novecento di J.D. Salinger, nel desiderio di sapere dove andranno a finire le cose, se stesso, il significato ultimo delle evidenze più banali, fino a formare una specie di corto cinematografico.

Antonio corre verso il fiume della sua infanzia (o verso l’approdo all’universale, secondo Ivan Fedeli autore della suggestiva postfazione), verso la memoria-salvadanaio, il ritorno a casa, così ho inteso, tutto preso dal pettirosso profeta di lunga tradizione poetica (Gibran, Pascoli, Dickinson) che lo invita all’attenzione delle fiabe. I lacci li ha rotti e non ne ha altri, d’accordo, ma sa del mondo, degli elementi naturali onnipresenti (ginestre, acacie, fiordalisi, farfalle, corpi) e trova l’agape armonizzando gli opposti. La luminosità interiore tanto cara a Dylan Thomas fa parte del flusso vitale. Anche il dolore lo vive come azione: ad es. chiude la radio di fronte al cimitero, o la madre si prende cura del marito morto. Gesti che sono natura anch’essi. Sospensione interrogativa. Non più il dolore che rifiuta la relazione, come nella poesia a pag. 58 di Disimpegno di un burattino in una scena di volo, ma un amorevole senso d’appartenenza alla scala cosmica, che cicatrizza e dietro la cauterizzazione soffre ancora di ciò che si allontana.

La nostalgia allora non è mai stata tanto fredda, consapevole, radente, protagonista dei versi più belli, quelli che, chiamando a raccolta la libertà dei sentimenti, hanno un vibrato melodico pucciniano. Si tratta del lato romantico pù autentico del poeta calabro-modenese, il suo coté leopardiano, compreso quello potentemente dolente dell’ultimo Leopardi di Roma e Napoli, della Ginestra.

2)

Sempre, alla fine di ogni lettura dell’intera raccolta, mi sembra venirmi incontro un libro-albero. Assorbe energia e la rilascia, secondo un percorso-non percorso. Non trovo le cattedrali vegetali di Giuliano Mauri (quella di Lodi non è sopravvissuta al vento del 2018), né la foresta oscura di Dante, ma un albero di fico, un albero di gelso. Un complesso di materia sensibile e contraddittoria assorbita e poi rimessa in circolo, trasformata ma ancora trasformantesi.
Metamorfosi dei ricordi. Chimica degli affetti.
Per le foglie d’intenerita speranza, l’associo a questa bella poesia di Paul  Celan, autore ungherese di lingua tedesca e di origine ebraica, scampato allo sterminio nazista:

PURE NOI VOGLIAMO ESSERE, la parola-limine
che giovane di mille anni sale dalla neve,
l’occhio vagante
sosta nel suo proprio stupirsi
e baita e stella
stanno nel blu come due vicini,
quasi la via fosse già percorsa.
Quei baita e stella che stanno nel blu come due vicini, sono elementi naturali che spiccano, e di questi simboli cosmici è denso “Scarpe senza lacci“.

3)

E se le poesie senza lacci di Nesci fossero un quadro?

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graham sutherland- ticket: with self-portrait

 

Per me sarebbe tutto verde di radici, rami, fronde e foglie. Sarebbe l’ultimo autoritratto del pittore inglese Graham Sutherland (1903-1980) dal titolo: Ticket: with Self-Portrait (1978), una delle maggiori opere emblematiche dell’arte contemporanea.

Un capolavoro d‘arte astratta, intricata come i segni di Pollock, che fonde natura e uomo, che tutto ingloba nella verdità vegetale, nella foresta simbolo, compresi sole verde e luna bianca, sorgente e albero, anche se stesso artista, simbolo di tutti gli artisti, mentre dipinge le metamorfosi delle forme vegetali e animali, non stancandosi d’interrogare la natura, il ciclo della vita a cerchio, attendendo da uomo stoico e di fede (per Roberto Sanesi la suo opera è “stoica dichiarazione di fede“, speranza) le spiegazioni sull’antico enigma della vita e sul mistero dell’arte. Frammenti di verità che forse ha saputo esprimere prima che gli fossero svelati, avendo visto al di là nella sua ricerca.

L’artista creatore è parte del verde virente del cosmo, creatore nella trasformazione cosmica.

Un poeta lavora con le metafore, i significati figurati, i traslati, così immagino e propongo questa figura: Antonio Nesci scrive sotto il gelso, come Graham Sutherland dipinge sotto il tiglio.

Nesci scrive a pag. 25: -c’è invece una specie di sole verde: è il sole verde di Sutherland a sinistra del quadro, contenuto astrattamente in una sacca insieme alla luna bianca.

Verde è colore ambivalente, equilibrio e speranza, rabbia e veleno .

Ma c’è altro. Le foglie azzurre, il nido antico del ramo (pag.20), la casa-albero che Antonio sale a pag.21 per nascondersi al timido volo, sono già parte del suo vissuto, e se anche le case-albero sono tutte occupate, e non c’è posto per lui nella storia né rifugio affettivo, ha dalla sua la grande risorsa della fantasia. A pag. 60 è nel fumo di un albero morto, nell’anno della libertà, il 68, cercando la radice a conferma del suo disagio.

Ma dove si trova davvero mentre noi lo leggiamo? Si sposta da verso a verso.

E‘un uomo che vive nel tronco di una sensibilità sfuggente (da qui forse la svolta di cui parla Ivan Fedeli nella postfazione, a proposito della dimensione intima, privata, confessionale di quest‘ultima opera). Per me, a dispetto del suo dirsi escluso, il grembo della natura, la casa sull’albero, lo scrittore l’ha già trovata nella poesia, dove ogni cosa è una sua personificazione, creata dall’imaginazione e dall’illusione, ed è tutto il mondo altro che la poesia gli permette di ricostruire, secondo le sue parole, nella fiducia che la poesia sia comunicazione verso gli altri. Giunge fino al cattolicesimo di Sutherland? Credo, per quel senso di convivio che velatamente emerge a volte tra le righe, di sì.

L’arte per Sutherland e per Nesci, con temperamenti opposti e diverse intenzioni, è immensa accoglienza di mente e cuore, consegna di sé al mondo e all’universo, che sono insieme. E‘ la grande madre naturale che può sgomentare, ma che sa distribuire i pesi e le misure. Per assorbire e farsi assorbire occorre coraggio. Fede, passione calmierata. D’altronde Nesci è come Sutherland uno sperimentatore biologico.

Entrambi, inglobati nella capsula naturale degli eventi, smontano i pezzi della vita e li riassembrano in altra vita con un’emozione rivissuta in tranquillità, alla William Worsworth, raffreddata alla luce del tono necessario: Sutherland parla di sensazione di quella presenza originaria, nella sua forma nuova e ora immutabile.

Scrivere per Antonio è fare, comunicare, conoscersi. L‘incalzante umanità (elemento critico che accomuna me e Fedeli) fa fiorire immagini dal territorio incolto del quotidiano, come le forme erette del ritrattista inglese (le Standing Forms), che ha incamerato nel suo incessante trasformare: anche scene di Londra bombardata, tubi e meccanismi industriali, miniere e volti di persone volitive.

Il poeta e il pittore investigano e intuiscono cosa sta dietro le apparenze, lo fanno sorprendendosene. Come chi gioca seriamente alla vita e alla morte.

 

4)

Nella sua corsa verso il fiume dei ricordi, una speranza si è messa in moto. Il pensiero sbanda. Diventa sasso frantumato dalla liquida società dei nostri tempi, disillusione del desiderio di conoscere l‘esistenza e il suo significato. Desiderio che in Antonio Nesci è cruciale, sì, ma sempre in termini di esperienza concreta, tattile. A compromesso con il mondo reale, ecco che rivive lo spazio matematico del tempo e quello del perdurare oltre noi delle radici arboree. Resiste in lui la scorza della nostalgia dell’amore, la favola bella/( che ieri/ t’illuse, che oggi m’illude,/ o Ermione, suggerisce La pioggia nel pineto di D’Annunzio) che a pa. 63 segna per me forse l’esito più alto della raccolta.

Rimane la memoria dei genitori e dei momenti felici, il distacco maturo degli abbandoni, ma anche la calda attesa di sguardi celesti.

Antonio interroga l’albero della vita, l’archetipo della conoscenza del bene e del male (quello biblico), o albero del mondo nelle religioni pagane germaniche, simbolo potente, albero cosmico. In Jung le radici sono l‘inconscio, il tronco la mente conscia, la chioma l‘individuazione, l‘anima dell’uomo pienamente espressa.

L’albero cosmico è asse del mondo, strumento di contatto con la vita, con l’essenza della vita che è l’esserci nella nostra totalità (=l’essenza della Bioenergetica). Scrive infatti lo psichiatra statunitense Alexander Lowen, ideatore della bioenergetica: “Noi esseri umani siamo come gli alberi: radicati al suolo con una estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un’astrazione senza vita“.

Ecco, dal dettaglio siamo arrivati all’universale. Questo fa la poesia anche in senso inverso.

Citando un poeta che piace ad Antonio, Franco Marcoaldi (raccolta Tutto qui), non solo, a conferma del mio paragone arboreo,“dentro questo libro c’è un uomo/dentro questo uomo c’è un libro“, ma “Se le poesie rispondono soltanto ad una legge dettata dalle arcane aritmie del cuore“, io credo che Antonio Nesci in Scarpe senza lacci segua davvero il richiamo del cosmo, come troviamo a pag. 55: “No, io sono ciò che è sempre stato,/la fuliggine e la crusca/del fuoco che arde e consuma/il dentro della carne“. Credo che in quest’opera della maturità Nesci trovi l’essenza.

Non soluzioni di cristallo ma anima che sa ascoltare come mai prima.

D’altronde il poeta, sostiene il grande John Keats, è domanda, e desiderio, e poiché è al massimo grado aperto, è incompiuto. Tale rimane anche la sua opera.  

    

Antonella Jacoli

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Antonio Nesci, SCARPE SENZA LACCI-  ed. Puntoacapo

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