I CONCETTI SONO STRUMENTI DA USARE. La lezione di Kahn e l’esperienza della Biennale- Michele Anelli-Monti

arsenale-andrea-antoni-biennale

.

Prima di procedere nel percorso, che l’articolo vorrebbe portare alla luce, credo sia necessario, per creare una prospettiva comune, che eviti fraintendimenti o facili incomprensioni del testo, consolidare un terreno troppo spesso scivoloso, in cui facilitare l’incontro e dissuadere lo scontro; perché l’atto di scrivere e in generale creare un’opera che arrivi alla collettività è una grande responsabilità.
Il filosofo epistemologo Karl Popper cristallizzò perfettamente questo fatto nel libro i Tre mondi. Corpi, opinioni e oggetti del pensiero: «La realtà si compone di tre mondi o universi ontologicamente distinti tra loro, ma tutti dotati di un’esistenza reale: il mondo 1 degli oggetti fisici, delle cose materiali; il mondo 2 delle esperienze soggettive, degli stati mentali o di coscienza; e il mondo 3 degli enunciati e delle teorie in se stesse, dei contenuti oggettivi del pensiero. […] È su questa distinzione che Popper si concentra con maggiore impegno, la differenza che esiste tra l’avere un pensiero e il formularlo in un linguaggio. L’atto del pensiero può essere criticato oggettivamente solo se si formula tramite un linguaggio umano, trasformandosi così in un oggetto del mondo 3. E questo mondo 3, nonostante la sua condizione astratta, è secondo Popper reale quanto il mondo 1 formato dagli oggetti fisici: sono reali sia le cose che le teorie che costruiamo su di esse»1.
In questi termini un edificio di mattoni o di parole hanno lo stesso peso a livello gnoseologico per chi comprende il linguaggio dell’architettura.
Il principio di responsabilità è presente nella misura in cui l’autore è (e dovrebbe essere) cosciente di questo processo di attraversamento di mondi della sua opera.  
Popper aggiunge: «Questa esistenza è autonoma, perché gli enunciati e le teorie, una volta costruiti, esistono indipendentemente dai processi mentali del soggetto» 2; in questo senso il principio di paternità si estingue.
È in questo raggio d’azione che il lavoro della critica può assumere un valore e un’utilità collettiva: interpretando le opere fornendo strumenti operativi. È un lavoro a volte in bilico tra il dialogo autoreferenziale della nicchia di addetti ai lavori e la divulgazione, la condivisione di concetti-strumenti. Questa visione del concetto astratto in quanto strumento pratico utilizzabile per agire nel mondo ci è suggerita dal filosofo Gilles Deleuze in Cos’è la Filosofia: «I concetti sono centri di vibrazione sia al proprio interno che in rapporto agli altri ed è il motivo per cui tutto risuona invece che susseguirsi o corrispondersi» 3.
Il concetto è dunque una vibrazione che trasforma la realtà per intensità: esso non cambia solo il modo in cui da oggi in poi possiamo comprendere e analizzare un determinato problema, ma cambia anche la lettura di quel problema nel passato. Il concetto-strumento intensifica la realtà permettendo di aprire un nuovo orizzonte su ciò che ci circonda, ci aspetta o precede.
Scrive Deleuze: «Talvolta si pensa alla filosofia come una perpetua discussione nei termini di una completa razionalità comunicativa o di una conversazione democratica universale, niente di meno esatto. Quando un filosofo ne critica un altro agisce da un piano e su problemi ben diversi, fondendo gli antichi concetti come si può fondere un cannone per ricavarne nuove armi» 4.
In questi termini il pensiero di Popper torna lampante: dopo aver prodotto un’idea, essa non ci appartiene più, è d’uso collettivo e senza proprietà.
Essa verrà fusa, modificata, deformata e compromessa. L’idea non è un cimelio ma uno strumento che serve a relazionarci al mondo. Questo non avviene in modo astratto o etereo in quanto il concetto, usato per modificare ciò che ci circonda, ha lo stesso impatto di un aratro o un martello.
Ecco la prospettiva che aiuta a capirsi, ecco il terreno che fa incontrare.
Qualsiasi opera può essere veicolo di buona critica, divulgatrice di strumenti. Il cofanetto edito da Feltrinelli nel 2009 contenente il pluripremiato documentario “My architect. Alla ricerca di Louis Kahn” girato dal figlio Nathaniel Kahn.
Il lungometraggio, di impronta biografica, è un viaggio tra i ricordi di chi l’ha conosciuto: Louis Kahn come datore di lavoro, collega, padre, compagno, amico.
Di architettura c’è veramente poco.
Il fatto, non necessariamente negativo, permette osservazioni e intuizioni trasversali.
Come molti suoi contemporanei cambiò nome da Itze Leib Schmuilowsky a Louis Kahn, probabilmente per essere più pronunciabile negli Stati Uniti.
Passare alla storia con uno pseudonimo non è una novità. Primo su tutti ricordiamo Palladio (Andrea di Pietro della Gondola) fino al recente Frank Ghery (Frank Owen Goldberg) con molti giganti nel mezzo: Le Corbusier (Charles-Édouard Jeanneret), Ludwig Mies van der Rohe (Maria Ludwig Michael Mies).
C’è da chiedersi se la loro storia sarebbe stata diversa senza questo cambiamento, in un mondo competitivo come quello dell’architettura sempre più “brandizzato” dal ‘900 ad oggi, in cui il nome, la “firma”, è sempre più importante.
Come pochi dei suoi grandi contemporanei Kahn studiò in un’università, la facoltà di Beaux-Arts in Pennsylvania. Il mondo dell’architettura vive un paradossale conflitto in questo senso.
I mostri sacri, su cui gli architetti odierni poggiano le loro basi, non erano professionisti: Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright, Tadao Ando, Carlo Scarpa, nessuno di loro risulta laureato in architettura.
Il fatto, minimizzabile facendo risalire la nascita delle prime facoltà di architettura agli anni ’20 del ‘900 con la Bauhause, può essere tuttavia letto in una chiave più radicale.
Luigi Prestinenza Puglisi lo sintetizza in un articolo edito da Artibune su Carlo Scarpa: «Anche in questo caso Scarpa rappresenta, al meglio, proprio il male che gli architetti a parole dicono di maledire. Oggi si direbbe: totale e completa mancanza di affidabilità professionale. Perché i valori si sono capovolti: i mezzi, cioè il tempo e il denaro, sono diventati il fine, e il fine, cioè la bellezza dell’opera, è venuto a mancare. Naturalmente tutti noi architetti sappiamo che Scarpa ha ragione. Siamo convinti che lo spazio, a partire da quello pubblico, è brutto perché realizzato sulla base di principi che poco hanno a che vedere con la legge dell’arte. Ma non possiamo dirlo, non possiamo permettercelo. Noi non siamo artisti, siamo tecnici. Semmai speriamo di poterlo diventare ma senza pagarne il prezzo. Senza mettere in discussione alcun principio. Anzi accettando che un progetto esecutivo si debba completare in 30 giorni lavorativi e che il budget finale per la costruzione non superi i mille euro al metro quadrato, oneri della sicurezza inclusi. Metaforicamente ogni giorno facciamo causa a Carlo Scarpa perché esercita abusivamente la professione, ma poi rimuoviamo il problema e gli assegniamo la laurea honoris causa perché vorremmo essere come lui» 5.
Dove e come hanno imparato, questi giganti, a essere quello che sono stati? Nelle aule o negli studi professionali? Sui libri o nei cantieri? Copiando disegni o guardando la mano dell’artigiano?
Nell’impossibilità di poter rispondere efficacemente a queste domande, rimane un’unica certezza: la grandezza di un architetto non si misura solo in base alla meraviglia evocata dagli edifici da lui progettati, ma anche dall’influenza che il suo insegnamento esercita sul lento mutare degli eventi. I grandi maestri non dicono mai cosa sia giusto o sbagliato, essi aprono soltanto porte e sentieri da percorrere individualmente; nonostante ciò, spesso è accaduto che i geni abbiano lasciato dietro di loro ombre di miserabili imitatori.
Louis a proposito afferma: «Il mio insegnamento non è l’architettura, quanto più me stesso. […] L’insegnante non è solo uno che sa le cose, ma che le sente» 6.
Louis Kahn «aveva un metodo maieutico, lasciava gli studenti soli davanti a un’infinità di questioni senza apparente possibilità di soluzione. Li portava allo sfinimento fino a farli arrivare a considerare il proprio progetto con un certo distacco e autonomia di giudizio. […]
A lezione non regalava risposte certe, ma con un lento e circolare procedere esprimeva il suo pensiero con domande e preposizioni spesso contraddittorie o senza un senso compiuto. Considerava l’architettura una “cosa mentale” come un qualcosa che “non esiste”. Esistevano le Opere di architettura e come tali andavano considerate nella loro contraddittoria essenza. […] Il lavoro teorico è strumentale al lavoro pratico e prodotto di un’esperienza in continuo progresso. In questo sta la coerenza di Louis Kahn. La teoria è il tentativo di ordinare il progetto in un metodo, definire una tecnica di fare architettura»7.

.

Louis Kahn all’opera per la progettazione della Fisher House, 1961 © Louis I. Kahn Collection, University of Pennsylvania and the Pennsylvania Historical and Museum Commission

.
Appena laureato, Louis Kahn mancava delle qualità professionali necessarie: senso degli affari, spirito pratico, affettazione intellettuale.
Era inoltre decisamente controcorrente: nell’epoca della grande rincorsa del futuro, della tecnologia, dell’acciaio e del vetro, lui era innamorato di altre istanze, di altri materiali. Una voce fuori dal coro del CIAM.
«Egli cercava un’umanissima armonia nelle complesse proporzioni delle figure elementari come gli antichi: sono multipli del quadrato e le sue forme restano sempre in questa semplicità. È come se, pur avendo a disposizione l’universo degli strumenti, scrivesse un ritmo tribale per tamburo unico. Ha assunto lo spirito della rovina come un’illuminazione miracolosa incontrata sulla strada, scansando così la retorica erudita di molti suoi insegnanti e colleghi»8.

E’ affascinante pensare alla diversità di Kahn se contestualizzata nell’epoca dell’international stile, del forte e chiaro movimento moderno. La sua storia professionale è emblematica: indietro con gli studi, aprirà il suo studio di progettazione a 46 anni.
«Kahn era difficilmente inquadrabile, guardava troppo all’antico per i modernisti, si interessava troppo alla tecnica per compiacere i classicisti, si rifaceva troppo alla geometria cartesiana per attrarre gli espressionisti, aveva un orizzonte troppo ampio per conquistare i tradizionalisti.
Le sue architetture, tutte incredibilmente uguali nella coerenza a un metodo e tutte straordinariamente diverse nelle forme, hanno dimostrato la verità più scomoda e imbarazzante: l’inconsistenza delle etichette di fronte alla grandezza dell’architettura reale»9.

Il rapporto di Kahn con il tempo e il passato è uno dei grandi insegnamenti lasciatoci. In un incontro in Messico con Louis Barragàn, Kahn annotò sul taccuino queste parole: «Parlammo di tradizioni come fossero cumuli formati dalla polvere dorata della Natura dell’Uomo, da cui, goccia a goccia, scendevano dettagli. Camminando attraverso l’esperienza, l’uomo impara dall’uomo. La conoscenza cola come una polvere d’oro, se la si tocca, dona il potere di prevedere. L’artista possiede questo potere, conosce la vita prima del suo inizio, si esprime con le parole della precisone dell’intelletto»10.
In un epoca in cui domina un’idea di tempo lineare, votato alla crescita economica, tecnologica e demografica, Kahn sposa il tempo circolare, che Nietzsche sintetizza
così: «Tutte le cose dritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo»11.
Infatti Louis scrive: «Vi sono cose la cui natura sarà sempre fedele a sè stessa, la casa non sarà la medesima, ma lo scopo al quale risponderà non cambia. È un mondo all’interno del mondo, questo è ciò che sempre sarà»12; e ancora «Tutto ciò che è stato è ancora,
tutto ciò che è, è già stato, tutto ciò che sarà, già c’è»13.

Forse è questa radice nell’archè, nel passato, nell’origine a fornirgli una dimensione svincolata dalle contingenze. Il suo metodo è la vetta dell’atemporalità, del tempo ricurvo.
«Le forme si generano progettando dall’interno, non sono dettate da armonie tra le parti a priori. Esse nascono anche da variazioni e dissonanze»14. Kahn non definisce mai destinazioni d’uso dei singoli locali: la sua è una presa di posizione esplicita contro la lettura della casa come macchina per abitare. Ogni progetto nasce da uno schema geometrico semplice in cui gli spazi sono senza funzione.
Kahn scrive di sé: «Non voglio pensare iniziando con stanze dal nome conosciuto. Una delle cose più disastrose di oggi che annienta ogni istinto progettuale è quello di dare un nome a una cosa prima che questa se lo sia meritato»15.
Questo è un insegnamento prezioso, perché tratta un problema che sta alla radice del linguaggio. Secondo la metafora resa nota dal filosofo Umberto Galimberti la bottiglia, alla quale noi applichiamo – tramite il linguaggio – un limite semantico che ne definisce il suo uso specifico (contenitore di liquidi), è in realtà molto altro. Per un bambino, che ancora non conosce le regole del linguaggio, essa appare com’è realmente: un ente con una pluralità semantica, un oggetto che é svariati significati e simboli.
Kahn nel progettare ha la stessa consapevolezza. Non si autolimita in una funzione, non si sottomette al programma.
«Solo dopo aver tracciato l’impianto geometrico casa-sito, si determina la natura degli ambienti deputati alle gerarchie delle attività. Il progetto astratto prende la forma e le dimensioni di una casa. I volumi geometrici divengono stanze dal carattere definito.
Il progetto nasce e si sviluppa come un’entità pura che solo dopo si corrompe dalla necessità della vita materiale»16.
Il centro del pensiero di Kahn è capire i soggetti nella loro essenza, quella che lui chiama “istituzione”. «I fondi a disposizione, l’ubicazione e il numero di cose necessarie non hanno nulla a che vedere con la natura di un problema.
Prima bisogna comprendere la natura e poi analizzare il programma. […] Un edificio è un mondo nel mondo. Costruzioni che identificano luoghi di culto, dimore, o altre istituzioni devono esprimere la verità della loro natura. […] Questo è il pensiero che deve vivere. Se muore, muore l’architettura»17.
Questo è un concetto-strumento molto interessante, perché arriva alla radice del problema. Citando Alejandro Aravena, «Non c’è niente di peggio che rispondere bene alla domanda sbagliata»18.

Peter Wenger- Louis I. Kahn lecturing at the ETH Zurich (Switzerland)

.
Kahn aggiunge: «Una singola persona non dovrebbe progettare un edificio o elaborare un progetto, ma pianificare e individuare la natura del problema. […] Se non se ne definisce la natura, nulla sta insieme o meglio sta insieme fisicamente, ma non spiritualmente e, col passare del tempo, risulta evidente la mancanza di ciò che l’edificio vuole veramente essere. Ciò di cui ha bisogno per esprimersi»19.
E’ difficile non farsi colpire da parole tanto chiare, prive della retorica che spesso caratterizza il mondo della teoria.

Le parole di Kahn ci parlano dell’etica professionale di un uomo che non smise mai di scavare in sé stesso.
Il Parlamento di Dacca in Bangladesh è un esempio concreto della volontà del progettista di manifestare un’istituzione mediante tecnologia e simboli in un edificio: il luogo della democrazia per un paese neonato.
«Libero dal dogmatismo del tempo, Lou ha segnato l’etica di una professione sempre più venduta. L’architettura dominante si sviluppa nei paesi che possono permettersela, le grandi rovine eterne di Khan assumono oggi una dimensione profetica nell’indicare una via etica da seguire: contenimento dello spreco di risorse e durevolezza sembrano le parole del vocabolario di queste maestose povere architetture.
Capaci di assicurare un’eredità concreta alle generazioni future, la semplicità è il dono più grande che possano ricevere i popoli poveri di tecnologia e servizi, ma ricchi di risorse umane e con consolidato sapere artigianale. La raffinata leggerezza, tanto oggi di moda, è un lusso egoista della società del consumismo»20.

Louis Kahn era prima di tutto un uomo e, come tale, imperfetto e limitato. Bisogna ricordarlo per non cadere nella miopia mitizzante della storia: Louis morì indebitato di mezzo milione di dollari, sull’orlo della bancarotta. La sua ossessione per il lavoro lo portò a non fare mai affidamento sui rapporti umani. Ebbe tre famiglie contemporaneamente e le donne della sua vita, di cui due architetti, influenzarono notevolmente la sua opera. Non furono mai citate.
Nonostante questo, gli insegnamenti che fece emergere ormai 40 anni fa, sono lanterne che illuminano ancora il nostro agire.

Come avrebbe vissuto Kahn, esponente di un’architettura frugale e vernacolare l’esperienza postmoderna e decostruttivista? Edifici costosi e scenografici pensati per rappresentare piccoli gruppi. Il monito di Bacone quanto avrebbe rieccheggiato nei suoi pensieri? «Le case sono state costruite per viverci dentro, non per essere guardate da fuori»21.
In fondo, alla radice della nostra disciplina, non c’è sempre una casa? E ancora più in profondità, ogni casa non è un insieme di stanze? «Architecture comes from the making of a room. The room is the place of the mind»22, ci ricorda Kahn.
Louis nell’epoca del rifiuto della limitatezza del mondo, ha dimostrato di riuscire a sfruttare a pieno il limite: le risorse, il livello primitivo di specializzazione della manodopera, hanno portato a Dacca le estreme conseguenze della “forza del muro”, che non aveva bisogno di perfezione, di ricchezza e di raffinate soluzioni di dettaglio.
Oggi, nel momento del massimo consumo di risorse (come testimonia il graduale avvicinarsi, ogni anno, dell’Overshoot day), la capacità di Kahn di utilizzare in modo proficuo le risorse torna attuale e necessario. Lentamente ci stiamo auto-estinguendo a causa dei cambiamenti climatici di cui, ricordiamolo, l’edilizia è estremamente responsabile. Essa consuma il 45% dell’energia prodotta in Europa, produce il 50% dell’inquinamento atmosferico in Europa (energia per produrre i materiali, più quella per mantenere gli edifici), consuma il 50% delle risorse sottratte alla natura e produce il 50% dei rifiuti annualmente in Europa (secondo i dati ANAB)23.
Kahn, provò a dare vita a una delle più giovani democrazie del mondo, il Bangladesh, costruendo una monumentale rovina: il Parlamento di Dacca. L’intento era di fornire al paese il concetto e l’esperienza di collaborazione, materializzato in un edificio. Oggi paradossalmente vedrebbe quella giovane nazione pagare il prezzo di colpe non sue, spazzata via in pochi decenni dai cambiamenti del clima, che erodono e sommergono le terre creando migliaia di sfollati climatici in uno Stato già poverissimo.
.

 LOUIS KAHN Silence and Light foto di scena dal film di Michael Blackwood

Grischa Rüschendorf- Louis Kahn-House of the Nation.National Assembly building in Dhaka

.

Se Kahn fosse stato chiamato a curare la Biennale, probabilmente avrebbe proposto un lavoro meno didattico e retorico di quello delle Grafton di questo 2018.
Aravena nell’edizione precedente con il tema “ELEMENTAL” aveva fatto procedere il dibattito critico, riaccendendo l’attenzione sull’architettura di frontiera, sperimentale, attenta al clima. Quest’anno sorge la domanda: “in che misura un bravo progettista è anche un bravo curatore?”
Un curatore deve essere capace di argomentare la sua tesi grazie all’esposizione che propone, rendendo il tema chiaro e non fraintendibile.
Il manifesto realizzato dalle Curatrici difficilmente permette coerenza interpretativa.
«L’architettura è la traduzione di necessità – nel significato più ampio della parola – in spazio significativo. Nel tentativo di tradurre FREESPACE in uno dei tanti splendidi linguaggi del mondo, speriamo che possa dischiudere il dono che l’invenzione architettonica ha la potenzialità di elargire con ogni progetto»24.
Proviamo dunque a osservare la mostra con le lanterne che Kahn ci ha acceso.
È difficile immaginare cosa avrebbe pensato un maestro come Louis Kahn delle didascalie esplicative poste davanti alle opere delle Corderie, così educative e informative. Certo è che questa scelta didattica delle Grafton ha facilitato l’esperienza a molti fruitori che, privi di esperienza e strumenti tecnici per leggere e capire le esposizioni, hanno potuto essere guidati alla comprensione.
Lo spazio dell’Arsenale sarebbe ugualmente interessante senza le proposte dei padiglioni nazionali di Italia e Cina?
Entrambe, per coincidenza, con un tema simile: l’entroterra. Questi padiglioni, dai titoli “Building the future countryside” e “Arcipelago Italia”, ben si prestano ad essere associati ai concetti kahniani. Rappresentano, forse, la direzione che anche Kahn avrebbe intrapreso nel nostro periodo storico: rigenerazione e ripopolazione urbana in chiave ecologica dei piccoli centri agricoli, abbandonati da un esodo nelle città. La riflessione e la condivisione di pratiche virtuose mira a recuperare le forme e le tipologie tradizionali, ritrovando una continuità con la storia, tentando di ricucire l’amnesia collettiva dal passato rurale, che in paesi come la Cina è particolarmente lampante.
Lavorare sull’entroterra, su un ritorno alla natura senza atteggiamenti naïf, con nuove capacità tecniche e nuova coscienza ecologica credo sia più che mai attuale e necessario.
Considerando che più della metà della popolazione mondiale vive sulle coste e che i cambiamenti climatici, con l’innalzamento dei mari, sconvolgeranno le città, c’è da chiedersi quanto siano in grado le strutture che abitiamo di gestire i flussi di così tanti migranti climatici. Entrambi i padiglioni spiegano quanti usi, modalità e possibilità questa strada offra.
I Giardini, invece, riflettono ancora più chiaramente la natura didattica di questa Biennale.
I padiglioni di Spagna, Svizzera e Giappone sono una sorta di abaco su vari aspetti architettonici, dalla rappresentazione alle scale di realizzazione dei manufatti.
Solo il padiglione Britannico risponde in modo pienamente coerente al tema: il progetto, “Island”, vede lo svuotamento del padiglione e la creazione di un’altana sul tetto. Emblematica tuttavia la richiesta di una delle addette alla sicurezza, la quale dopo pochi minuti di sosta sull’altana, ha richiesto che lo spazio fosse sgombrato (benchè semi vuoto)…  Uno spazio, insomma, che di “FREE” ha solo il nome.
C’è da riflettere se il pensiero di Franco Bunčuga sia o non sia in linea con gli insegnamenti di Kahn. «Alla fine del percorso espositivo mi sembra manchi qualcosa e una domanda sorge spontanea: può esserci FREESPACE in una società che libera -FREE- non lo è affatto? In cui lo SPACE è frutto di speculazione e il metro cubo colonizza il metro quadrato senza lasciare centimetri liberi se non per il consumo o per il controllo? Lo spazio libero è gentile concessione del mecenate di turno, del caso, del disinteresse della speculazione o deve essere uno spazio conquistato, difeso e modellato dalla collettività? […] In poche parole esiste ancora la disciplina dell’urbanistica dopo la celebrazione dell’ubriacatura speculativa del Post Moderno che ha decretato la fine dell’urbanistica e il solo sopravvivere dei singoli oggetti architettonici? In tutto FREESPACE non si tocca il punto: chi deve essere il soggetto del cambiamento del territorio abitato? C’è distinzione tra urbanistica e architettura? Sul tema si glissa, nella parte curatoriale la risposta frammentaria è affidata a tanti piccoli progetti che non dialogano col contesto. Ogni caratteristica del nostro ambiente celebra la morte dell’urbanistica: una disciplina liquidata in una società liquida. Una disciplina lenta (ragiona sui decenni) in un panorama di continui cambiamenti magmatici delle forme della società e dei suoi esoscheletri cementizi. […] Uno spazio in cui il costruito si diffonde senza piano o progettazione urbanistica possibile, un grande cancro a scala planetaria. Anch’esso una possibile –anche se peggiorativa- traduzione di FREESPACE»25.
Che altro aggiungere se non che la nostra disciplina ha bisogno di una critica che individui i concetti-strumenti utili per affrontare questo mondo in cambiamento che si trova di fronte a problemi inediti e incredibili?
Moshe Safdie ci aiuta a ricordare che atteggiamento dovremmo avere:
«Colui che va alla ricerca della verità troverà la bellezza.
Colui che va alla ricerca della bellezza troverà la vanità.
Colui che va alla ricerca dell’ordine troverà gratificazione.
Colui che va alla ricerca della gratificazione rimarrà deluso.
Colui che si considera servo dei suoi simili troverà la gioia dell’auto espressione.
Colui che va alla ricerca dell’auto espressione cadrà nella fossa della vanità.
L’arroganza è incompatibile con la natura.
Attraverso la natura, la natura dell’universo, e la natura dell’uomo, andremo alla ricerca della verità.
Se andiamo alla ricerca della verità, troveremo la bellezza»26.

Michele Anelli-Monti

 

Bibliografia e note:

1 Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità, Città Studi Edizioni, 1990, pp. 30
2 Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità, Città Studi Edizioni, 1990, pp. 31
3 Gilles Deleuze, Cos’è la Filosofia, Enaudi Torino, 1991, pp.50
4 Gilles Deleuze, Cos’è la Filosofia, Enaudi Torino, 1991, pp.21
5 Luigi Prestinenza Puglisi, Architetti d’Italia. Carlo Scarpa, l’inarrivabile, Artribune, 2018
6 Estratto da: Louis I. Kahn: Talks with Students (conferenza tenuta alla Rice University, Houston, 1969), or in “Architecture at Rice”, 26, 1969, pp.5
7 Nicola Braghieri, Buoni edifici, meravigliose rovine: Louis I. Khan e il mestiere dell’architettura, Feltrinelli Editore Milano, 2005, pp.15-16
8 Ibid. pp.15
9 Ibid. pp.11
10 Louis Kahn, Architecture: Silence and Light, in Arnold J. Toynbee, On the Future of Art, Viking, New York 1970; tr.it.Francesco Dal Co in Maria Bonaiti, Architettura è
11 Friedrich Nietzsche, (a cura di) Susanna Mati, Così parlò Zarathustra, Feltrinelli Editore Milano, 2017
12 Estratto da: Louis I. Kahn: Talks with Students (conferenza tenuta alla Rice University, Houston, 1969), or in “Architecture at Rice, 26, 1969, pp.11
13 Louis Kahn, Silence, in: “Via”, vol.1, 1968
14  Ibid. pp.17
15 Louis Kahn, Come ha avuto inizio il programma, in L’architecture d’aujourd’hui, n. 142, 1969, tr.it. di Luisa Fiori in: Christian Norberg-Schulz, Louis I. Kahn, idea e immagine, Officina, Roma 1980
16 Estratto da: Louis I. Kahn: Talks with Students (conferenza tenuta alla Rice University, Houston, 1969), or in “Architecture at Rice, 26, 1969, pp.12
17 Estratto da: Louis I. Kahn: Talks with Students (conferenza tenuta alla Rice University, Houston, 1969), or in “Architecture at Rice, 26, 1969, pp.16
18 Alejandro Aravena, “My architectural philosophy? Bring the community into the process, TEDGlobal, 2014
19 Estratto da: Louis I. Kahn: Talks with Students (conferenza tenuta alla Rice University, Houston, 1969), or in “Architecture at Rice, 26, 1969, pp.14
20 Ibid. pp.14
21 Cfr. Francesco Bacone, Del Costruire, in Francesco Bacone, Scritti politici, UTET, Torino, 1971, saggio XLV, pp. 448-454
22 Appunto su schizzo autografo, conservato al Philadelphia Museum of Art
23 Isabella Goldmann – Antonella Cicalò, Architettura sostenibile, Edizioni GAF, Milano 2012
24 Yvonne Farrell e Shelley Mcnamara, manifesto FREESPACE, Mostra internazionale di architettura di Venezia, 2018.
25 Franco Buncuga, Freespace, A-Rivista Anarchica numero 427, Editrice A, Milano, 2018 pp.37
26 Moshe Safdie “Building uniqenessTEDTalks, 2002
Karl R. Popper, I tre mondi. Corpi, opinioni e oggetti del pensiero, 2012, Editore: Il Mulino
-Kahn N., My Architect: A Son’s Journey, con Edmund Bacon, Philip Johnson, Priscilla Pattison, Harriet Pattison, Louis Kahn Project Inc., Usa 2003.



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.