LAURADEILIBRI- Laura Bertolotti: L’Arminuta e La città interiore

andrea merola-  donatella di pietrantonio, venezia- campiello

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L’Arminuta, la ritornata, è una bambina di tredici anni che arriva-ritorna con una grossa valigia. I genitori che l’hanno concepita, per una sorta di analfabetismo affettivo, l’hanno affidata a una cugina, con la promessa, poi disattesa, di mantenere un rapporto di qualche tipo. Senza andare troppo lontano e scandalizzarsi come fosse cosa d’altri tempi e d’altri luoghi e culture, fino a qualche decennio fa era uso abbastanza comune “cedere” un proprio figlio o figlia, se indigenti, a una famiglia più abbiente che se ne volesse occupare. Una pratica che non era sconosciuta nelle campagne e nelle periferie povere del nostro Paese.

«Nel mese dello svezzamento le due famiglie si erano spartite la mia vita a parole, senza accordi precisi, senza chiedersi quanto avrei pagato la loro vaghezza».

È la storia che narra Donatella Di Pietrantonio nel romanzo che si è guadagnato il Premio Campiello 2017, L’Arminuta, incollando chi legge alle pagine, scritto in una lingua speciale, fatta di carne e sangue. La carne di una bambina che soffre un doppio abbandono, il sangue-dolore di chi deve rinunciare, senza alcuna spiegazione, ai suoi affetti, alle sue amicizie, alle abitudini fatte di norme e piaceri per essere scaraventata in una famiglia estranea, in una casa affollata e povera, senza neppure un letto tutto suo, circondata da sconosciuti che dicono essere suoi  fratelli e genitori, senza volerlo, senza volerla. Solo Adriana, sorella inaspettata e generosa, la protegge e le insegna a muoversi in quell’inspiegabile «fiume» di emozioni in cui è stata gettata.

«Ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati».

Solo dopo molto tempo riesce a capire perché la madre adottiva l’ha “restituita” e il motivo non salda la ferita, la riapre in un turbine di domande senza risposta. È un libro che fa riflettere sul senso stesso di adozione, prevalentemente vissuto come risposta a un bisogno di genitorialità, senza considerare l’altro soggetto: la creatura, la vita in gioco di una bambina, un bambino che non può essere rimandato indietro, come posta indesiderata, come una maglia troppo stretta.

«Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori».

Eppure questa madre, con i suoi limiti, risulta meno crudele dell’altra. Leggere per scoprire come abbandono, sorellanza, resilienza si fondono in un libro di cui non ci si dimentica facilmente.

 

Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta– Einaudi 2017.

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leonardo cendamo -mauro covacich

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Un libro labirintico, a dir poco, facile perdersi nella ridda di nomi, utile rileggere e soffermarsi ne La città interiore di Mauro Covacich. Romanzo? Forse. Lo definirei narrazione non narrativa di incontri avvenuti in un tempo altalenante fra ieri e oggi, un secolo fa e ancora prima. Il nonno e il padre, gli amici, la nonna e la mamma «Quando mia madre è rimasta vedova era ancora identica alla ragazza del Paradiso, poi sono venuti a visitarla i fantasmi e la ferma decisione di invecchiare un anno al giorno», gli studi. Esilarante l’episodio del suo mancato esame con Magris. E poi la foiba. La città interiore è davvero un viaggio nel rimosso e rimovibile di ognuno di noi. Mauro Covacich ci traghetta in un angolo di mondo percorso da confini tracciati con la matita e il sangue delle guerre, usa una lingua sapiente, ma apparentemente dimessa, richiamandosi alla letteratura minore, come è stata definita da Gilles Deleuze e Félix Guattari, nel senso di far un uso minoritario di una lingua maggiore. Covacich ricorda Kafka, che scriveva in tedesco, in un paese di parlanti il ceco, e Svevo, che scriveva in italiano ma parlava italiano nella vita di tutti i giorni.
«Anche quando trovi casa nella scrittura, la lingua in cui scrivi è lì a rammentarti che non sei a casa tua. È
un disagio di cui però puoi far tesoro. Vivere la sensazione vaga e persistente di essere un intruso nel
proprio cervello».

Falsa modestia? No, asciuttezza triestina, direi. Certo è che l’equilibrio del racconto tra narrazione storica e ricordo/impressione personale non viene mai meno. La sensazione prevalente è di un’armonia che connette immaginazione e memoria, dall’appartamento in ristrutturazione, al viaggio, agli incontri. Su tutto, come un centro gravitazionale, Trieste, i triestini, e poi le identità confuse, celate, sconosciute, la Slovenia e la Croazia.

«Noi apparteniamo alla gente germinata nei conglomerati di periferia-non alveari, bensì termitai […]. Quartieri distanti uno sputo dal centro, eppure inesorabilmente consegnati a un’altra visione del mondo […] i miei compagni di classe e di università, che avevano sempre un nonno che parlava con naturalezza in greco o in tedesco […]. Ragazzi col doppio cognome, spesso di origine ebraica, che vivevano in via Rossetti o sul colle di S. Vito e nei loro appartamenti pieni zeppi di libri avevano la stanza per la domestica. E in casa parlavano in lingua, come ancor oggi si usa dire invece che in italiano, a marcare con un’espressione così curiosa la distanza dal dialetto».

A prescindere da quanto voglia farne parte, la città interiore di Covacich si compone di un intreccio inestricabile di lingua, storia, luoghi e persone sotto il «culto di un passato comune, una specie di coperta asburgica».

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Mauro Covacich, La città interiore– La nave di Teseo  2017.

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Laura Bertolotti- recensioni  settembre 2017

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