FATEMI ESISTERE, OPPURE ASCOLTATEMI, DATEMI UNA QUALSIASI GIOIA- Paolo Polvani : Note di lettura a “Minimo umano” di Stelvio Di Spigno

tifenn python

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La lettura della raccolta Minimo umano, di Stelvio Di Spigno, procede come un viaggio alla scoperta di paesaggi illuminanti, di scorci che si palesano come rivelazioni non soltanto delle emozioni dell’autore, del suo vissuto, del complicato intreccio di vicende sentimentali e umane, ma della funzione stessa della poesia. Credo che versi come – fatemi esistere, oppure ascoltatemi, datemi / una qualsiasi gioia – potrebbero costituire il sostrato ideale di qualsiasi libro di poesia, potrebbero essere il non detto che rappresenta la sorgente, la motivazione a scrivere. Scorgo, e scopro, trovo una conferma in quell’emergenza, quella necessità, quella impellenza di trovare un riconoscimento, di verificare una visibilità, di lasciare una traccia, una sconfessione di quell’altra ineluttabile verità che esprime il verso: – Questa nostra scrittura svanirà. Ma si / annoda alla pelle la squama lacrimosa / di ogni parola -. Mi torna alla mente la meravigliosa sequenza di versi della Ecloga II di Zanzotto: – Ma tu conoscerai del mio sorriso / l’implorazione ferma / nei millenni come una ferita -. In quel fatemi esistere splende l’implorazione ferma nei millenni come una ferita, questa richiesta in apparenza risibile, eppure così umana, e condivisibile, e condivisa. 

Questo sentimento del baratro viene perfettamente reso dalla scansione dei versi, che sempre si troncano a spalancare un abisso, a sottolineare quel precipizio che ci terrorizza ad ogni curva e pure ci attrae, e regala un ritmo e un’attesa: 

Non capiranno.

Il colpo al telefono quando arrivò la notizia,
la corsa in ospedale, Velia che respirava
con l’ossigeno, La vidi fasciata di lenzuola
e si aprì il vuoto in me. Avrei dato la vita
per vederla ancora in piedi e senza scarpe,
fare la pastorella nel presepe di una stirpe
arrivata alla fine.

 

Nella scansione dei versi si distingue la capacità artigianale di un mestiere appreso e raffinato nelle sue variegate modalità e potenzialità, e tuttavia l’impronta di una sincerità, di una forte adesione alla materia di cui si sostanzia. 

Dunque la scrittura come esigenza di lasciare una traccia, di qui la necessità di indicare le coordinate geografiche, di marcare un perimetro esistenziale all’interno di una topografia precisa: – taglieremo verso Anzio, poi tra le foreste pontine / vedremo spuntare il mare da ogni lato – e nella pagina seguente: –Fuori Nettuno, la Litoranea, i boschi sacrificali / e lontano Gaeta, poi Napoli ingorda e Monte Somma -. Il poeta dice: mi chiamano queste chiese di Anzio, Roma, Viterbo, divento altra cosa, altro dolore, mi perdo in altri, non so più chi ero. 

Una geografia umana invece delinea la sequenza di nomi: – Claudio, Rita, Ilario, Giuseppe, ora bevete / la fiala del disgusto, col piede che vacilla – e più avanti Elena e Vittorio, Amelia e Velia, elenchi di stazioni e stagioni dell’affetto, della vicinanza, dell’amicizia e della condivisione.  Dentro nomi ben pronunciati e identità definite, e dentro una profezia di scomparsa: – Lasciatemi andare via, persone un tempo amate, / cose tutte dell’esistere condivise. / Non piangete per me. / dimenticate -.

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tifenn python

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Sveglia anticipata


Vedi che sto scomparendo,

insieme a me la civiltà dell’onore fraterno,
del calore, dei corpi saldi, del cielo,
la gara a essere umano, anche un minimo,
la sabbia, il gesso, l’argilla, la fortuna
delle guarnacche, delle mani che si allentano.

Ora puoi iniziare il viaggio mai fatto.
Le dita sono libere da illusioni, sotto
la scorza delle ciglia comincia
il nuovo destino come un ruscello
su un’alta montagna. Non temere più
l’alito dei grilli, il digrignare della folla,
le autostrade con metronomo interno.

Dove vai non c’è ritorno, tutto il mondo
ti basti, sparito, in una cripta o spelonca
di paradiso. Accendi una candela
per te stesso, a ciò che lasci
dona larghi confini, basamenti d’oro,
la preghiera, il coro dei cherubini,
per questo sonno senza più domini.

 

Stelvio Di Spigno è nato a Napoli, e nei suoi versi si avverte con decisa chiarezza quanto abbia influito e quanto si riverberi nei versi la magniloquente sontuosità di paesaggi che si sono specchiati nel suo sguardo, la straripante bellezza delle ragazze, il fasto delle chiese, la generosità dei cibi, le strade e le piazze, la maschera tragica delle facce, certi sorrisi beffardi e la ricchezza dell’accento nella luce di un cielo altissimo. Pur trattenuto all’interno di un’idea rigorosa di misura, il verso esprime una ricchezza naturale, una felice effervescenza: – Perché ti cerco nell’ora lucente, / labile fonte di amore e dedizione / che sei ovunque in lapilli e parole, / ma non in me -. Uno splendore lessicale che situa questa poesia con i piedi ben piantati nella tradizione alta della produzione in versi e insieme lo proietta nella migliore contemporaneità, legata a doppio filo a un’idea concreta di realtà: – Splendore di finestre che affacciano / sul mondo, si è fermata al davanzale / una mattina certa come una scossa / di pietruzze trasportate dall’acqua / verso un sole potente -. 

I temi di questa poesia sono gli affetti familiari, lo scorrere inesorabile del tempo che avvicina la vecchiaia, la sconfitta, l’inquietudine esistenziale, i vuoti che lasciano quelli che amammo e che scompaiono. Sentimenti illuminati dalla luce della poesia, una poesia ricca, godibile, potente.

 

Paolo Polvani 

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Testi tratti da Minimo umano di Stelvio Di Spigno

 

Sprezzature

 

Non rispondo a nessuna domanda.

Per esempio:
cosa cercano gli uccelli
profetici nei nostri
quartieri famelici e ribelli?
Cosa vuole da me l’incanto
della sera, oscillante
tra i convegni delle spiagge?

Appartenevo agli umani,
il ceppo impervio, l’amara razza.
Questo lo ricordo. Ogni abisso di luce
che mi strappa la ragione, ogni
anima buona come
un pane spezzato, me lo
replica, balbettando.

Amavo il filo d’erba tramutato
in ferita. Ora che i sentimenti
sono chiusi in campane
di vizio, dentro casse
di cenere e di neve,
anche la paglia se la guardo
inaridisce.

Sono nato
in un piccolo alveare, mi cibavo
di vendemmia e di ruggine, dentro
la mia casa,
prematura e sospirante, dove
ancora l’amore cammina
e si rialza e dove
il tempo
non si è mai fermato controvento.

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Non capiranno

 

Non capiranno.
Il colpo al telefono quando arrivò la notizia,
la corsa in ospedale, Velia che respirava
con l’ossigeno. La vidi fasciata di lenzuola
e si aprì il vuoto in me. Avrei dato la vita
per vederla ancora in piedi e senza scarpe,
fare la pastorella nel presepe di una stirpe
arrivata alla fine.

Non capiranno il profumo del bucato,
variabilmente una casa dopo l’altra, il trauma
delle pareti spesse, la madre che piangeva,
il fratello impazzito. Hanno bevuto
il sangue come vino, il prossimo, gli amici.

Resta un po’ di me in una cabina telefonica,
dove a perdifiato chiamavo l’editore,
le fidanzate e il deputato, dai bassifondi d’Europa,
con lo stesso strepito in gola per tutti: fatemi
esistere, oppure ascoltatemi, datemi
una qualsiasi gioia.

Non sapevo, in quell’età di forche,
che tutto era solo
nelle mie mani appena nate, tentacolari
di vergogna immeritata, senza un lamento.

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NOTE RELATIVE ALL’AUTORE

Stelvio Di Spigno è nato a Napoli il 15 febbraio 1975. Si è laureato e addottorato in Letteratura Italiana a Napoli, presso l’Università L’Orientale. Ha esordito in poesia nel 2001 con la silloge Il mattino della scelta nel VII Quaderno Italiano di Poesia contemporanea, curato da Franco Buffoni. La prima pubblicazione autonoma è Mattinale (Sometti, Mantova 2002) che rielabora materiali della silloge precedente e ottiene il premio Andes. La seconda edizione di Mattinale viene pubblicata nel 2006 presso l’editore Caramanica di Marina di Minturno (Lt), nella collana diretta da Rodolfo Di Biasio, ottenendo il Premio Calabria. Nel 2007 esce il secondo libro organico, Formazione del Bianco, già finalista al premio Sandro Penna l’anno prima, con la prefazione di Stefano Dal Bianco per l’editore Manni di Lecce. Nel 2010 viene pubblicato il terzo libro, La Nudità, per l’editore peQuod di Ancona, con un breve saggio conclusivo di Fernando Marchiori. Nel 2013 pubblica Qualcosa di inabitato, a quattro mani con Carla Saracino, per le edizionI EDB di Milano, con una breve nota introduttiva di Mary Barbara Tolusso. Le poesie di questa silloge sono incluse nel suo quarto libro organico, Fermata del tempo, edito da Marcos y Marcos di Milano nel giugno 2015, con la prefazione di Umberto Fiori. Il libro ha ottenuto il premio nazionale di Calabria e Basilicata. Suoi testi sono tradotti in inglese e spagnolo. Come critico, tra il 1998 e il 2000, ha collaborato all’annuario “I Limoni” sotto la guida di Giuliano Manacorda, ha pubblicato il volume ”Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi cognitivo comportamentale dei disegni letterari e delle fonti autobiografiche della tradizione (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Si è occupato di linguistica e ontologia leopardiane, di Gadda, Montale, della poesia post-avanguardista italiana, di Claudia Ruggeri con saggi e articoli pubblicati su «Testo a fronte» e sugli «Annali» dell’Università l’Orientale di Napoli. Dopo circa un decennio di collaborazione universitaria, attualmente insegna nei licei e in università private. Vive tra Anzio, Roma e Gaeta.

 

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Stelvio Di Spigno, Minimo umano-Marcos y Marcos 2020 

 

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