L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE – Milena Nicolini: Nascere, rinascere, fiorire

 

 

Faccio i migliori auguri per l’anno che entra e le feste in arrivo a Fernanda Ferraresso, che con tanta passione ci tiene aperto questo bello spazio di Cartesensibili, a tutte/i le/i collaboratrici/ori che in questo luogo fanno strada insieme, e a tutte/i le/i lettrici/ori che ci hanno restituito fiati e sguardi. Questa nostra coralità è ‘tanta’.

Propongo questa volta un racconto di Silvia Nerini, in cui nemmeno una virgola viene dall’immaginario. Come lei ben presenta, tutto è stato visto, sentito, ascoltato. Ascoltiamo anche noi, per non dimenticare mai l’orrore di questa e di tutte le altre guerre.

Milena Nicolini

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natasha newton

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NASCERE, RINASCERE, FIORIRE

Viaggiare in un paese colpito da una guerra civile, andando alla ricerca delle origini del conflitto e delle tracce che questo ha lasciato nell’oggi. Ascoltare le testimonianze degli storici, ma soprattutto dei sopravvissuti, delle vittime, affinché le memorie diventino patrimonio comune e non vadano perdute. Viaggiare da insegnante insieme ad insegnanti allo scopo di trasmettere ai giovani questa esperienza, permettendo in seguito di effettuarla anche loro attraverso il viaggio di istruzione. Tornare e rimeditare su come le guerre civili siano simili ovunque e in qualunque momento, decidere di provare a fermare quanto visto e quanto ascoltato, provare a dare voce al dolore di chi ha subito, pur sopravvissuto. Ne è nato un breve racconto senza luoghi e senza nomi, fuoriuscito dall’esperienza di un viaggio in Bosnia, ma esteso a tutti i sofferenti di ogni guerra.

 

NASCERE

Era giunto il giorno. Era lievemente oltre quello previsto, ma il medico aveva rassicurato che era tutto a posto. Ormai le contrazioni iniziavano ad accelerare, ma aveva ancora il tempo per pensare.

E ce n’era da pensare. Si sentiva inquieta. Erano giorni strani, una lieve tensione, come elettricità sospesa, era nell’aria e permeava ogni cosa.

Da mesi ormai si sentiva sempre più spesso tutto intorno distinguere tra ‘nostro’ e ‘loro’, tra ‘noi’ e ‘loro’, tra ‘da noi’ e ‘da loro’, ma da dove la distinzione trovasse origine non era chiaro, nessuno che lo spiegasse, nessuno che davvero rintracciasse il motivo di tutto quel mormorio sempre più assillante. Il denaro? Non poteva essere, erano tutti poveri uguali. L’aspetto? Ma se erano tutti avvinti da legami di parentela come potevano ritrovarsi così diversi? I paesaggi? Vivevano in un luogo talora dal clima avverso, è vero, ma dai colori e dalle sfumature di una intensità impareggiabile. La lingua? Parlavano dialetti diversi, discendenza di storie di provenienze sovrapposte, ma le comunicazioni ufficiali, la scuola, la politica, il cinema, la radio e la televisione, i quotidiani: era quella nazionale, uguale per ognuno di loro.

La prima vera contrazione forte le fece scendere un brivido lungo la schiena e la riportò al momento. Nonostante tutto, quello sarebbe stato il giorno più bello della sua vita, le avevano detto. A dire il vero avrebbero già dovuto essercene altri, a sentire le voci delle amiche e delle parenti, ma lei tutti quei giorni felici non li aveva ancora sperimentati.

Non lo era stato nessuno dei suoi compleanni, alcuni trascorsi malaticcia, altri senza nemmeno avere una tortina sulla tavola, altri direttamente dimenticati perfino dai genitori impegnati a mettere insieme il pranzo con la cena. Non lo era stato quello del diploma raggiunto, con la certezza di non avere diritto neppure ad un giorno di vacanza, nonostante il bel voto ottenuto, essendo già stata indirizzata al lavoro fin dal giorno successivo. Non lo era stato neppure il matrimonio, il giorno più bello, un matrimonio non voluto e osteggiato dalle famiglie, celebrato senza neppure la presenza dei suoi genitori, in opposizione a quel giovane di religione e provenienza diversa rispetto a lei, senza abito bianco da principessa fiori e banchetto abbondante che non si erano potuti permettere.

Ma c’era amore, quello tanto, erano stati due anni sereni, nonostante le preoccupazioni materiali quotidiane, nonostante il permanere del rancore familiare, due anni in cui la loro convivenza era stata segnata da un lieve miglioramento economico, da un’intesa sempre più profonda, da una complicità via via più stretta. Ed era arrivato lui, lui sì una gioia profonda che sentiva salire dal ventre al cuore agli occhi, spesso umidi come due laghi nella luce del mezzogiorno, quando tutto si fa più mobile e sfumato.

Sentì spingere sempre più forte finché lo sentì uscire, e poi la vocina flebile di un singhiozzo, il primo suono di una infinità di suoni dolci, arrabbiati, gioiosi, lamentosi, trionfanti, urlanti che avrebbe negli anni successivi sentito uscire dalla sua bocca. Era stanca, ma di una stanchezza mai provata prima, una sensazione strana, colma di un calore che le faceva abbracciare l’umanità intera, stretta con lei in quell’abbraccio alla nuova vita appena fiorita in quella sala affollata e rumorosa.

Concluse che era vero, quello era davvero stato il giorno più bello della sua vita fino a quel momento, il giorno in cui la vita stessa le aveva porto il dono più bello, quello di ricominciare la sua vita dall’infanzia, quello di poter tornare daccapo ad iniziare a crescere, quello di riscoprire ogni colore suono odore emozione come fosse la prima volta. Suo figlio le regalava il dono più impensabile: vivere di nuovo una seconda vita, ma molto più intensa e consapevole della prima.

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natasha newton

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RINASCERE

Non ce la faceva più, già dopo due anni di patire.

Alla fine, non era stata lei ad essere troppo sensibile o a vedere ciò che non c’era. Quei sintomi che aveva iniziato a percepire tre anni prima erano, senza nemmeno lasciar rendersi conto di come, in un brevissimo spazio di tempo, deflagrati con lo scoppio della prima bomba. Se lo ricordava quel giorno: era novembre e c’era il sole, cosa strana per la sua città, dove dalla fine dell’estate il sole non compariva quasi più, lasciando il campo alle nebbie, alla bruma, alle piogge e talora alle prime nevicate e gelate. E fino alla primavera successiva la luce rimaneva una dolce memoria, quasi un sogno sognato in un recente passato da cui non ci si voleva svegliare. Fino a quando, in una mattina qualunque, le nubi si sarebbero all’improvviso sciolte, temperate da un fuoco a quel punto tornato caldo che non avrebbe più smesso di scaldare luoghi corpi e anime fino all’autunno successivo.

Era novembre, quel giorno, e c’era il sole. Poiché era cosa rara, aveva intabarrato il suo bimbo ormai capace di camminare da solo ed insieme erano andati a sgambettare al parco, in fin dei conti i bambini devono stare all’aperto sempre, anche quando è ormai freddo. Non erano soli, il prato era colorato di tanti piccoli berrettini che a modo di fiori tardivi punteggiavano il color cenere di un terreno senza più erba e vita. Gridolini di felicità permeavano l’aria mentre le mamme chiacchieravano serenamente tra loro, in un istante che si sarebbe congelato per sempre ad un improvviso fragore che provocò l’istantaneo precipitare di tutte le foglie secche rimaste sui rami, in un unico urlo, come si fossero messe d’accordo prima.

Sentì un vento caldo sfiorarle la guancia e come dei sassolini schizzati da un oggetto caduto in una pozzanghera colpirla su tutto il corpo. Prese per mano il suo bimbo, in un silenzio glaciale in cui tutte le mamme reagivano all’unisono compiendo gli stessi gesti e corse il più in fretta possibile verso casa. Appena entrata in ascensore, vedendo il suo riflesso nello specchio, rabbrividì. L’avevano colpita davvero dei sassolini, la sua pelle era tutta graffiata, sottilmente, senza evidente sangue, ma in tante linee sottili come se il suo volto si fosse trasformato in una mappa per nessun luogo. Entrata, accese subito la radio e capì. Le scintille erano divampate in un violento incendio e la sua città, così bella e ricca di memorie, si era risvegliata accerchiata.

Dalle colline intorno erano stati esplosi simultaneamente colpi di cannone sulla via centrale, provocando diversi crolli, morti e feriti, e un silenzio tombale che avvolgeva anche gli angoli più nascosti e i cortili e le piazze più intimi. I negozi avevano tutti chiuso in fretta e furia, gli uffici avevano visto sciamare file di impiegati in rapida corsa verso le loro case per rassicurarsi di non essere stati colpiti negli affetti e negli averi, i turisti si erano chiusi immediatamente nei loro alberghi sperando di potersi allontanare da lì il prima possibile. Solo qualche giornalista si avventurava in giro per le strade divenute spettrali, tra il silenzio sepolcrale e ancora qualche voluta di fumo che si alzava dai calcinacci, incredulo dello spettacolo, ma ancora più incredulo che a provocarlo fossero stati cittadini, come lui, della sua stessa città, spinti da un odio e da un rancore senza un vero perché.

E due anni dopo nulla era cambiato, anzi. L’assedio non si sbloccava, il mondo quasi non si ricordava più di quello che stava succedendo nel suo paese, e anche se lo ricordava non si adoperava in alcun modo per favorire una soluzione, per accompagnare verso una riappacificazione che sembrava sempre più lontana e non voluta. I soccorsi erano lasciati alla iniziativa personale di singoli individui coraggiosi che mettevano a rischio le loro esistenze per fare arrivare cibo e medicine. Anche alcune istituzioni e organizzazioni internazionali si preoccupavano di assistere loro, i civili assediati, di curare i feriti, di trovare il modo di seppellire i morti in sicurezza. Erano piccoli sospiri di sollievo di una sopravvivenza garantita almeno per un altro giorno, mentre non si sapeva più come fare a scaldarsi o a cuocere quello che riusciva ad entrare, ad arrivare ai punti di distribuzione, diversi ogni volta, per imbrogliare i cecchini appostati ormai ovunque, a sostituire abiti e soprattutto giacche e cappotti consunti da un uso ininterrotto. C’era anche chi cercava di mantenere l’illusione di normalità, per non far scivolare tutti nella disillusione e nello sconforto: un film proiettato in una casa ancora in piedi, una rappresentazione teatrale in un luogo svelato all’ultimo, un piccolo concerto improvvisato in un angolo qualunque in un’ora qualunque.

Ma chi poteva, chi aveva amici in alto, chi riusciva ad ottenere un riavvicinamento a parenti già lontani, chi ancora aveva denaro riposto in qualche pertugio nascosto faceva di tutto per andarsene, in spregio a tutti gli altri, quelli che facevano di tutto per resistere, quelli che non volevano darla vinta al “nemico”, quelli che non avevano mezzi e modi che, a loro volta, quando ne parlavano tra loro ne parlavano accennando ai “traditori”, agli “egoisti”, agli opportunisti; ma in fondo in fondo con un sottotesto di invidia che non poteva sfuggire ad orecchi attenti.

Due anni difficili anche per lei; suo marito si era unito ai resistenti in un primo tempo, lasciandola nell’angoscia quotidiana di non sapere dove fosse, se ancora fosse; poi era stato chiamato presso una organizzazione internazionale umanitaria perché poteva fungere da interprete e collegamento con la popolazione. Nell’anima era più serena, almeno lo sapeva in luogo sicuro, ma, mese dopo mese, per loro, come per tutti, i disagi erano sempre più insostenibili. Prima era stata sospesa l’elettricità per almeno la metà della giornata, poi erano stati spenti i riscaldamenti domestici per la carenza del carburante, poi avevano iniziato a sparire dai banchi del mercato sempre più generi alimentari, infine anche la legna, unico combustibile rimasto per le stufe, era scomparsa. Allora aveva iniziato a bruciare prima i mobili, poi le suppellettili in materiale non ignifugo, poi erano rimasti solo il freddo e quel poco di cibo che c’era, crudo. L’effetto sul suo bimbo, ormai treenne, si vedeva al primo sguardo: pallido e magro, spesso malaticcio, senza più l’energia per giocare e correre, una candelina sempre più spenta. All’ennesimo rischio di bronchite, cominciò a chiedersi perché lo avesse messo al mondo se il suo destino era già segnato prima di diventare grande; se fosse stata egoista nel voler mettere al mondo una creatura nuova in un momento in cui solo chi non aveva voluto vedere non aveva visto quello che stava per accadere; se fosse stata ingenua a credere che davvero la vita le avesse fatto il dono di un figlio, in realtà per ingannarla ancora una volta; se quello che tutti definivano il più grande dono femminile, il dono della vita, fosse stato davvero un dono e non una condanna.

Tutto avvenne rapidamente, in una mattina d’estate. Nessuno le aveva detto nulla, nessuno l’aveva preparata. Senza sapere come, si ritrovò su un’ambulanza insieme al suo bimbo mentre tutto intorno, come tutti i giorni, ormai, cadevano granate da ogni lato, al ritmo di una ogni minuto. Il veicolo sembrava schivarle, come si cerca di fare quando piove a dirotto e si è dimenticato a casa l’ombrello: saltellava a zig zag ad una velocità che metteva paura solo a guardare fuori dal finestrino. Qualche volta venne sfiorato, qualche volta sembrò sul punto di cedere e fermarsi dicendo – ora basta – e invece no, in un quarto d’ora si ritrovò di là dal varco, nel silenzio, dove non c’erano più né bombe né cecchini né cannoni. Un aereo li portò velocemente di là dal mare e li depositò in un luogo non dissimile da quello da cui proveniva, assolato, circondato da colline e montagne dalla cima innevata, verde di alberi e di campagne accuratamente coltivate, ma di cui non riconosceva nulla, nemmeno i suoni, così diversi da quelli a cui era abituata.

Lo aveva saputo una settimana dopo, quando finalmente era stato trovato un interprete che potesse comunicare con lei e fare da intermediario con quel nuovo mondo in cui non veniva fatto loro mancare nulla, ma in cui ormai provava una angoscia insostenibile e una solitudine incommensurabile. Era stato suo marito, che conosceva bene tutte le dinamiche del conflitto, lavorando all’interno della missione internazionale, ad organizzare tutto. Comprendendo che si stava preparando una grossa offensiva contro i civili della città per cercare di piegare definitivamente una resistenza contro la quale non erano serviti a nulla le bombe continue, i campi di concentramento, gli stupri di massa nelle campagne circostanti, era riuscito ad ottenere, in cambio degli ultimi, pochi, averi rimasti, un salvacondotto per lei e per il loro bambino per metterli al sicuro, per essere certo che non sarebbe toccato loro niente di male. Ma il vero prezzo che aveva pagato era stata la sua vita, strappatagli nel bosco che si estendeva da dietro la loro casa fino al confine mentre cercava, di nascosto con alcuni altri, di trovare una via di fuga che gli permettesse di raggiungerli in quel nuovo mondo fatto di speranza. Dopo una settimana, il suo corpo non era ancora stato trovato o identificato.

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natasha newton

 

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MATURARE

Era il suo ventottesimo compleanno, ma ancora non sapeva bene chi fosse. Non era nato lì, conosceva dai libri di scuola il suo luogo di origine, ma quello in cui viveva era il primo luogo di cui conservasse memoria, da cui aveva ricevuto e conosciuto il dono della libertà e dell’accoglienza. Aveva capito che la lingua che parlava, avrebbe detto da sempre, non era la sua, ma di quella che usciva dalle labbra di sua madre talvolta, soprattutto quando era arrabbiata o inquieta, non capiva nemmeno una parola. Di suo padre, poi, non si era saputo più nulla, non era stato trovato nulla di lui, nemmeno un brandello di abito, una qualunque traccia: come poteva trovare una sua strada con tutte le ombre del passato che gli impedivano di guardare avanti, come poteva dimenticare se, quando al telegiornale parlavano della situazione della sua regione, vedeva intervistati coloro che erano stati la causa della sparizione paterna e del perpetuo dolore materno, non solo parlare liberamente ma governare ufficialmente e universalmente riconosciuti quella che era diventata una nazione, senza aver subito nessuna ripercussione per i crimini commessi in quegli anni, ma vivendo fianco a fianco delle loro vittime sopravvissute potendo guardarle negli occhi, chissà se provando o no almeno un po’ di rimorso?

Aveva studiato con buon profitto e successo, si era laureato prima in lingue e poi aveva ottenuto la specializzazione in relazioni e cooperazione internazionale e, dopo uno stage presso gli uffici locali di un’organizzazione non governativa, era stato assunto per un periodo di cinque anni a Bruxelles per contribuire alla gestione del sempre maggior numero di profughi in arrivo e alla loro riassegnazione e redistribuzione tra i vari territori dell’Unione. Nei primi tre anni del suo contratto aveva letto tante storie, molte delle quali non dissimili dalla sua, aveva studiato dati, numeri, casi che testimoniavano di un mondo sempre più in conflitto, di guerre sempre più locali ma sempre più distruttive e devastanti per le popolazioni, aveva ascoltato di tentativi falliti di ricostruzione e di ritorno alla normalità, così numerosi che non avrebbe saputo riportarli tutti. Ma su una cosa tutti quei racconti erano concordi: essere riusciti a fuggire era stato per tutti e per ognuno un dono indescrivibile, la possibilità di ritrovare la vita e, soprattutto, il futuro.

L’estate precedente era stato inviato nella sua regione di origine per seguire un progetto internazionale di investimenti in campo agricolo per promuovere la ripresa delle coltivazioni su larga scala allo scopo di ridurre il più possibile la dipendenza alimentare dalle importazioni dall’estero. Per la prima volta da quando all’età di tre anni era diventato un sopravvissuto vedeva i colori, udiva le voci, annusava gli odori della sua infanzia, di alcuni dei quali gli risaliva un lieve sentore di già sentito, una parvenza di calore nello stomaco che gli trasmettevano una sensazione di casa come in tutta la sua vita non aveva mai provato. Mentre era lì, gli era stata comunicata la notizia del ritrovamento dei resti del fratello di sua madre, che lui non aveva mai conosciuto, che era morto durante un tentativo di fuga simile a quello in cui era scomparso suo padre. Aveva deciso di partecipare alla cerimonia di inumazione che si era svolta insieme a quella di altre vittime ritrovate, alla presenza di poche persone nella totale assenza delle autorità.

Durante la cerimonia, aveva compreso per la prima volta dentro di sé, in prima persona e non filtrato dalla madre, il dolore, quello che colpisce come un pugno allo stomaco, quello che fa capire come la sopravvivenza altrove sia tutta una finzione, un’illusione di rinascita che in realtà copre la morte dentro, la morte degli affetti, la morte della speranza. Comprese che sopravvivere non è vivere, che la lontananza non può colmare il senso di colpa per il privilegio di esistere, che un impegno esterno disinteressato non sempre porta i risultati sperati in una realtà divisa anche dopo la pace, sempre sul punto di veder riesplodere all’improvviso rancori che l’ufficialità voleva cancellati, in una realtà dove vittime e carnefici spesso abitavano sullo stesso pianerottolo, dove i giovani si sentivano soffocare dalla mancanza di prospettive, dove la povertà era ancora più sfacciata rispetto a prima della guerra, dove libertà era una parola dal significato mutevole a seconda dello sguardo e del momento.

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natasha newton

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FIORIRE

Non lo sentiva da una settimana, ed ogni volta la sensazione era la stessa. Sentiva l’affanno risalirle nel ventre, chiudendo lo stomaco, l’esofago, la trachea, dandole l’impressione di soffocare nel suo stesso respiro strozzato prima ancora di nascere. Poi, ogni volta, lui chiamava, le diceva che andava tutto bene, che era stato qualche giorno in montagna a controllare i campi, quelli che avrebbero dovuto produrre per la primavera successiva, di stare tranquilla, che pericolo non c’era.

Ma cosa gli era saltato in mente! Era tornato diverso, l’estate precedente, più adulto negli occhi, ma più taciturno e più ombroso nel carattere. Passava ore e ore al computer, cercando non si sa bene che cosa; spesso si recava nella città grande, in biblioteca, da dove rientrava carico di fotocopie e volumi; sempre più frequenti erano le telefonate che faceva e riceveva via skype, da cui la escludeva, con gentilezza sempre, ma con molta risolutezza. Fino a quel 25 settembre, quando le comunicò una notizia agghiacciante: lì, nel nuovo paese, non poteva più continuare a vivere. Sentiva su di sé la responsabilità del suo passato, di suo zio e di suo padre; la pesantezza di un futuro che anche lui, fuggendo, aveva contribuito a negare al suo paese; gli occhi spenti dei bambini che aveva incontrato, vuoti d’amore e di vita; la vergogna di tanti suoi coetanei nati dagli stupri di massa che tante donne avevano subito come arma di terrore, senza modo di liberarsi dal ricordo, ad ogni minuto trasmesso dagli sguardi delle madri che erano sopravvissute. Sarebbe tornato là, aveva già organizzato tutto, trovato i contatti giusti, si sarebbe sistemato nella loro vecchia casa, miracolosamente rimasta in piedi, avrebbe fondato una comunità di pace e di memoria, avrebbe accolto donne, madri, bambini, anziani; avrebbe lavorato e, con il denaro volta per volta accantonato, avrebbe dato vita ad un progetto che restituisse speranza dove era stata cancellata. Si era sentita morire, lo aveva cresciuto confidando che per lui la vita sarebbe stata più sicura, più definita, più libera, un vero dono di cui avrebbe potuto cogliere i frutti in un paese in pace e prospero. E invece? Aveva deciso del suo dono di fare un dono più grande, un dono in bilico tra la pace e la guerra, un dono di moltiplicazione di pace, un dono di amore per la Vita.

Non lo aveva più visto, ma ogni volta che lo sentiva per telefono lo riconosceva per il bambino che era stato, ottimista, esorbitante d’amore, appassionato costruttore e creatore; vedeva di là dal mare i suoi occhi luccicare finalmente di felicità, pieni di un mondo dove aveva finalmente trovato il suo posto; sentiva la sua voce squillante e forte, di uomo ormai consolidato nelle sue fondamenta.

Aveva paura, lei, una infinita paura, ogni rumore anomalo nella strada, ogni squillo del telefono in ore improprie la metteva in ansia, a disagio, ma sentiva che il suo lavoro di madre era stato un successo, ed era infinitamente orgogliosa di lui, non avrebbe cambiato quel presente con nessuno dei suoi sogni passati, per nulla al mondo.

Silvia Nerini

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Nota relativa all’autrice

Silvia Nerini insegna in un istituto tecnico di Modena storia e letteratura. Si  occupa da molto tempo di teatro, sia come coordinatrice della compagnia della sua scuola, Ultima Fermata, sia come attrice e coordinatrice di gruppi teatrali non professionisti all’interno dell’associazione Arcoscenico di Modena.

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