RISCRITTURE POETICHE PER RICOMINCIARE- Giorgio Galli : Note di lettura a proposito di “Elena, Ecuba e le altre”

monte sole- ruderi, teatri di memoria

 .

L’ultima raccolta poetica di Maria Lenti si inscrive in quel filone della letteratura contemporanea che assegna valore etico alla riscrittura e alla metascrittura. Dagli apocrifi di Marco Ercolani ai racconti metacronici di Sonia Caporossi, da certi “sovratesti” di Antonio Devicienti alla rilettura-riscrittura del testo biblico operata da Raffaela Fazio in Midbar, dai libri a quattro mani dello stesso Ercolani e di Lucetta Frisa fino a La seconda voce di Gabriela Fantato, c’è una schiera di autori, in prosa e in poesia, per i quali la scrittura non si configura più come atto forte e affermativo, ma come un modo di tenere viva la tradizione umanistica e di restarvi aggrappati. E’ qualcosa di più di una forma di epigonismo o alessandrinismo: è la necessità di scrivere su altra scrittura per non cedere alla disperazione; di mettere stucco fra i tasselli del mosaico della bellezza per rafforzarli, in un estremo atto di vitalità artistica e civile. Questi autori non sembrano dire “Ho qualcosa di nuovo e straordinario da esprimere”, ma “Voglio portare tutto questo in salvo”. Questo portare in salvo però -e qui sta la novità sostanziale- non comporta un atteggiamento acritico verso la tradizione amata; al contrario, è proprio dagli errori e dalle ingiustizie consustanziali a tradizione che la loro opera prende le mosse.

Marco Ercolani, con i suoi Atti di giustizia postuma, ha mostrato che c’è un’istanza etica alla base del riscrivere o dello scrivere apocrifo: riparare un torto, dare un’altra chance, ridare voce a chi la Storia ha cancellato. Maria Lenti muove dalla constatazione che la Storia è un libro da cui sono state strappate metà -almeno- delle pagine: quelle riguardanti il femminile. Per “ricominciare” e non perdere pezzi di umanesimo e di umanità bisognerà reintegrare nella storia quelle pagine ingiustamente strappate. Ci avevano già provato Gabriela Fantato e gli stessi Ercolani e Lucetta Frisa nel loro Furto d’anima. Ma Maria Lenti porta questa consapevolezza alle più lucide conseguenze operative -intendo dell’operare poetico. Le sue eroine appaiono sulla scena per fare dei brevi monologhi, ma non appaiono come fantasmi, come impossibilità di se stesse, ma come donne in carne e ossa, creature che sommano in sé l’archetipo mitico o tragico e la concretezza del reale vissuto. Elena, Ecuba e le altre è una controstoria mitica della cultura vista dal lato femminile, con mitiche figure femminili che riappaiono dalla notte dei tempi per un’epigrammatica, ultima affermazione. 

La riscrittura femminile del mito non porta sulla scena solo un punto di vista nuovo: a volte ribalta sconfitte in vittorie. Dove il mito assegna alla una parte di schiava, ella riafferma la sua libertà. Ecco dunque Briseide: 

 
«Achille, Agamennone, di nuovo Achille:
chi siete?
Minete è l’uomo mio.
Sotto le mura d’Ilio tu, Achille, l’hai ucciso.
Ora sei in ansito fiatato sul mio viso,
la spada a lato per ogni mio diniego:
io inguaino di vuoto l’asta tua.
Non ti sento.
Minete io sentivo,
lui, uno con me, lui mi sentiva.»

Dove Euridice nel mito è solo colei che retrocede nell’Ade, qui è una donna determinata che per ultima cosa biasima l’indecisione di Orfeo:

«Cristallo il mio passo, il tuo di vetro
…uscire dalle secche e dagli indugi.
Lo voglio io, lo vogliono gli dei.
Lo vuoi tu? Riprendiamo da qui,
mettiamoci in cammino.
Non voltarti
per accertarti che io ci sia
come vagheggi e sogni
sui rimpianti.
Di fronte l’uscita
ad arco tondo, Orfeo.»

Psiche non commette un errore ingenuo accendendo la luce, ma afferma -consapevole delle conseguenze- il suo diritto e bisogno di vedere:

«Mi hai portato in un palazzo incantato
ma ti neghi a rivelarti o a svelarti.
Appagato del tuo buio, vieti che ti si scopra.
Desiderosa di chiarezza,
alzo la lanterna e ti rischiaro a lungo.»

 

La sconfitta dell’eroe uomo secondo la tradizione viene riletta come vittoria dell’eroina donna. Maria Lenti porta una sensibilità combattiva dentro l’estetica -e l’etica- della riscrittura. Eppure la storia di queste donne quale ce l’ha consegnata la tradizione, la loro storia di sconfitta e morte, fa da costante controcanto al testo, ne è la precondizione e l’antefatto, il totem che la ribellione ha sempre presente e da cui prende le mosse. Ed è -anche- di lì che il poema trae la sua forza tragica.

 

Giorgio Galli

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre – Arcipelago Itaca 2019

Prefazione di Alessandra Pigliaru

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