POSTLUDE: IL CANTO CHE RISUONA NEL VANO CELESTE- Note di lettura di Lucia Guidorizzi… “Nel vano delle parole”

 chiharu shiota 

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Dopo aver letto questo libro straordinario di Fernanda Ferraresso, speculare e al tempo stesso asimmetrico rispetto ad “Alfabeti segreti”, (Terra d’ulivi Edizioni 2018), mi sono trovata a vivere in una dimensione sospesa, una specie di interregno in cui poesia e prosa s’intrecciano inestricabilmente all’interno di una mirabile architettura fatta di stanze e di spazi in cui domina la distanza, dimensione privilegiata che permette di osservare le cose e il loro dissolversi col necessario distacco.

Il ritmo delle parole si snoda lento ed inesorabile attraverso un’accumulazione d’immagini e di percezioni che continuano a sottrarsi ad un dominio definitivo, nella mai sopita consapevolezza che il ruolo dell’esistenza richieda proprio questo lasciar andare ogni luogo per riformulare attraverso il linguaggio la sua perdita e la sua distanza. 

Le parole si sfaldano trasumanandosi l’una nell’altra, in una caduta senza gravità all’interno del corpo e del pensiero.

In un duplice movimento che si snoda in  un andare e sostare, Fernanda Ferraresso procede di soglia in soglia, dissolvendosi nel suono della parola, attraversando stadi e condizioni diverse.

La parola “vano” ci riconduce al senso d’inutilità, d’inconsistenza materiale, ma anche di spazio vuoto che in ambito architettonico si riferisce agli elementi che caratterizzano le abitazioni: anche nello spazio poetico il vano diviene quell’intermezzo di vuoto che intercorre tra una parola ed un’altra. Abitare la distanza diviene per Fernanda Ferraresso  un’imperativo esistenziale che le permette di procedere nella sua ascesi scritturale attraverso rarefatti esercizi di sottrazione.

Indagando sull’impermanenza  che regna sovrana sul mondo l’Autrice ci ri-vela la complessa trama stratificata di esperienze e parole che è la vita stessa.

Progrediente, in un divenire pregno di echi e di memorie, il libro procede in un labirintico addentrarsi che fa pensare alle parole di  T.S.Eliot nei “Quattro Quartetti” “Noi non cesseremo l’esplorazione, e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere laddove noi siamo partiti e conoscere quel posto per la prima volta.”»

Nella scrittura di Fernanda Ferraresso ho trovato molti echi di autori come T.S.Eliot in “Quattro Quartetti”, Paul Celan, in “Di soglia in soglia”, Jean Thibaudeau in“Overture”: queste voci risuonano  nel suo canto che si configura come una sorta di epico postludio ai grandi temi affrontati dalla poesia del Novecento.

 

“ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana” 

                                                                                              (pag.19)

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 chiharu shiota 

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La scrittura sperimenta continuamente la perdita ineluttabile dei luoghi attraverso la distanza creata dal tempo

 

“mi accorgo
che ogni istante la mia vita
è una cristalliera di silenzi
perfino il mio respiro 
può mandarla in frantumi”

                                                    (pag.35)

il senso di fragilità insito nel vivere scandisce il desiderio di nominare le cose affinché esse mantengano una loro propria sostanza e consistenza.

 

“nei solchi della mente dove ancora mi attraverso e ascolto
sono nitide due voci e ciascuna ha un linguaggio
si guardano come da fronte a fronte”

                                                                      (pag.51)

 

Anche la mente è un vano, spazio nei cui solchi due linguaggi diversi si confrontano in singolar tenzone costituendosi in differenti esperienze.

 

“CHE COSA HO DETTO?
QUASI TUTTI I GIORNI
CON CHI HO PARLATO FINO A QUI
SE NON AI MORTI?”

                                        (pag78)

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 chiharu shiota 

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Questa frase segna una cesura profonda nell’andare labirintico dell’opera, una presa d’atto della consapevolezza che ogni opera alla fine altro non è che immergersi in profondità, viaggio orfico nell’oltretomba, inesausto dialogo con le ombre dell’Ade.

 

“- uccidere ancora
uccidere e rinascere in una anestesia
di carta e d’inchiostro (s) macchiando il bitume dell’ego
tra diritto e rovescio”

                                          (pag.83)

 

la scrittura permette  continue morti e rinascite in un continuo trascendere l’ego ed ogni implicazione personale ed individuale per far risuonare un canto spalancato sull’Oltre

 

“non perdere il filo – ti ripeto –
riappropriati narrando 
di quanto in vita hai perduto
coltiva ciò che si è e si può essere
lega a te ciò che ti ha portato ad esserlo
fissa per sempre ogni gesto ogni volto ogni luogo
sulla pagina che noi siamo”

                                                 (pag.119)

 

Tenere accesa la lampada della memoria attraverso la scrittura come testimonianza di questo ininterrotto dialogo tra vivi e morti è assoluta priorità per Fernanda Ferraresso che riceve questa eredità poetica in grado di sdipanare il filo del labirinto vuoto che è la vita stessa

 

“-anche ora è di nuovo notte e uno stato di quiete fonda dentro
la tua vista
un cielo stellato uno speciale godimento che solo l’anima
comprende
nel silenzio dei sensi si espande in segreto uno spirito che ti
parla e per ognuno è una lingua ineffabile e
diversa
in disarticolati concetti sprofonda tutto quanto non è possibile
descrivere ma senza fine tutto si frammenta in quel tutto che
resta inscindibile-“

                                      (pag.153)

 

Con questa immagine dello spazio celeste si chiude il libro e noi riemergiamo dalle sue profondità in un “riveder le stelle” che ribadisce l’indicibilità del linguaggio nell’esercitare la sua funzione salvifica.

Non dimentichiamo che l’etimologia di cielo deriva dal latino “coelum” che significa cavo, incavato, convesso e vuoto: anche il cielo pertanto è un vano, vuoto spazio in cui si colloca il ruotare degli astri, così come nello spazio vuoto del foglio si fa strada la parola .

Lucia Guidorizzi

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 chiharu shiota 

Risultati immagini per chiharu shiota

Testi tratti da Nel vano delle parole di Fernanda Ferraresso

 

per questo hai scritto?

ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di alt(r)i segni
una mobile scrittura un’intricata foresta
i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole
è solo crepe sulle facciate di case straniere
quasi una forca la memoria divaricando la forcella
innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio della mia vecchiaia
dalle spalle dei miei anni trae i pesi dei luoghi le cimature degli alberi
le siepi gli orti incolti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente niente riaffiora da quell’antro che è l’androne di casa
perché dove abiti ora tutto è stipato
un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
e i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano in un niente
così che a te non resta altro
che un vuoto deposito di polvere

(…)

tuo unico specchio
quello spazio
nel chiuso del giardino quel gradino di buio
dove l’ombra abita maestra
e senza tempo annunciando ogni volta
la raccolta in una sola stagione versa
note di una musica in fiati di alberi erbe di tutti i boschi
e i prati configura in questo piccolo rettangolo
il cielo di ogni altro luogo
mondo preciso ridotto in pigmento
e un soffio da un ampio respiro
come da oceani sparge lo spettro di altre profonde foreste
un planetario dipinto nella pietra cava del mio occhio

mi chiedo dove siamo
esattamente in questo spazio
se sia questo l’immenso del giardino
terra dove l’infanzia ancora vive il mondo
incapace di vederne i recinti e sentirne le parole in chiaro
in questo infinito presente
è ancora innocente l’uomo?

situato fuori dal tempo eppure temporaneo
fuori dallo spazio di ogni scelta che conti
eppure presente fisicamente senza materia che basti
a governare questa origine che muta
ogni istante nascendo se stessa
la realtà si trasfigura e come neve si scioglie
lungo la notte che perdura

ancora due tempi
sempre diversi e mai divergenti
aprono il cono di illusioni
in questo volto annebbiato
dalla luce fossile chiusa diga in me
di visioni strette in un corridoio d’angolo
eco dei piedi tocco
la sabbia dimenticata di un deserto
cancellato il ferro della serpe che da piccola mi ha morso cadendo
di ruggine la sua fronte ora brilla
come un grano di quarzo
facendosi punto di appoggio al mio sollevare il velo
di quel mondo al confine di me stessa nel pantano dei pensieri
e con le narici aperte senza occhio e con l’orecchio teso
ascolto il tornante globo di sangue che lento mi precorre
accecandomi quanto basta
per vedere continua e vicina la grande acqua e intera
la mia notte
sola

[…]

e adesso tu vieni mi vieni incontro
e io appoggio come un canestro la mia testa in terra
mentre da qualche parte qualcuno dice
– scendiamo
lungo la notte

seguo la voce di tutte le voci in una eco

entriamo
nella grotta dei segni un seno grande è il volume
di tutta la stanza
è il calore della terra
lo stesso della nascita nel ventre della madre
ancora inciso in quelle pareti un bestiario di voci
seducenti e luminose graffiano la pietra del mio corpo
due figure custodi restandosi accanto
si nutrono ciascuna del silenzio dell’altra

per quel silenzio la piana intorno
si fa immensa e sacra se solo la si ascolta
lontane battaglie in tante inarrestabili guerre si fanno udibili ma
né maestri né discepoli eroi vincitori o vinti si ergono dal suolo
solo fiori di porpora densissima colano dal palmo
della morte a quello della vita entrambi quiete

non subiscono né perdita né guadagno
entrambe non possiedono del tempo l’inganno
dell’occhio l’illusione e il disinganno
nessun desiderio attecchisce al loro tronco
ogni atto è un attimo e un albero
grande ampio ramifica un solo infinito
universo

mano scrivi
scrivi a mano te lo ordino
ordina questi segni nell’argilla rossa cercami
dove sei?
niente corpo né impronte
tutto è solo
un vano buio

[…]

f.f.- Nel vano delle parole- LietoColle editore 2018

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Fernanda Ferraresso,  Nel vano delle parole – LietoColle 2018

1 Comment

  1. ho cominciato a scrivere
    per non perdere i luoghi
    dentro di me così fragili
    e distanti…
    °°
    parole davvero belle, vere anche per me, per il mio scrivere. Ed io non ho il dono di Fernanda né quello di Lucia ma spesso lo stesso sentire

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