TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA – SERGIO PASQUANDREA: Mia canta Vinicius

mia martini

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Dunque, questo mese volevo parlarvi d’altro. Mi ero preparato tutto un bell’articolo sullo Schicksalslied (“Canto del destino”), capolavoro di Brahms su testo dell’immenso Friedrich Hölderlin.

Poi però in questi giorni sono stato, mio malgrado, travolto dalle infinite discussioni sulla fiction RAI dedicata a Mia Martini (che non ho visto, per una mia antipatia inveterata verso i biopic). E mi è venuto da pensare a tutti quelli che si dicono fan di Mia Martini e che magari conoscono a malapena Almeno tu nell’universo o, se va bene, Minuetto (bellissime canzoni, intendiamoci).

Mi sono ricordato dei suoi primi, splendidi dischi, quelli dei primi anni Sessanta, e mi è tornata in mente questa perla: Volesse il cielo (da “Sensi e controsensi”, Ricordi, 1975), cover di Ai, quem me dera, una canzone di Vinicius De Moraes, tradotta in italiano dal grande Sergio Bardotti, che tanto ha fatto per far conoscere in Italia la grande musica brasiliana.

Vi propongo, nell’ordine: un’intensa interpretazione televisiva di Mia Martini, andata in onda il 6 settembre 1975; la versione brasiliana, cantata da Clara Nunes nel 1976; e una mia traduzione italiana del testo portoghese (nella quale, ahimé, vanno perdute le raffinate rime al mezzo che costellano l’originale).

Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

 

 

 

Ai, Quem Me Dera- Vinicius de Moraes

Ai, quem me dera terminasse a espera
Retornasse o canto simples e sem fim
E ouvindo o canto se chorasse tanto
Que do mundo o pranto se estancasse enfim

Ai, quem me dera ver morrrer a fera
Ver nascer o anjo, ver brotar a flor
Ai, quem me dera uma manhã feliz
Ai, quem me dera uma estação de amor

Ah, se as pessoas se tornassem boas
E cantassem loas e tivessem paz
E pelas ruas se abraçassem nuas
E duas a duas fossem casais

Ai, quem me dera ao som de madrigais
Ver todo mundo para sempre afim
E a liberdade nunca ser demais
E não haver mais solidão ruim

Ai, quem me dera ouvir o nunca-mais
Dizer que a vida vai ser sempre assim
E, finda a espera, ouvir na primavera
Alguém chamar por mim

 

TRADUZIONE

Oh, come vorrei

Oh, come vorrei che finisse l’attesa
Tornasse il canto semplice e senza fine
E ascoltando il canto si piangesse tanto
Che il pianto finalmente terminasse nel mondo

Oh, come vorrei veder morire la belva
Veder nascere l’angelo, veder sbocciare un fiore

Oh, come vorrei una mattina felice
Oh, come vorrei una stagione d’amore

Oh, se la gente tornasse buona
E cantasse lodi e avesse pace
E per le strade si abbracciassero nude
A due a due fossero coppie

Oh, come vorrei al suono dei madrigali
Vedere il mondo per sempre concorde
E che la libertà non fosse mai troppa
E non aver più tristezza cattiva

Oh, come vorrei sentire il mai-più
Dire che la vita sarà sempre così
E, dopo la speranza, sentire nella primavera
Qualcuno che mi chiama.

 

Bonus track

Un’altra piccola chicca, sempre brasiliana: originale di Chico Buarque e Vinicius De Moraes, traduzione sempre di Bardotti. Da “Nel mondo, una cosa” (Ricordi, 1972), il primo disco di Mia Martini.

 

Mia Martini- Valsinha
Quel giorno a casa lui tornò più
presto come non faceva quasi più e
la guardò in un modo ben diverso come
non faceva quasi più.
E non parlò più dell’aumento,
unico argomento dei discorsi suoi.
Con una strana tenerezza e un poco
di amarezza disse “Andiamo fuori
vuoi?”.
E allora lei si fece bella come il
giorno che di lui si innamorò.
Cercò nel fondo di un cassetto quella
camicetta che le regalò.
E lui la tenne per la mano come la
teneva tanto tempo fa. Come un
ragazzo e una ragazza scesero alla
piazza e incominciarono a ballar.
E al suono della loro danza il
vicinato addormentato si affacciò e
scese nella piazza scura e molta
gente giura che s’illuminò. E
furono baci rubati e gridi soffocati
che nessuno soffocò. Che il mondo
fece suoi, in pace l’alba poi spuntò
.
.

.

Chico Buarque – Valsinha

“Um dia ele chegou tão diferente
do seu jeito de sempre chegar
olhou-a de um jeito muito mais quente
do que sempre costumava olhar
e não maldisse a vida tanto
quanto era seu jeito de sempre falar
e nem deixou-a só num canto
pra seu grande espanto, convidou-a pra rodar

E então ela se fez bonita
como há muito tempo não queria ousar
com seu vestido decotado
cheirando a guardado de tanto esperar
depois os dois deram-se os braços
como há muito tempo não se usava dar
e cheios de ternura e graça
foram para a praça e começaram a se abraçar

E ali dançaram tanta dança
que a vizinhança toda despertou
e foi tanta felicidade
que toda cidade se iluminou
e foram tantos beijos loucos
tantos gritos roucos como não se ouvia mais
que o mundo compreendeu
e o dia amanheceu em paz”.

PICCOLO VALZER

Un giorno tornò a casa diverso
da come tornava sempre
la guardò con molto più calore
di quanto la guardasse di solito
e non maledisse la vita
quanto era solito maledirla
e non la lasciò sola in un cantuccio
con suo grande stupore la invitò ad uscire

Allora si fece bella
come da tanto tempo non voleva più
con il suo vestito scollato
profumato di cose conservate
con tanta speranza
poi i due si presero a braccetto
come da tanto tempo non facevano
e pieni di tenerezza e di grazia
andarono in piazza e cominciarono ad abbracciarsi

E lì danzarono così tanto
che tutto il vicinato si svegliò
e fu tanta la felicità
che tutta la città si illuminò
e furono tanti i baci pazzi
tante le grida roche
come non se ne sentivano più
che il mondo capì
e il giorno spuntò in pace

 

 

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