L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE… Ovvero DEL VEDERE DELLE DONNE- Milena Nicolini: Passaggi per Idrovie (con qualche incursione in Aerovie) di Antonella Jacoli [1]

bruno walpoth

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La poesia di Antonella Jacoli, mentre trasmette spesso, come dice Roberto Zaccaria, nella postfazione a Radiofaro, un ““grido” munchiano, da interpretarsi però in maniera differente: l’opera di Munch rappresenta l’angoscia cronica e inascoltata dell’umanità, mentre il Radiofaro narra dell’individuo abbandonato a e da sé stesso”, così  anche mi lascia un senso di misteriosa intangibilità, forse per sottrazione alla mia comprensione di  qualche elemento essenziale che la poeta, volutamente o no, tace. Qualche tempo fa, incorrendo nella perplessità risentita di Jacoli, afferrai la scorciatoia che si trattasse della figura retorica della reticenza o aposiopesi, per la quale o si interrompe di colpo un messaggio, o se ne sopprime una parte, rendendolo criptico; oppure si allude a qualcosa che però è taciuto. Quale che ne sia la finalità (pudore, indicibilità, sollecitazione allo scavo inquisitorio del lettore…), implica comunque una volontà dell’autore. Invece, leggendo e rileggendo queste vie d’acqua e d’aria di Jacoli, mi pare (con tutti i limiti, quindi, di una soggettivissima impressione) che non si tratti di volontà, ma di impossibilità. Per “creature bendate”, che non vivono, ma “scorrono”, come “il rosso fluire/ tra i lembi del taglio”, in un “attraversare/ senza principio né coda”, gridando “con l’insistenza dei neonati/ straziati dal non sapere/ che cosa farsene del mondo”. Solo: “Origliare il precipizio.” (pp.36, 66, 67) E’ la vita, è il mondo, è la condizione di creatura ad essere reticente, come emerge in questa poesia, tra le più belle della silloge:

Tutti gli anni d’attesa
la  contrazione dell’animale
che fiuta la libertà
gli arti tesi allo slancio
per lo sportello di cielo
che s’apra a mostrare
la soglia
il luogo della riunione
tu che mi possa amare
attraverso.
(p.31)

C’è nella poesia di Jacoli un sentimento del tempo molto particolare, che già nel primo testo di Idrovie emerge compiutamente:

Il senso del mio amore
è restare
senza nulla da fare
sferzando il vento
blandendo la fiamma
contando le parole di ieri
come figli nei campi.
(…)
(p.15)

Credo che questo “restare” non sottintenda una qualche possibilità di ‘andare volontariamente via’, ma piuttosto indichi la volontà di creare, segnare un preciso punto d’aggancio nel fluire/scorrere/sanguinare della vita, mentre è hic et nunc nella sua attualità, e quindi la volontà di fermarlo, di ‘re-starlo’. Intendo ‘re-starlo’ col significato, in una mia fantasiosa etimologia ad hoc, di ‘fissarlo a una res’, a una cosa – l’amore, qui; ma anche, lo intendo, come dice il dizionario, col significato di ‘stare-rimanere re-indietro’, e, quindi, di fermarsi a diventare passato. L’unico modo, forse, come vedremo, per dare/trovare un senso. Le azioni di questo presente in atto, non a caso, sono  un fare “nulla”. Non si tratta certo dell’otium latino, denso di pensieri, progetti, studi, ma della contingenza dell’attimo, colta nella sua insignificanza (“Predicono passi falsi/ l’evanescenza dell’attualità.” p.74), nella sua inesistenza – è continuativamente già sorpassata e lì lì per venire – e per di più, qui soprattutto, bloccata nella chiusura al futuro, senza un fine, cioè, uno scopo che proietti nel futuro, e che quindi lo crei, gli dia consistenza. Come sia possibile che esista un  amore simile, Jacoli lo dice più avanti: “Amavo in contumacia/ grado zero del tempo” (p.27), in assenza, senza forma, senza interpretazione. Che potrebbe prendere ulteriore luce da quest’altra poesia, tra le più belle della silloge:

Continuo a chiedermi se un uomo
innamorato
possa stringersi contro un muro
e piangere non visto di notte
tutta la notte incarcerato
alla vita a due che amava
lavando via il dolore
dalle cose d’attorno
che ha condiviso una per una
sperando e disperando
fino all’alba
innamorato.
(p.21)

 

In questo inerte presente c’è un’azione, però, che non solo mette in rapporto col  passato, ma si carica di un’affettività delicata: “le parole di ieri” maternalmente richiamate in un grande slargo di “campi”; le parole sono portatrici di senso, e qui, già passate all’“ieri”, passabili al vaglio di una interpretazione. Anche se, quasi per sminuirne la portata conoscitiva, si dice che qui sono solo ‘contate’. Nemmeno questo, però, c’è nel futuro: “C’inseguono i giorni sconosciuti”, che sono quelli a venire, ma che, ironicamente alla Caproni [2], a forza di precedere, sono già arrivati dietro, in coda, all’inseguimento, come in una visione di Magritte. Il futuro è difficile, occorre muoversi “Poveramente/ a filo d’orizzonte”, senza il “veleno/ delle brevi intese”, che qualsiasi cosa siano, sono comunque ipotesi, interpretazioni, illazioni, tanto “brevi” quanto facile sarà distruggerne la consistenza; meglio “incamminarsi/ circondati di assenze”, nel rifugio di “pensieri casti”, senza l’ybris delle tentate risposte preveggenti, di nuovo immersi in quelle azioni minimali –“scaldarsi rigovernarsi” – che sostengono la vita al suo grado meno problematico di entità, e quindi “perdersi/ nel sonno vegetale” (p.28). E “vegetale” non si contrappone a nessuna superiorità umana; semplicemente si scosta a lato, oltre, fuori dal parossismo del soffrire umano.    

Continuando nei versi della poesia d’esordio:
quelli a ritroso sorridevano
affamati e scalzi
a ridosso delle mura andate.
Non ricordo che gioventù
quasi scordando il pianto.
Manca il buio del teatro
per dirti altro.
Il senso del mio amore
è restare.
(p.15)

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bruno walpoth

Bruno Walpoth12


Il passato dei giorni “a ritroso” ha l’ambiguità dell’ossimoro: il sorriso – ma attenzione!, all’imperfetto: tempo di durata, sì, ma nel tempo indietro – si contrappone alla dura condizione esistenziale (“affamati e scalzi”) e alla recinzione/clausura di “mura”; le quali, peraltro, di nuovo ossimoricamente, contro ogni logica, sono “andate”:  come a dire ‘finite’?, ‘passate indietro nel tempo e cancellate’?, ‘mosse ad un diverso colore d’interpretazione’? L’impressione che il passato menta si rafforza con la successiva antitesi: da esso si estrae un’immagine dominante di “gioventù”, nascondendo però sotto il tappeto “il pianto” che potrebbe deturparla. Qualcosa di molto importante, quindi, ci viene detto dopo. La falsità del passato, del ricordo è come la falsità del teatro, in cui si interpreta. E inter- pret-are vuol dire andare dentro, andare in mezzo, con l’intento di capire, decifrare, intellìgere; vuol dire anche, nella radice pret-prat, negoziare, trattare, permutare; vuol dire fare da intermediario tra persone o situazioni che parlano lingue o logiche diverse; vuol dire spiegare le voci di una situazione con le voci di un’altra situazione. Vuol dire far conoscere vicende parole sentimenti di qualcuno proponendoli attraverso i propri. In qualche modo il passato si può percorrere, si può interrogare: “Chi siamo mai stati/ in quali vene/ che portano qui”. (p. 30)  Il passato è “il gioco” delle “vecchie fotografie”, “rimaste stranamente giovani”, “ausiliarie nel fango” (p.42) –presumo – del presente. E lo sconfinamento che punta “in direzione astrale” nella “simmetria del creato”, se è vero che fa abbandonare “ciò che non riaffiora” – e quindi quanto si è dimenticato, lasciato indietro –, però segue la direzione di desideri “antiorari/ come ritorni.” (p.64). Perché con inesorabile certezza Jacoli  ci dice che “La macchina del tempo avanza a ritroso” (p.72).

Il presente, invece, non è rappresentabile, non è interpretabile, nella luce abbagliante dell’evidenza dell’hic et nunc, misteriosamente sempre in sottrazione, dissipazione.

Questo presente
a perpendicolo sulla testa
come un ragno domestico
o un maggiordomo stanco
di fermento
venuto a bussare di notte
signore l’auto è pronta
per andare dove?
(…)
(p.52)

Se la vita, che si dà “avvolta nel pastrano”, può avere a volte “fame di novità”, bisogna però che “qualunque questione” sia “non troppo invadente”, e “qualunque sorriso” ingenuamente “imprudente”, quasi in distacco dal passato, là dove l’esperienza  “d’essere stato niente” (p.64) può distruggere ogni consistenza del presente. Per stare nel tempo dell’attualità bisogna tentare il “restare”, cioè il conficcarsi nell’immobilità: “siamo vetro/ nella trafittura immobile/ del fiume”, dove le ferite come i rapporti (“non passano le coppie”) sono congelati e stanno nel “tempo fermo/ nella più ferma crudeltà” che mette in scena l’apparenza di un “tempo amabile”, in cui “galleggia” un “approdo” in “chiara forma” di un ‘tu’ (p.16). A me viene in mente il Sogno parigino di Baudelaire, “quel terribile paesaggio” da cui il poeta ha bandito ogni forma “vegetale” perché “irregulier”, imprevedibile, disordinata, gustando invece “la monotonia inebriante/ del metallo, del marmo e dell’acqua” [3]. “ Al posto dei temporali/ un trattato di pace.” (p. 34), dice Jacoli e,  forse al lui dell’approdo: “La tua calma rende ballabile/ il pianeta sospirante.” (p.42) A dire il vero, però, non sembra che questa ‘amabile’ immobilità soddisfi la poeta: ritorna più volte l’immagine di una reclusione, in cui “la pace forzosa” è “irrespirabile” (p.71), dove è forse data definizione di quella “crudeltà/ del tempo amabile”: “la crudeltà/ dell’avere tentato/ la speranza.” (p.70), e dove “il tempo rimasto” è quasi annientato nell’invettiva: “con tre smorfie sfinite/ che dorma se riesce/ che crepi di noia” (p.57). Infatti, se di colpo Jacoli ci immette nel “mistero” delle cose che avvengono nel presente – “Cade…/ uguale senza peso/ un guanto dalla sedia” – ecco che, alla quieta reazione del ‘tu’ che la affianca con “gioia nuova”, contrappone l’esplosione di un “per me incendio/ verticale” (p.22). Per lei la pioggia, la tempesta che tutto sconvolge –  “Piombano fiumi/ in mezzo alla tovaglia/ rami feriscono le mani/ tegole crollano dai colmi/ rocce si staccano dal buio” (p. 68) – è il segno della “passione”. Eppure non smette di scardinare l’attualità proprio dal suo essere atto, perché “sedotti dall’azione/ ne scordiamo l’urto” (p.26) e allora la sua scelta è:

Per me c’è azione nel desistere
una stanchezza asessuata del progredire
cerchio di spine e desiderio
illusione deforme
alone del bicchiere
che il sole fraintende.
Più nulla ripeterà quel fare.
(…)
(p.20)

Che è una delle dichiarazioni per me più dolorose, soprattutto se accostata  al senso di perdita irrimediabile di questi altri versi:

Ieri
dici quasi svenendo
e scendi nell’afa.
(…)
Torno all’aereo
non posso più affacciarmi
da ieri.
(p.18)

Se anche il magico “ieri”, falsificato interpretato rimodellato, si è perso, cosa resta?

Merita remissione
chi nella notte nuziale
dispera della vita
e tace.
(p.20)   

Due stranianti, ma non così tanto, finali, qualcosa ci indicano:

Nidi altissimi
contro la fine dell’inverno
toccarli giocherebbe a favore
della decisione di vivere
anche se non svelano il grigio
che li allontana
dalle calligrafie
del suolo.
Chi guarda
resiste.
(p.43)

Questo conclusivo ‘resistere’ è come se desse corpo e senso al “restare” dell’inizio. Aggiungo che chi guarda come qui si dice,  fa poesia.

Così nacquero le bolle sfrangiate
si ruppero le coppe dei patti
l’immensa distruzione del mare
precipita nel maelstrom
si strappa all’abissale fondo
rumoreggia e poi indietreggia.
Potessi salvare la bambina laggiù
o il marinaio ferito sul cassero
con la bandiera in mano
invece di lottare per me solo.
(p.75)

Che personalmente mi svela, mi dice più di uno sventramento ai raggi x. E coralmente, credo, ci offre una gran bella direzione a cui tendere.
Chapeau!

Milena Nicolini

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NOTE AL TESTO

[1]  In Radiofaro, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (NO) 2016
[2]  Vorrei richiamare, per affinità coi temi di Jacoli, queste due poesie di Giorgio Caproni: “Segua la guida,/ punto per punto./ Quando avrà raggiunto/ il luogo dov’è segnato/ l’albergo (è il migliore/ albergo esistente)/ vedrà che assolutamente/ lei non avrà trovato/ – vada tranquillo – niente.// La guida, non mente.” (Indicazione sicura, o: Bontà della guida). “- Signore, deve tornare a valle./ Lei cerca davanti a sé/ ciò che ha lasciato alle spalle.” (Conclusione quasi al limite della salita), in Il franco cacciatore, Poesie 1932-1986, Garzanti, Milano 1989.
[3] Baudelaire, I fiori del male, trad. di Luigi de Nardis, Feltrinelli, Milano, 1964, p. 195

 

 

Note sull’autrice

Antonella Jacoli vive a Modena, dove è nata nel 1961. Laureata in Giurisprudenza, studia Storia moderna, dipinge, collabora con giornali e riviste, scrive poesia, narrativa, teatro; è stata premiata e segnalata in molti concorsi letterari. Ha pubblicato Solstizi di solitudine, Tempo al libro, Faenza, 2012; Frammenti al padre, Youcanprint, 2014; Nascondimenti, in collaborazione con Gabriele Ugolini, Grafiche Aurora, Verona, 2018.  

 

 

 

Antonella Jacoli, RADIOFARO- Ladolfi Editore 2016

1 Comment

  1. Si è delineata con sagacia una lettura interessante di Radiofaro, ricostruita e costruita con i testi stessi dell’autrice, che è uno stile peculiare di Milena (Nicolini). Mi limito a osservare solo che l’aposiopesi forse non è questione né di volontà né di impossibilità, ma è una modalità di espressione/ concezione della poesia, un modo di contatto e creazione.

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