DIANE WAKOSKI: BISOGNA IMPARARE A VIVERE CON LA FACCIA CHE CI RITROVIAMO, E CON QUELLA DI TUTTI GLI ALTRI – Cristiana Pagliarusco

diane wakoski

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Le foto di Diane Wakoski
traduzione di  Cristiana Pagliarusco

Mia sorella nella sua blusa sartoriale mi porge
la foto di mio padre
in uniforme da Marine e cappello bianco.
Dico, “Oh, questa è quella che mamma tiene sul comò.”

Mia sorella si controlla e guarda furtiva verso mia madre,
un triste sacco di cenci di donna, grumosa e cadente ovunque,
come un materasso dell’Esercito della Salvezza, anche se senza buchi o strappi,
e dice, “No.”

Io guardo di nuovo,
E vedo che mio padre porta la fede al dito,
cosa che non fece mai
quando viveva con mia madre. E c’è inciso questo,
“Alla mia cara moglie,
………..Con Amore
………..Chief”

Allora intuisco che la foto deve essere appartenuta alla seconda moglie
Quella per cui lasciò nostra madre.
Mia madre dice, con il viso immobile come l’intera area spopolata dello
Stato del North Dakota,
“Posso vederla anch’io?”
La guarda.

Guardo mia sorella stilosa
e il mio io in blue jeans. Volevamo ferire nostra madre,
a condividere queste foto, oggi, in uno dei pochi giorni che si viene a
trovare la famiglia? Perché la sua faccia è curiosamente spettrale,
ora non con la sua solita amarezza inviperita,
ma con qualcosa di indicibilmente profondo.

Mi volto e dico che devo andare, ho un appuntamento per cena con amici.
Invece guido dritta da Pasadena a Whittier,
pensando alla faccia di mia madre; come ho fatto a non amarla mai; mio padre come
ha fatto a non amarla nemmeno lui. Eppure so di aver ereditato
il suo corpo a sacco,
una faccia di pietra con mascelle da bulldog.

Guido, pensando a quella faccia.
Medea californiana di Jeffers che mi ha ispirato poesia.
Ho ucciso i miei figli,
ma ecco mentre cambio corsia in autostrada, per forza dando un’occhiata allo
specchietto retrovisore, vedo la mia faccia,
neanche un fantasma, ma sempre con me, come una foto nel portafoglio di un caro.

Come detesto il mio destino.

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The Photos di Diane Wakoski
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My sister in her well-tailored silk blouse hands me
the photo of my father
in naval uniform and white hat.
I say, “Oh, this is the one which Mama used to have on her dresser.”

My sister controls her face and furtively looks at my mother,
a sad rag bag of a woman, lumpy and sagging everywhere,
like a mattress at the Salvation Army, though with no holes or tears,
and says, “No.”

I look again,
and see that my father is wearing a wedding ring,
which he never did
when he lived with my mother. And that there is a legend on it,
“To my dearest wife,
….Love
….Chief”
And I realize the photo must have belonged to his second wife,
whom he left our mother to marry.

My mother says, with her face as still as the whole unpopulated part of the
state of North Dakota,
“May I see it too?”
She looks at it.

I look at my tailored sister
and my own blue-jeaned self. Have we wanted to hurt our mother,
sharing these pictures on this, one of the few days I ever visit or
spend with family? For her face is curiously haunted,
not now with her usual viperish bitterness,
but with something so deep it could not be spoken.
I turn away and say I must go on, as I have a dinner engagement with friends.
But I drive all the way to Pasadena from Whittier,
thinking of my mother’s face; how I could never love her; how my father
could not love her either. Yet knowing I have inherited
the rag-bag body,
stony face with bulldog jaws.

I drive, thinking of that face.
Jeffers’ California Medea who inspired me to poetry.
I killed my children,
but there as I am changing lanes on the freeway, necessarily glancing in the
rearview mirror, I see the face,
not even a ghost, but always with me, like a photo in a beloved’s wallet.

How I hate my destiny.

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diane wakoski 1979

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La poesia di Diane Wakoski è abitata da figure immaginarie e mitiche che nascono sempre da una profonda frequentazione della poetica e pratica del quotidiano. Le creature e le cose che le circondano trasportano chi legge verso luoghi e scenari straordinari, fantastici nel tentativo surreale di spiegare la realtà. Come la poeta ricorda spesso, la poesia è un corpo che ha vita propria, come un vivente. Quando scrive, Wakoski pensa a proprio a veri esseri viventi che abitano vite fantastiche. Pur ispirate a esperienze vissute, le poesie di Wakoski assumono presto singolari e uniche identità che entrano in relazione con le vite di chi le incontra e ne legge.

La poesia è di fatto la nostra storia, dove a tutti gli effetti la vita e la morte sono le uniche questioni che contano, nonostante lo si dimentichi troppo spesso. Wakoski, o meglio, “Diane,” condivide con le parole le sue avventure oniriche e ci rende partecipi del suo privato senza filtri. In uno dei maggiori saggi critici di poesia contemporanea Stealing the Language: The Emergence of women’s poetry in America (1986), l’autrice Alicia Ostriker descrive la dualità di Wakoski definendola inizialmente come poeta forte e razionale e donna fragile ed emotiva. Ad oggi, Wakoski, fatti i conti con la vita vissuta, è diventata una sintesi di quella definizione e incarna il ruolo di una delle poete americane più fortemente emozionanti grazie a quelle sue fantastiche verità e alla sua consapevole accettazione della sua duplicità quasi Dickinsoniana.

Perseguitata dalla “weird beauty” (Ostriker 80) di quella sua faccia con cui piano piano ha imparato a convivere, “Diane” ha fatto della sua poesia una collezione di momenti straordinari di quella lunga storia che è la vita da ascoltare più e più volte per voce di creature fantastiche che a lei si sono spesso affiancate in un mondo parallelo rendendole il passo più lieve anche nei momenti più duri. Poeta e saggista Diane nasce a Whittier, California. Dopo aver frequentato l’Università di Berkeley, si trasferisce a New York dove nel 1962 pubblica la sua prima raccolta Coins and Coffins. Robert Duncan paragona la verità del suo mondo immaginario all’opera di John Keats e Wallace Stevens. Autrice di oltre 60 opere in poesia e in prosa, Wakoski insegue un filo rosso preciso che la porta a vagabondare alla ricerca di “un nuovo piede,” ovvero una nuova misura dove parole, ripetizioni, canti e incanti e personali creature mitologiche funzionino come allegoria della vita.

Pur nella definizione di poesia “discorsiva” o “colloquiale,” anche quando la si traduce, l’opera di Wakoski non è mai lasciata al caso: si percepisce la sua volontà di trovare una voce che sia spontanea, sincera, che ci parli quasi guardandoci negli occhi, con la sua faccia, mostrando un’abile controllo della forza delle immagini. Si osservino i titoli delle sue prime raccolte: The George Washington Poems (1967); The Motorcycle Betrayal Poems (1971); Dancing on the Grave of a Son of a Bitch (1973); Waiting for the King of Spain (1976). Tra le pagine di queste opere, Wakoski si ri-inventa in continuazione creatura mitica pronta a relazionarsi con i grandi della storia come George Washington o qualche Re di Spagna, o con il desiderato-odiato meccanico di motociclette, personaggi-simbolo di momenti di vita o fantasie.

Wakoski dipinge in poesia la mitologia dell’America moderna, quella messa in scena nei film, nella cultura stessa del paese, quella del sogno Americano vissuto nella miseria spesso della realtà.  In una nota biografica dell’antologia Contemporary Poets (1991), la curatrice Estella Lauter chiama Wakoski “una delle poete Americane contemporanee più importanti e controverse […] una creatrice di miti [la cui massima conquista] è stata immaginarsi un io femmina che eguagli le sfide della vita contemporanea” (Chevalier 1021). “Truth teller, I am / But I don’t disclose my secrets easily,” ovvero “Racconto verità, io / Ma non rivelo i miei segreti facilmente,” scrive Wakoski nella sua introduzione a The Diamond Dog (2010). Con quella sua faccia buffa, Wakoski ha imparato a dire, accompagnata nella sua strada da immaginari cowboy e uomini di latta, che la verità va detta ma ciascuno a modo proprio, mettendoci la faccia appunto, ricordando così i versi di Emily Dickinson, “Tell all the truth but tell it slant,” ovvero “Dì tutta la verità ma dilla trasversale.” Un po’ come quando si raccolgono le foto nei nostri album e si tende a mostrare solo la migliore versione di sé, o meglio, la versione nella quale vediamo la nostra parte migliore, proprio forse come quella foto di uomo/marito che la madre di “Diane” per lungo tempo ha tenuto sul comò, facendo finta che fosse quello che aveva sposato e non quello che l’aveva lasciata.

Cristiana Pagliarusco

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diane wakoski 1962

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Ho Dovuto Imparare a Vivere Con la Mia Faccia di Diane Wakoski
traduzione di  Cristiana Pagliarusco

Mi vedi sola stasera.
La mia faccia mi ha tradito di nuovo,
il meccanico in officina che promette di aggiustarmi l’auto
e non lo fa mai.

La mia faccia
che gli amici mi dicono essere piena di carattere;
la mia faccia
l’ho odiata per così tanti anni;
la mia faccia
ho fatto un feroce contratto per viverci
anche se nessuno poteva amarla;
la mia faccia che vorrei tu colpissi e picchiassi
e distruggessi, sfigurassi, deturpassi con l’acido,
così che potessi averne un’altra
o almeno liberarmi di questa

Mi trascino dietro piume di pavone
Per cancellare la scia della luna. Quelle lacrime
le verso per me,
Non ho pretese nella vita. L’uomo che vive con me
Deve vedere qualcosa di bello,

Come una serpe nera che esce dalla mia bocca,
o amare l’arazzo delle mie azioni, la mia vita/questo corpo, questa
se non feroce insitenza, la loro presenza.
Li odio,
Voglio di più dalla vita.
Odio la loro ombra anche sulle mie parole.
Vendo l’anima per un buon idraulico
E acqua calda,
lo dico a tutti;
e la mia faccia è morbida
opale
una nuvola di neve
contro il
manto freddo nero ruvido
che è la notte.
Tu,
notte,
la mia faccia contro la gelida
vastità
della tua schiena.
Imparare a vivere con ciò che sei nato
è il processo,
il nullaosta,
l’essenza della vita.
E io non ho imparato gaiamente
A vivere con la mia faccia,
quella Diane che sembra sempre meglio nei film
che nella vita.
Severa accetto questa faccia banale,
e odio ogni minuto di quella severità.

 

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I Have Had to Learn to Live With My Face

You see me alone tonight.
My face has betrayed me again,
the garage mechanic who promises to fix my car
and never does.

My face
that my friends tell me is so full of character;
my face
I have hated for so many years;
my face
I have made an angry contract to live with
though no one could love it;
my face that I wish you would bruise and batter
and destroy, napalm it, throw acid on it,
so that I might have another
or be rid of it at last.

I drag peacock feather behind me
to erase the trail of the moon. Those tears
I shed for myself,
sometimes in anger.
There is no pretense in my life. The man who lives with me
must see something beautiful,

like a dark snake coming out of my mouth,
or love the tapestry of my actions, my life/this body, this
face, they have nothing to offer
but angry insistence, their presence.
I hate them,
want my life to be more.
Hate their shadow on even my words.
I sell my soul for good plumbing
and hot water,
I tell everyone;
and my face is soft,
opal,
a feathering of snow
against the
cold black leather coat
which is night.
You,
night,
my face against the chilly
expanse
of your back.
Learning to live with what you’re born with
is the process,
the involvement,
the making of a life.
And I have not learned happily
to live with my face,
that Diane which always looks better on film
than in life.
I sternly accept this plain face,
and hate every moment of that sternness.

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Bibliografia essenziale

Bergé, Carol. Four Young Lady Poets, with Rochelle Owens, Barbara Moraff, and Diane Wakoski. New York: Totem Press, 1962.

Lauter, Estella, Women as Mythmakers: Poetry and Visual Art by Twentieth-Century Women, Bloomington, IN: Indiana University Press, 1984.

Ostriker Suskin, Alicia. Stealing the Language, The Emergence of Women’s Poetry in America. Boston, MA: Beacon Press, 1986.

Simmons, Jesseca Ynez, Emerald Ice: a Docufantasy about the Poet Diane Wakoski, https://vimeo.com/153445134

Wakoski, Diane. Jason the Sailor. Boston, MA: David R. Godine Publishing, 1993. Print.

—. Emerald Ice: Selected Poems, 1962-1987. Jaffrey, NH: A Black Sparrow Book, 2005.

—. The Diamond Dog, Tallahassee, FL: Anhinga Press, 2010.

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