FINESTRE SULLA CITTA’ – Paola Elia Cimatti

bologna- parco della montagnola

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Come studentessa fuorisede e laureata con lungo precariato, ho conosciuto molte finestre di Bologna, dietro i cui vetri ho vissuto labili contratti di affitto e di lavoro o sperimentali convivenze.

Ho potuto o dovuto guardare la città da diversi “punti di vista”..

bologna- largo respighi

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Nel centro della città, un albero è una sorpresa, la mèta di una passeggiata, una sentinella delle stagioni. Un’acacia si spingeva con i suoi grappoli di fiori fin dentro la finestra, dovevo spostarli per chiudere gli scuri. Vado ancora a trovare la mia acacia, che è cresciuta in altezza e in forza  al di sopra della finestra. Si protende verso la poca luce in uno stretto pertugio all’angolo di via Parigi, proprio davanti alla prima cassetta della Posta, aperta a Bologna alla fine del 1700.

L’autunno più dorato l’ho visto da una finestra su Largo Respighi: due Ginko Biloba spandono a terra un tappeto favoloso di monete splendenti, un tesoro rinnovabile, a disposizione di tutti, ma solo per pochi giorni ogni anno.

Rimpiango una finestra sugli orti di via Orfeo, con fiori gialli di zucca mescolati a gerani, spalliere di roselline rampicanti e rossi pomodori, qualche prezioso albicocco, un ciliegio e  un melograno. Dalla strada non si vedono e, non potendo più affacciarmi da quella parte, nemmeno so se esistano ancora.

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bologna- piazza aldrovandi  dall’alto

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Finestre sui tetti

Segno sicuro che mi ero definitivamente innamorata della città, fu che smisi di cercare finestre con alberi e presi a desiderare una vista sui tetti. Non mi spaventavano lunghe rampe che diventavano sempre più strette e dissestate man mano che si saliva, né le pesanti taniche di cherosene da portare su per alimentare l’unica stufa e nemmeno la coabitazione con famiglie di topi, in aumento esponenziale.

La  mansarda vicino a Piazza Aldrovandi  mi offriva una visione incandescente di Bologna all’alba e al tramonto. Tutte le mattine la finestra mi presentava il progredire della luce sui tetti: era il mio lusso, specie nei giorni di festa. All’ora del tramonto andavo sull’altana, e contemplavo lungamente il portico dei Servi e su su, fino alle colline, nei giorni più limpidi. Mi sentivo “a casa mia”. Cominciai anche a vestirmi dei colori dei tetti: ocra, rosa e rosso in tutte le sfumature.

Così, portavo sempre la mia casa con me..

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bologna – corte galluzzi

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Finestra deludente

Cercai altre finestre sui tetti e andai a vedere un appartamento in , settimo piano, una torretta. Mentre salivo immaginavo le bellezze che avrei potuto ammirare dalla finestra: le Due Torri certamente. Avrei visto anche le vetrate di alabastro di San Petronio, che non si vedono dal piano della strada? Forse anche il Portico di San Luca? Quale non fu la mia delusione quando mi affacciai e vidi invece… le finestre della casa di fronte. L’impresa di ristrutturazioni aveva ricavato due appartamenti gemelli che guardavano l’uno dentro l’altro.  L’agente immobiliare tentò invano di convincermi all’acquisto, promettendomi un grande manifesto con le Due Torri da appendere al muro.

Finestra su Piazza Maggiore

Venivo  spesso  invitata a un palco di proscenio degno di una regina: una mia amica aveva un appartamento a Palazzo dei Banchi, con finestra direttamente su Piazza Maggiore. Non era necessario scendere in piazza: era la piazza che saliva da noi, qualsiasi cosa vi accadesse, eravamo già là.

Finestre lungimiranti

All’inizio degli anni ’70, la mia mappa della città cominciò ad arricchirsi di nuovi punti di riferimento: i luoghi delle donne, dove si riunivano i primi gruppi di autocoscienza: sempre al pianoterra, quando non nel seminterrato o in cantina.

Mai finestre si aprirono con la forza più suggestiva della metafora: vasti orizzonti e impreviste possibilità si spalancavano, ma senza salire di un gradino dal piano della strada e senza altra luce che quella di angusti cortiletti interni. Il mio piccolo gruppo si riuniva in un locale che chiamammo “la Strettoia”, per la sua forma lunga e stretta, ma anche per allusione al difficoltoso passaggio delle nostre esistenze: erano le parole ad allargare gli spazi e aprire una finestra dietro l’altra.

Uno dei posti più frequentati dalle femministe –  attiguo alla facoltà di Lettere – ebbe la ventura di rimanere addirittura senza porta! Durante i giorni del marzo 1977, quando la zona universitaria fu occupata dall’esercito, dopo che una manifestazione di ragazze del movimento era stata dispersa dalla polizia, venne letteralmente murato, cioè chiuso da una parete di solidi mattoni. Apparve un indimenticabile manifesto: una bocca di donna con mattoni serrati al posto dei denti. Ma subito dopo aprì la Librellula, la prima libreria delle donne, che invertì il rapporto fra vetrata e veduta: non aveva senso guardare fuori, ma dalle vetrine chi passava sotto il portico poteva guardare dentro e vedere donne affaccendate intorno a scaffali pieni di libri o sedute intorno a un grande tavolo a leggere e scrivere, o anche conversare e prendere il thè.  In vetrina misi un annuncio per invitare a  “scrivere insieme – autocoscienza e poesia”..Ci fu entusiasmo, “donna è bello”, fiducia di trovarsi sulla soglia di un mondo nuovo, grandi amicizie, amori, litigi e vere tragedie, scoperte emozionanti e delusioni cocenti, costruzione di consapevolezza e  conoscenza, visioni stereoscopiche da contemplare a lungo.

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bologna- canale delle moline

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Finestra sulla cascata

Il mio ufficio  aveva un terrazzino sul canale delle Moline. Pareva di essere a Venezia, così invitavo tutti a vedere quella meraviglia. E tutti  mi dicevano schifati: “E’ una fogna a cielo aperto. Non vedi le pantegane lunghe mezzo metro?  Non senti puzza di “freschìn”? (…ho cercato  “come si dice in italiano” l’odore di acquaio,  bicchieri lavati male, scodelle dove sono state sbattute le uova, e questa parola – raccolta sul Delta del Po dove se ne intendono – è la migliore che ho trovato).  L’acqua era grigio – beige, ma bastava un cielo di un azzurro più intenso del solito, con qualche nuvola bianca e un riflesso rosato, ed ecco che si dispiegavano mille riflessi,  come sulle piume dei piccioni quando volano verso il sole.

Ma la cosa più straordinaria era il sottofondo musicale. Non uno sgocciolio di rubinetto o un gorgoglio digestivo  di tubo intasato ma… una cascata! Proprio una vera cascatella, come di un torrente di montagna. Tenevo la finestra socchiusa e mi lasciavo cullare dal suono, scrosciante o sommesso a seconda della portata d’acqua. Quando il canale era asciutto, e la cascata assente, si sentiva il silenzio.

Finestra sui passanti

In via Fondazza erano in corso lavori di consolidamento del portico, la strada in quel punto si restringeva e i passanti dovevano camminare proprio sotto il mio balcone. Guardando in basso, mi apparivano come schiacciati, con  piccoli corpi e grosse teste. Mi ritraevo istintivamente quando scorgevo le radure di calvizie sul capo degli uomini, come se avessi spiato dal buco della serratura qualcosa che non si doveva  vedere: volentieri avrei buttato giù per  loro un cappello. Più di ogni altro ricordo però una donna con due grandi sporte.Le portava attaccate al manubrio della bicicletta con i manici molto larghi, di modo che dal mio balcone si vedevano solo loro.

Le dedicai una poesia:

Aggrappata all’orlo
del giorno – cipolla e tonno
in fondo al frigorifero – e tu
che in due pesanti sporte porti avanti
un progetto di vita così lungo.

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bologna- giardini del guasto

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Finestra sul Guasto

Una delle mie finestre dava sui Giardini del Guasto. Non guardavamo mai giù, se non quando si sentivano grida e strepiti. Allora, da dietro i vetri  buttavamo l’occhio, se mai fosse il caso di chiamare aiuto. Presto si sentiva la sirena della polizia, o dell’ambulanza. Gli alberi erano rinsecchiti prima di aver finito di crescere e anche le sculture moderne  che avrebbero dovuto ringiovanire la vecchia Bologna   sembravano scatole rovesciate e rotte fra crateri deserti con ossa scarnificate. Il giardino era tornato ad essere un “guasto”. Fu chiuso e abbandonato come era stato per i precedenti 400 anni.

Ho avuto occasione di tornarci qualche estate dopo: dalle finestre aperte si sentivano grida allegre e si intravedevano forme buffe: era in corso una mostra di spaventapasseri. Gli alberi erano cresciuti e verdeggianti, quello che sembrava un paesaggio lunare non era più così cristallizzato e brullo. Al centro scorre acqua che forma una grande pozzanghera dove sguazzano bambini con secchielli e paperi colorati, guardati dalle animatrici di un’associazione che ha “adottato” il giardino. Le sculture inquietanti sono diventate lo scheletro di un drago  favoloso, mentre le forme astratte cui nessuno ha mai dato un nome, ecco cosa sono: casette e tende di una spiaggia imprevedibile.

Finestra sul Gasometro.

Ma il prezzo delle case mi ha spinto verso la periferia e il mio amore ha dovuto spostarsi  dalle architetture del centro verso l’archeologia industriale.

Ho una finestra sul Gasometro. Fantastici progetti sono stati ventilati per tutta l’area negli anni passati:  un parco, uno spazio espositivo, un ponte sospeso al di sopra della Ferrovia. Si prevedeva di dipingerlo tutto di bianco, o di azzurro. Se una di queste idee venisse realizzata, se le Autorità trovassero le risorse per valorizzare il passato prossimo della città, ho già pronta una finestra con inquadratura perfetta.

Paola Elia Cimatti

3 Comments

  1. Ciao Paola, forse ci siamo conosciute a Bologna nel 77, conservo ancora una tua vecchia cartolina con la foto di un circolo repubblicano, di godo, che tu descrivi come luogo di sovversivi dove si proiettavano film…. Mi chiamo vita volpe e sono siciliana, di Palermo, sei tu quella Paola? Vorrei sapere di te, mi sembra che tu sia una scrittrice o poetessa, come si poteva già immaginare a quei tempi…se vuoi possiamo contattarci con facebook

  2. Ciao Vita! Incredibile…trovo solo ora il tuo messaggio…sono proprio io! Com’è che andasti via da Bologna, improvvisamente?
    In mezzo ci è passata la vita…potremmo raccontarcela. Paola

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