TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: ROMANZI DAL CARCERE. Carmelo Musumeci “Angelo senza Dio”

 a. tarkowskij- nostalghia- foto di scena 

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Carmelo Musumeci il 15 marzo 2015 dopo 24 anni di detenzione è uscito per la prima volta dal penitenziario di Spoleto. Nove ore di permesso. Dopo 24 anni ha potuto rivedere il cielo intero e non solo quella briciola di azzurro che si può scorgere  da una cella o da un cortile dalle mura altissime. Finalmente gli è stata riconosciuta la possibilità di  scalare la montagna del cosiddetto ‘ergastolo ostativo’.

Una pena senza fine, senza possibilità di permessi, di visite, di sconti. In quell’inizio di primavera di due anni fa non so se ci fosse il sole, ma un raggio di speranza ha illuminato per un istante la condizione disumana che Carmelo Musumeci  chiama “pena di morte viva”. Si può anche chiamarla l’uccisione dei sogni. E’ la stessa cosa.
Ora non parlerò più della situazione personale dell’autore o ne parlerò solo indirettamente, come specchio delle situazioni carcerarie che vengono descritte nel suo libro. Se voglio dare dignità ad una persona a cui è stata tolta per sempre la libertà, io devo valutare l’opera che nonostante quella mancanza di libertà è riuscito a produrre. Se voglio dargli dignità devo essere imparziale nei miei giudizi di recensore, forse ancora più critico e più duro: visto che non può esserlo come uomo e come cittadino nella società reale, Carmelo Musumeci è uguale nella società degli scrittori. Chi scrive un romanzo si prende una grossa responsabilità espressiva, ideologica, stilistica. Io ho letto e leggo molti romanzi, alcuni mi hanno esaltato e cambiato la vita, alcuni mi piacciono e convincono, altri no. Carmelo Musumeci ha voluto essere scrittore e scrittore come tutti gli altri deve sottoporsi alle critiche di chi legge il suo libro e ascoltarne se vuole i pareri. L’opera gli rende la giustizia che il sistema penale gli nega: solo all’opera, alla sua costruzione, alla sua validità va il mio sguardo, chi ci sta dietro io provo una volta per tutte a dimenticarlo. Non è un’eccezione, lo faccio per tutti gli autori: solo ciò che si scrive rimane e comunica, la biografia dovrebbe essere del tutto ininfluente. Carmelo Musumeci è uno scrittore come tutti gli altri e il suo romanzo è “Angelo SenzaDio”.
Da quanto tempo si scrivono romanzi di argomento carcerario? Da quando il romanzo è nato, cioè da quando, quasi immediatamente, è diventato un oggetto fruibile da un pubblico sempre più vasto. Un argomento così delicato è alla base di feuilleton come “Il conte di Montecristo” (1844) di Alexandre Dumas e “ I miserabili “ (1862) di Victor Hugo. Sempre avendo come punto di riferimento la narrativa di consumo, “ Papillon” (1968) di Henry Charrière, è stato un best seller con tanto di riadattamento cinematografico. La memorialistica italiana ha il suo caposaldo “ Le mie prigioni” (1832) di Silvio Pellico, mentre “ Noi Credevamo”( 1967) di Anna Banti descrive le atroci condizioni di vita che i patrioti italiani dovettero subire nelle carceri borboniche. Ma nel Novecento il problema morale legato alla pena e alla sua  atroce applicabilità  si pone, diventando allegoria indelebile, in “Nella colonia penale” (1919) di  Franz Kafka e dirompe ne “ Lo straniero “ (1942) di Albert Camus, dove la mancanza di senso del gesto omicida di Meursault si rispecchia terribilmente nella condanna a morte del protagonista. L’assurdo  è fuori nella società alienata ed è dentro il carcere, dove Meursault vive l’angoscia senza Dio dei suoi terribili giorni di attesa.

Quel che mi interessa in questo momento è soltanto di sfuggire alla meccanica , di sapere se l’inevitabile può avere una via d’uscita . Mi hanno cambiato di cella e da questa, quando sono disteso,vedo il cielo e il cielo soltanto. Passo le mie giornate a guardare nel suo volto il degradare di colori che conduce il giorno alla notte. Sdraiato, mi passo le mani dietro la nuca e attendo. Non so quante volte mi sono chiesto se esistono esempi di condannati a morte , che siano sfuggiti al meccanismo implacabile, siano scomparsi prima dell’esecuzione (…)

(  A. Camus, Lo straniero, Bompiani,  Milano 1985, trad. di A. Zevi, p. 133)

Un caso a parte è Jean Genet, condannato all’ergastolo per recidiva di furto e portato letteralmente fuori dal carcere dallo spessore non di una lima, ma delle sue opere letterarie scritte in carcere. In quel caso attraverso la battaglia promossa da Jean Paul Sartre in “Santo Genet, commediante e martire”(1952), la Francia ammise che l’attività artistica poteva riscattare del tutto un criminale. Oggi?
Tra i romanzi che descrivono la vita carceraria e il cambiamento personale di chi la subisce, decisamente interessante è  “ Il prigioniero di Falconer “ (1975) di John Cheever. Fortissimo è il racconto “ Sepultura” di Valerio Evangelisti, in “ Metallo urlante”( 1998), una rivisitazione tropicale della pena infernale dei peccatori immersi nel lago ghiacciato del Cocito. I detenuti bloccati  alle gambe da una sostanza vischiosa sono condannati a costituire un vero corpo unico, ma questa condizione di massificazione fisica sarà alla base del loro apocalittico riscatto finale. Ma invito a segnalare nei commenti altri romanzi che io non conosco e non ho dunque letto.

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 a. tarkowskij- stalker-foto di scena

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“Angelo SenzaDio” di Carmelo Musumeci è un breve romanzo di ambiente carcerario il cui protagonista Lorenzo, detto SenzaDio, descrive i suoi scontri durissimi prima all’intento del carcere chiamato genericamente l’Assassino dei sogni e successivamente, dopo un duello mortale,  nella Prigione delle Scimmie dove è stato trasferito per la sua incontrollabile pericolosità.  Il primo elemento che colpisce forte è la scelta stilistica. Le frasi durano lo spazio di una riga  e la riga non arriva mai sino al bordo, lascia uno spazio bianco prima che si decida di andare a capo. E’ così che in genere si scrivono i versi di una poesia, ma qui si tratta invece di una prosa scabra, essenziale, senza nessun tentativo di ipotassi. Ecco, per esemplificare, un brano tratto dalle pagine iniziali:

Portava i capelli a zero.
Era un uomo ombra.
Aveva labbra carnose e occhi verdi.
Quella mattina sembrava che le sue scarpe da ginnastica sfiorassero il cemento del cortile.
Faceva freddo.
Il cielo era nero.
L’aria era cupa e sapeva di bagnato.
Lorenzo era l’unico in magliettina a maniche corte.
Non soffriva il freddo.
Era un SenzaDio.

(p.8)

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E’ una scrittura che lascia spazio e cerca aria. Ci si ribella alla scrittura che riempie tutto il foglio perché ricorderebbe troppo le sbarre della cella, la chiusura totale della prigione. La scelta inoltre esprime perfettamente – anche da un punto di vista grafico – l’isolamento e la solitudine del protagonista, il suo rifiuto ad entrare nella sintassi comune della vita carceraria. Lorenzo definisce se stesso SenzaDio perché la sua cattiveria è il segno di una resistenza, del tentativo strenuo di difendere la propria individualità dall’omologazione e dal rammollimento a cui sono sottoposti i carcerati. Lorenzo cura il suo aspetto fisico e compie 500 flessioni ogni mattina e la sua mente viene educata ad una rigida disciplina che non prevede nessuna comunicazione con gli altri detenuti. La realtà del carcere non è esposta nei suoi minimi dettagli quotidiani, ma attraverso un’opposizione schematica tra dentro/coscienza del protagonista e fuori/ ora d’aria, confronto/scontro con gli altri detenuti. E’ un’opposizione dura, ideologica, potremmo dire, e la scelta di non entrare in particolari descrittivi e psicologici rende la narrazione più che realistica, allegorica. Il chiarimento di questa disposizione avviene quando Lorenzo è ferito gravemente dopo un regolamento di conti in cui ancora una volta ha dimostrato la sua indipendenza e la sua vittoriosa forza. E’ all’ospedale e stanno faticosamente cercando di tenerlo in vita. A questo punto irrompe l’elemento allegorico portante che accompagnerà la narrazione e il protagonista sino alla fine.

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C’era luce dappertutto.
Gli uomini con il camice bianco gli frugavano dentro il corpo, ma lui non sentiva nessun dolore.
Poi vide lei.
Il suo cuore batté fortissimo dallo stupore.
Sembrava un angelo, ma lui era un SenzaDio.
Non credeva agli angeli.
Quindi non poteva essere un angelo.
Chi poteva essere quella donna?
Era tutta coperta di luce.
Gli sorrideva.
Il SenzaDio le rivolse la parola.
– Chi sei?
– Come chi sono? Sono il tuo Angelo.
Lorenzo provò a ridere, ma non ci riuscì.
– Per favore, non farmi morire dal ridere.
– Non fare lo spiritoso perché stai rischiando di morire davvero… sei grave, i dottori ti stanno operando.
Il SenzaDio non capiva se quello fosse un sogno o un incubo.
Pensò che non poteva neppure morire in pace e le domandò:
– E tu che ci fai qui?
– Come che ci faccio?
– Sì! Che ci fai?
– Sono al mio posto.
– Al tuo posto? Ma io sono un SenzaDio! E, se non lo sai, i SenzaDio non possono avere angeli fra i piedi perché gli angeli sono creature di

Dio.
– E che m’importa quello che credi tu?
La donna fece una pausa e poi continuò:
– Ho scelto io di essere il tuo angelo, punto e basta.
– Perché proprio me?
– L’amore non si tiene dentro, ma si dà al primo che passa e non ha importanza che sia buono o cattivo.

(p.20)

L’irruzione di un angelo è sempre segno di un cambiamento, di un riscatto, di una liberazione. Non posso non pensare all’episodio degli Atti degli Apostoli in cui  l’Angelo libera Pietro dalle carceri di Erode e alla versione meravigliosa che ne ha dato Raffaello nell’affresco delle Stanze Vaticane: una notte di luna velata, i soldati riversi nel sonno, Pietro con i ceppi e l’irruzione dell’angelo in un fuoco di luce centrale, concentrato in quel gesto di liberazione, senza espandersi all’oscurità circostante. A destra l’angelo e Pietro sono già al di là del miracolo e della prigionia, se ne vanno insieme, in un legame indissolubile. Ora nessuno li potrà sorprendere. L’Angelo è la voce della coscienza di Lorenzo e in questo romanzo che parla di assoluta solitudine non è per nulla arbitrario che invece di un monologo interiore si sia scelto lo strumento narrativo del dialogo. Si parla con l’angelo come – prima che la tecnologia informatica inventasse gli avatar  – un bambino poteva farlo con l’angelo custode  o come un adulto può farlo con una donna che abbia per lui una funzione salvifica. L’Angelo di SenzaDio ha una sua natura fisica, anche se solo immaginata, ha velature di tristezza, scatti di rabbia, colpisce con pugni e schiaffi in varie parti del corpo, un po’ compagna come in un film americano on the road, un po’ guagliona. Ma il cuore è ovviamente la sua sede privilegiata e in questa scelta difficile che potrebbe scivolare in un facile sentimentalismo, Musumeci riesce a tenere, a  risultare credibile, a essere struggente senza cadere nella retorica.

– Potrai salvarmi la vita, ma mai potrai salvare la mia anima.
Lei gli prese la mano.
E gliela strinse.
– Devi sapere, sciocco di un SenzaDio…
Smise di parlare per guardarlo negli occhi.
Poi con voce più profonda continuò:
– Che esiste sempre una speranza, anche quando non ce n’è neppure una.
Gli donò un sorriso rosa.
E proseguì:
– Devi sapere, stupido di un SenzaDio …
Smise di nuovo di parlare per guardarlo dentro il cuore.
E riprese:
– Che se anche il buio della notte ingoia la luce del giorno, a sua volta anche la luce del giorno ingoia il buio della notte.
Poi l’Angelo gli diede un bacio nel cuore.
E continuò a sussurrargli:
– Non ti preoccupare…
Gli sfiorò il viso con le mani.
– Ci salveremo insieme…
Quel gesto fu più di una carezza.
– O andremo tutte e due insieme all’inferno.

( p.69)

L’angelo è talmente umano da rinnegare la propria ascendenza celeste, ma solo in questo modo può rappresentare uno spiraglio di speranza nella  vita disperata di Lorenzo. In questo caso l’angelo è una duplice estremizzazione della donna angelicata  dello Stilnovismo, della Beatrice di Dante; lo è in quanto assume una fisicità dirompente che il modello storico non possiede ed anche perché , rinunciando ad ogni tipo di ambiguità spiritualista, è realmente un angelo. Resta in comune la vocazione di raffinamento ed ingentilimento dell’uomo in un mondo dove l’unico senso dominante è la brutalità e la forza. La forza è quella che esercita legalmente l’autorità, ma facendo in modo che questa imposizione sia sempre presente lascia che illegalmente proliferino relazioni dove null’altro è possibile che un confronto duro e spietato. Le guardie carcerarie e i responsabili del penitenziario sono gli “ umani”, i detenuti sono le “ scimmie”, divise nei gruppi dei “gorilla” e degli “scimpanzè” che si affrontano periodicamente in sfide sanguinose e a volte mortali. Non potrebbero fare altro. La loro alienazione, la loro riduzione a ‘cosa’ e il rifiuto di ogni speranza, non può che indurli ad esercitare in maniera brutale la forza che lo stato esercita come diritto legale sulla loro vita. Sul tema della forza ha scritto pagine potenti e chiarificatrici Simone Weil. Era il 1943.

“Com’è più varia nei suoi modi di procedere e molto più sorprendente nei suoi effetti l’altra forza, quella che non uccide, quella che non ucciderà per certo. Sta per uccidere: sicuramente lo farà, o forse sta per farlo,oppure rimane solo sospesa sull’essere che essa in ogni istante può uccidere.Comunque essa muta l’uomo in pietra. Dal potere di trasformare un uomo in cosa, facendolo morire, deriva un altro potere, altrimenti prodigioso: quello di trasformare in cosa un uomo che pur è vivo. Egli è vivo, ha un’anima, tuttavia è una cosa”.

(S. Weil, L’Iliade o il poema della forza,  Asterios,  Trieste 2015, trad. di F. Rubini, p.42)

In questo romanzo la domanda che si pone Carmelo Musumeci è la stessa di Meursault de “Lo straniero”, se cioé l’inevitabile può avere una via d’uscita.

– Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita.
Lei inarcò le sopracciglia.
Lui emise un respiro profondo.
E continuò:
– Per un ergastolano, morire è la cosa più facile, mentre vivere è quella più difficile

(p.63)

 

Non rivelo il finale di “Angelo SenzaDio”: ogni lettore dovrà intraprendere il percorso di Lorenzo e capire se anche nell’annullamento, nell’essere ridotto a cosa può rimanere un’anima e si possa  considerare valida la prospettiva di ogni anima che risieda in un corpo mortale, fuori e dentro un carcere: la speranza che un giorno il portone possa aprirsi per lasciarci  definitivamente passare.

 

Paolo Gera
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Carmelo Musumeci , Angelo senza Dio-  amazon.it, 2017

 

 

 

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2 pensieri su “TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: ROMANZI DAL CARCERE. Carmelo Musumeci “Angelo senza Dio”

  1. Non ricordo il titolo, né l’autore, Ero molto giovane e divoravo Jack London. Era un romanzo in quei paraggi. Chi lo riconoscesse, potrebbe darmene i riferimenti? Un uomo, molto ribelle, in un carcere molto duro d’altri tempi – alla Montecristo, per intenderci – viveva condizioni durissime che lo portavano ad un punto così estremo fisico e mentale da arrivare quasi alla soglia della morte. Invece avveniva uno strano balzo in una vita precedente, senza che fosse smarrita la coscienza di sé del carcerato. Alla morte di ogni vita, mi pare, era sbalzato di nuovo in carcere, dove, però ormai, gli bastava indurre su di sè violenze tali da potere ritornare al punto estremo di sottrazione e fuga in altre vite. Per tutto il romanzo aleggiava questo senso di libertà irriducibile e di scorno alla violenza istituzionale. Mi sembra non lontano dall’esperienza di questo SenzaDio. Che mi ha incuriosito e che probabilmente leggerò. Importante la riflessione di Gera sul carcere a vita. Viviamo in tempi in cui non solo tornano le maniere dei ‘piombi’ veneziani (altro romanzo non so di chi), ma anche si induce nella gente verso i carcerati voglia di inasprimenti e torture. Ricordo qui la violenza di Arancia meccanica, Così attuale. Ormai siamo nell’età dello spegnimento dei lumi.

  2. Ho letto d’un fiato la tua recensione Paolo, bellissima. Mi hai fatto fluire lungo un fiume di datati ed entrare in stanze sconosciute e mi sono molto coinvolta. Interessante e chiara, profonda. GRAZIE

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