La costellazione dell’assenza- Note di Lettura di Fernanda Ferraresso

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E’ un inventariare, questa raccolta, ciò che non sta fermo eppure, con la costanza con cui la luce trafigge il buio del cosmo, punge e scava e scorre logorando ciò che, tremendo, profondo, denso, è la sostanza del nostro corpo, che in continuo restaura il passo nella frana del tempo, dove noi, tutti noi viventi di ogni mondo di questo pianeta e oltre, nell’universo, ci collochiamo in un catalogo a tempo. Appare e scompare, come se i fili lievissimi del velo che ci avvolge, per effetto di una luce incatturabile ma in-son-dabile e viva, ci mostrasse, da scorci di noi stessi, cose che in altro modo mai riusciremmo a cogliere e sono l’arredo del nostro cosmo interiore, avviluppatosi come filature di zucchero o bianche brine ad una piccola canna di legno. E di questo ci nutriamo, ammalandoci di tempo, di parole che sono proprio quelle dolci terribili filature che abitano in celle segrete il nostro sangue, addensando o brillando la vita che in esse si riproduce. Terribile non è la morte ma questa vita, così sproporzionata alle nostre modestissime forze, che sola ci tra-volge, e nel suo palmo costruiamo nel nostro breve tempo, il nome delle cose, e queste a loro volta nella nostra bocca suonano le eco e rimbombi di cadute e progressioni lontane. Secoli, millenni: attimi. Un continuo rumore che affonda in noi e ci fonda e sprofonda in un gene che imperfetto costruisce la sua infinitezza. Usurate le parole, usate nell’ingombro dei pesi che creano, fanno quadrato in trame di ordito che sono tela del disegno, si assottigliano e si ingrossano, svuotano o assemblano, silenzi e l’ombra che in questi si muove, corpo di tanti altri e corpo nostro ogni volta.
-…sento un continuo movimento – scrive A.V. Guarino nella sua raccolta La costellazione dell’assenza, e quel sentire è l’essere, una marcia di insetti oppure, travolgendo il senso, un marcire di setti in noi sprofondati da ere che non rammentiamo e sono il cuore-fondazione della nostra terra genetica, il dna vertebrale che dall’albero del cosmo ci fruttifica e ci fa cadere, in queste vaste minuscole ampolle amniotiche d’acque magiche, attraverso cui sentiamo cantare il vento dei respiri, ogni parola-storia millenaria che ancora come ragni elaboriamo, costruendo le nostre reti per pescare nell’oscuro oceano mare madre, di cui tratteniamo, in noi, in un punto irraggiungibile a cui tendiamo, un minuscolo frammento, di un nome ripetuto e rimandato da più lingue, fino a stravolgerne per sottigliezza l’origine in un fiato-suono fattosi suolo, dove poggiare  il piede e circondarsi in reticoli di parole-or-me che sono tracce, qui e là cancellate, lasciate nel deserto (del) tempo, da quell’unico piede, di creature incomplete, che ancora zoppo le cede.

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Più si espande negli anni, la vita,
e più si riduce a testimonianze incerte,
apocrife, mute di oggetti e di cose
da ricollocare nel tempo,
ante/post eventum.
Tutto ciò che passa lascia
tracce e detriti, resta nel resto,
residua, come scorie non smaltite,
negli alfabeti senza codice,
nell’inutile che ci interroga
e sopravvive.

pag. 26*

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Quando i gradini soffrono
per il mio piede
ed io per i gradini, 
calpestato con loro,
ad ogni passo lascio
un affanno che 
si rinnova nel passo
che segue.
La balaustra in ferro
battuto attraversa
il palazzo, vibra
e non cede, come colonna
di vertebre – immagine
essenziale, senza contorno,
senza carne del mio desiderio –
a cui mi tengo
in silenzio, col peso
segreto di qualcosa
che ho sempre perso
e mai perduto.

pag. 27*

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Ma tutte queste cose
mediti nel cuore, attardandoti
nella lenta ora a cucire
mistero a mistero,
chiudendo le labbra
(…)
lasceresti scandire in colpi 
il tumulto crudele e
innocente del sangue,

sciogliendo, carne
nella carne, la mia,
la tua assenza – il fantasma
del mondo che ci osserva
(…)

pag.47*

* da La costellazione dell’assenza, di Antonio Vittorio Guarino

toni demuro

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C’è un luogo, dentro di noi, che non ha fine e mostruosa e magnifica la sua storia dipaniamo tra le nostre lingue. Millenari tra gli eoni del tempo noi scuciamo solo l’orlo della grande veste e dall’uno all’altro la lavoriamo cercando della tessitura la mano che le ha dato origine. Tutto ci sfugge e più ci avviciniamo al midollo del filo meno ne comprendiamo la lavorazione. Con le dita di un bambino inesperto tratteniamo solo una modesta porzione di quel filo, crediamo di vederne la consistenza ma non comprendiamo quanto sia ritorto nella spira dell’avvolgimento, ci perdiamo, nella sua vastità senza orizzonti de-finibili, in quell’assenza che è la costellazione che ci governa ed è la presenza di quell’assenza che ancora ci accompagna, ci offre nella sopravvivenza la capacità di mantenerci in vita, di andare avanti, nonostante l’incombere di catastrofi naturali e umane.

fernanda ferraresso

 

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Antonio Vittorio Guarino, La costellazione dell’assenza – Fara Editore 2016

 

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