Viola è il colore di un comando che dice la violenza- 25 novembre un’altra natività

aida makoto

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E’ da poco trascorso il giorno dedicato a una malasorte, quella che patiscono le donne in troppe parti di questo piccolissimo mondo. Detesto il 25 di novembre, detesto le memorie che sono memorie in-utili, cioè sono un mercato di quanto altri patiscono.In questo caso ancora più degli altri giorni mandati a memoria e dimenticati l’attimo dopo la farsa.
Dovunque questo mondo di umani è vivo lo è perché le donne si fanno carico di un altro corpo, dentro il loro che si fa  primo viaggio tra cosmo e un luogo.
Fragile matrice di un’argilla generosa s’impasta di universo per trasformare il suo fardello-corpo in un granello di vita da aggiungere a questa collettività, che ormai da troppo la colpevolizza, la martirizza, la profana, la violenta, l’ammazza. Non è creatura e basta?
Persino nella bibbia, che scrivo in piccolo minuscolo, l’alfabeto di un dio sovrano scritto a mano da un semplice uomo, la rende schiava, oggetto, succube di un uno, un omuncolo che di lei si fa padrone-predone in ogni modo le si avvicini e la faccia propria. Una proprietà: come una capra, una cammella, o un orto, un pezzo di terra. Ed è lei che spacca e scava un deserto di umanità su cui piangere persino i figli, quelli che vede rubarle la guerra, mai santa per lei, mai  promessa di qualcosa che ripaghi la perdita.Non esiste altrove una terra tanto meno una promessa.
Non mi convince questa istituzionalizzata giornata, che commemora la rovina, il lutto, tutto quanto di più brutto e osceno genera il desiderio di un possesso perverso. Non mi convince questa insana passione per le donne che sono le prime a perdere il posto: all’interno dell’industria come della società.
Questa violenza  patriarcale praticata e programmata, da troppo tempo subita da ogni donna che promuove la vita, non una farsa e una burattinata, sarebbe ora di cancellarla da ogni giornata, da ogni pagina che in ogni attimo racconta che una, o un migliaio o un milione di donne si sono perse, condannate a  morte per una volontà precisa, che le ha marchiate come podere su cui reclamare ogni diritto, ogni potere.

f.f.- 25 novembre 2016 

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aida makoto- monument for nothing

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DONNE

Un’esca facile:
innumerevoli donne messe a morte,
imbracate, annegate, bruciate,
abbandonate nei più marci terreni.

E non finisce.

Donne ormai lontane dai
rosati infanti che furono,
che sono quelle ombre d’uomo
temute, impronunciabili.

Gabriella Maleti

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LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
(acrostico)

Leviamoci dalla testa l’idea che
(Ahinoi) la violenza contro le donne sia finita…

Veniamo contraddette ogni giorno dalla (non certo
Inusuale) violenza di pensieri – parole – atti –
Omissioni da far rabbrividire chi pensava
(Lungi-mirante?) che il novello millennio potesse offrire
Elementi di nuova (?) “civiltà” – d’un altro comportarsi
Nei confronti di giovani (e men giovani) donne col proprio
Zelo di mogli – di compagne – di figliole – di madri
Adesso speravamo libere e fiere nella propria

Capacità di fare scelte doverose – dignitosi distinguo – di
Operare nel meglio d’una matura libertà
Nata da sofferenze secolari – dalla
Tribolata millenaria condizione di schiave – sottomesse – silenziate –
Ruinose vittime di uccisioni – di stupri – di violenze
Orrende onnipotenti contro corpi ed anime – intelligenze e

Lucide visioni d’una vita “altra” – altrimenti vissuta
E davvero vivibile. E allora –

Donne – che fare? che pensare?
O – dove – dubitose – raccogliere senza troppo timore le limpide
Nostre menti – i corpi – le speranze – le parole – le età che
(Nolenti o volenti) ci accompagnano?
E intanto – nella formulazione di risposte possibili: Viva – viva le donne!

Mariella Bettarini

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CATARINA EUFÉMIA

Il primo tema della riflessione greca è la giustizia
Ed io penso a quell’istante in cui restasti esposta
Eri gravida tuttavia non arretrasti
Perché la tua lezione è questa: fronteggiare

Ebbene non mandasti un uomo in tua vece
E non restasti in casa a cucinare intrighi
Secondo l’antichissimo metodo obliquo delle donne
Né usasti manovra o calunnia
E non servisti solo per piangere i morti

Era arrivato il tempo
In cui era necessario che qualcuno non arretrasse
E la terra bevve un sangue due volte puro

Perché eri la donna e non soltanto la femmina
Eri l’innocenza frontale che mai arretra
Antigone posò la sua mano sulla tua spalla nell’istante in cui moristi
E la ricerca della giustizia continua

Sophia de Mello Breyner Andresen
traduzione di Roberto Maggiani

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aida makoto

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POESIA DI ISA

Ai miei genitori

Sangue nel sangue
così hai chiamato
la violenza
che hai fatto al mio
cuore
al mio corpo
ai miei sogni
alle mie speranze.
Orco notturno
accusatore ingiusto
dove hai sepolto
i fiori che ho raccolto
per te
e la canzone
che da bambina
ti ho dedicato?
E tu
Madre silenziosa
serva,
nemica,
come t’addormenti ogni sera
sapendo quel che
sai e non dici?
Che vale perdonarvi!?
Non c’è perdono
In terra
per chi umilia
la luce.
Con te, padre
ho perso Dio.
Quando tu
mi hai voluto guardare
non ho avuto più nulla
nessuna difesa
accanto a me.
Da sola ho guardato
il mondo.
Era freddo,ostile.
Ed il mio corpo era un peso
grave
da sopportare.

Maria Rita ParsiI quaderni delle bambine

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SOTTO IL BURKA

Non fanno rumore
i miei passi
sull’erba appena tagliata.
Mi fingo donna afgana
sotto il burka
prigione di stoffa
con grata a fiorellini.
Osservo il silenzio
imposto ai mie piedi,
in nome di Dio
ma quale Dio
può imporre castigo
se non c’è peccato?
Non fanno rumore
i miei passi
ma l’urlo di rabbia
salirà fino
a questo Dio
inventato dagli uomini

Rita Sorrentino

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aida makoto

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ALCHIMIE PER UNA DONNA

Io volerò attraverso la bocca della candela, indenne falena
Sylvia Plath

Contratte a cogliere i suoni le abbiamo lasciate
a fare e disfare su rozzi telai brandelli di vita.
Senza volto né nome
avevano cuori d’argento da appendere alle volte
di grotte scavate in anfratti
da seminare nell’alveo di fiumi asciutti come vertebre
di mastodonti in rilievo.
Furono mysterion rinchiuso tra rozze pareti, negli occhi l’arsura,
in rigidezza di membra tenevano serrate frenesie di palpiti, un fuoco che ardeva.
Le abbiamo incontrate nei tempi di radici e tesori nascosti
nei raggi argentati di ruote che incidevano dentro la terra i drammi, gli eventi
e graffiavano a unghiate di fuoco le carni.
A spaccarle, come pigne,
come frutto di cocco,
ne uscivano nettare e latte
dolcezze impensate
sotto scorza di pelle-smeriglio,
sotto grinze di ataviche pene.
Da spaccati di secoli si spande il loro lamento
che è stato fragore di vene, rito, sentenza, un codice arcano
miniato su arabeschi di vento, filigrana di Aracne in precario equilibrio.
Avevano ritmi di lune e stagioni scandite da fasi di sangue,
da ventri ingravidati e dovizia di seni.
Spaccarono i corpi su durezza di zolle, sotto il cercine, come bestie da soma,
e il riscatto
era solo un arbusto d’argento cui bruciare incensi e pietà.
Scolpite su profili di roccia
hanno avuto radici straziate, un urlo di lava saliva le visceri
da squarci il magma fluiva su sciare di morte.
Furon letto di foglie caduche, sottobosco, l’umore di terra
e rugiada nell’alba
ma anche aroma di fiori e fragranza.
Furon pane e il sapore dell’uva e la bocca che prega e lamenta
furon grappolo e spiaggia e coltello, piaghe aperte
e tradite beltà.
Le chiamarono madri, amanti, sorelle circuendo il sentire del cuore
e strapparono loro le vesti e strapparono loro le carni
anche l’anima stava inchiodata
alle quattro pareti del cielo.
Furono mani in preghiera ed occhi di veglia, ginocchia piegate
e braccia in forma di cuna a proteggere i loro tesori.
Le portarono in giro pel mondo ricamate sopra vessilli
ma avevano mani piagate e labbra di luna spaccata,
cancellato dal vento l’amore.
Parole e condanna. Silenzi e condanna.
Nei polsi l’irromper di vene e bruciava la fronte
e l’affanno frantumava i lembi del cuore.
Sin dai giorni di Eva era stato:
sul paliotto dipinte madonne
ma le ossa spezzate
l’ansia ruga sul volto.
Furon grida taglienti a salire da tetti di canne
sangue bruno a macchiare le gore e bufere
e tormenti e ferite realtà.
Sempre esposte alla folgore, al rito, alla luce radente di luna
han portato sopra le spalle, loro sì, il peso del mondo
Loro, i piedi di tutte le genti,
loro, i corpi sudati a cercarle
a squassarne le viscere, rapinarne ogni fiato.
Sono state il bottino di guerra da portare in catene sul carro
loro, schiave, le lingue tagliate,
incapaci di prendere il volo
ripiegarono le ali sul petto a proteggere vulnerabile il cuore.
Sono state sospiri e sussurri.
Loro fiaccole accese di notte
Loro, fari a risplender nel buio
e le grida dei sogni ed il vento che si è fatto carezza.
A pensarle tappezzano i muri, sono luce che splende sui vetri
si dilatano a chioma di albero, sono foglie che cantano
ed il fiore sul fragile stelo
e la forza dell’erba che sconfigge stagioni e ritorna.
Le ho incontrate nel verde dell’alga
con smeraldi negli occhi, con minuscole attinie in punta di dita.
Palpitanti.
Le ho ascoltate in notti di luna scioglier canti d’amore dolcissimi
eran l’ombra tra i tronchi degli alberi, il lucore di stella
e la voce più forte, più alta, carezzevole al lobo,
Eran mani: han posato carezze che lasciarono impronte di fuoco
e la pelle era ruvida, dura
ma struggente il gesto d’amore.
Io le ho amate ed in esse l’essenza di me donna
che nel mio tempo breve conservo memoria di quell’essere state
vene aperte, riso lieve di mandorlo, un miscuglio di insonnia e fatica,
aggrappate al bisogno di esistere
e quell’ansia di dare e donarsi
col sorriso a celare la pena.

Anche il tempo si stanca
solo il cuore resiste con le rughe fiorite
ed i gambi spinosi di rosa,
braccia aperte in segno d’accolta
e gli occhi radiosi, la notte,
della luce di lune inventate.
S’è impigliata alla chioma dell’albero come sciarpa
la nenia del canto – e resiste
di fanciulle che furono
l’alone di luce, una nota sperduta.
Le ho incontrate scolpite nel marmo, dipinte ad affresco su volte ammuffite
processione di vergini su musaici di sole.
Han lasciato un messaggio di vita,
furon madri dai fianchi larghi modellati in impasto di creta
e alchimie sono state
e il segreto per estrarre dal vile metallo lo splendore abbagliante dell’oro.
Han segnato l’aria di sguardi
e le senti ancora vagare le pupille-carezza sul corpo
e dan brividi dolci alle carni.
Son presenze nell’aria quando gonfian le nebbie
e le braccia stan lì
e le mani e le labbra di quelle che furono forme che riconosco
per questo mio essere la loro propaggine ultima
il cuore rosso-memoria delle loro storie di vita.
Solitaria coltivo giorni e cantilenando racconto
di antichi profili, di ombre che ormai hanno scordato
la legge di gravità
e tra i grandi alberi vanno fluttuando di sera.
Sono una di loro. Lentamente
le fibre del mio corpo si sfanno, come piuma rosata
sfrùscio segreta e domani qualcuno leggerà anche la mia storia
sul pentagramma del tempo immutabile.
Anche le assenze hanno respiro.
Incorruttibile il fiato.
Voce, voce di taciuti sorrisi.
E ancora giorni verranno e notti nell’arcatura del cielo.

Adriana Scarpa

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aida makoto

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6 pensieri su “Viola è il colore di un comando che dice la violenza- 25 novembre un’altra natività

  1. cara Fernanda, non condivido la tua premessa, Forti le poesie e terribili le immagini. Forse il mio passare i 25 novembre con altre donne ad ascoltare bambini e ragazzi ragionare su questi temi, mi rende ottimista e sempre più fuori dal mondo.

  2. L’ho firmato proprio perché poteva essere non condiviso questo mio preambolo a testi che incidono con la loro precisa scrittura che scortica.
    ” E non finisce” scrive Maleti
    “Leviamoci dalla testa l’idea che
    (Ahinoi) la violenza contro le donne sia finita” scrive Bettarini
    Cito solo questo “E la ricerca della giustizia continua” di Sophia de Mello Breyner Andresen perché dovrei riportare l’intero testo e poi, come ben sai, perché è il motore di quanto ancora chiediamo e tu chiedi con i giovani, il segno dei nostri giorni è che appunto non è finito né cambiato nulla e tutto si è acutizzato, tutto ha raggiunto limiti di ferocia inammissibili. Como posso essere speranzosa? L’unica cosa che mi muove è la volontà e la rabbia amare per questa triste storia che è storia gettata di una umanità perdente e perduta.

  3. la speranza è una cosa, la realtà un’altra ancora e la recrudescenza di questi anni dimostra che non si procede verso un miglioramento ma verso l’imbarbarimento cruento, verso la ferocia gratuita e più brutale, un gioco che emoziona più di altri ammazzare. La società e la sua configurazione pare spingano a questo e solo a parole nel verso opposto.I fatti scrivono guerra aperta in moltissimi fronti:da quello sociale a quello politico, a quello culturale e poi quello dei mercati e quello ideologico e…mi fermo perché mi pare un gigante mostruosamente grande e onnivoro
    f

  4. ..sarebbe ora di cancellarla da ogni giornata, da ogni pagina che in ogni attimo racconta che una, o un migliaio o un milione di donne si sono perse.. Non comprende anche queste poesie? Sarebbe ora che se ne parli invece, che non si scordi, o meglio che ci si ribelli.

  5. il senso infatti è proprio quello, che non se ne parli più perché deve risolversi una volta per tutte questa storia di inciviltà verso le donne e la vita.

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