TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: Scritte sui muri. Ebrietudine.

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Le scritte sui muri costituiscono un mondo a parte rispetto ai graffiti urbani e ai ‘pezzi’ con cui i writers  lasciano la loro firma in caratteri cubitali. A volte un disegno stilizzato o uno slogan di protesta viene impresso con la tecnica dello stencil – quella che ha reso famoso e pregiato Banksy – ma anche questa pratica ha poco o nulla a vedere con l’improvvisazione tipica di chi con un gessetto, un pennarello o un mozzicone di matita vuole scrivere semplicemente ciò che gli passa per la testa in un determinato momento. Qualcuno forse porta con sé una bomboletta spray e aspetta l’ispirazione.  Ma c’è innanzitutto l’irrefrenabile, infantile desiderio di chi si trova all’improvviso davanti ad uno spazio verticale imbiancato di fresco oppure decrepito per sedimentazioni secolari.  Con questo  do per scontato che dietro una frase scritta sul muro ci sia più il prurito delle mani o un’intermittenza del cuore,  piuttosto che una premeditazione della mente collegata ad un progetto ideologico o artistico da portare a termine. Resta alla fine un messaggio che può risultare estraneo oppure  rivelare , come succedeva ad Andrè Breton quando si lasciava libero per le vie di Parigi, abbaglianti e misteriosi legami con i pensieri e le esperienze di chi legge.

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Ad ogni giro di scritte sui muri corrisponde una città. Non saprei dire se le parole scritte in fretta riescano a catturarne lo spirito, il carattere, se per minuscola sineddoche possano rappresentarne la topografia complessiva, la storia, il presente. Sarebbe come passare per le vie e cercare di fissarne i particolari ad occhi bassi, ascoltando di straforo le frasi spezzettate di chi passeggia o di chi è seduto a un caffè.
Genova è il più grande centro storico d’Europa, un groviglio di strade strettissime, una successione vertiginosa di muri che in certi punti sembrano stringersi  a tal punto da ricordare la tortura de “ Il  pozzo e il pendolo”di Edgar Allan Poe”. Ma la vocazione allo scrivere a Genova nasce da spazi più ampi, là dove sono cielo e terra ad unirsi, procede dai tetti di ardesia che se osservati dallo spiazzo di Castelletto  e colpiti da una luce temporalesca ricordano un’ enorme catasta di lavagne scolastiche segnate dal gesso dei voli dei gabbiani.
Su Genova ha scritto una poesia speciale Giorgio Caproni. Il titolo è “Litania” e fa parte della raccolta “ Il passaggio di Enea” del 1956.  Sono 89 distici a rima baciata in cui “ Genova verticale” (v.7), è dispiegata in tutti i suoi possibili aspetti paesaggistici, civili, sentimentali. A me ora interessano i versi che possono dare risalto alle ambientazioni delle scritte. “ Mia lavagna, arenaria” (v.4), “ mattoni, ghiaia, scogliere” ( v.24 ), “ Intestini. Caruggi” ( v.34 ), “ Genova dei casamenti lunghi” ( vv. 55-56 ), ma soprattutto “ Genova in comitiva./ Giubilo. Anima viva./ Genova in solitudine./ Straducole. Ebrietudine.” (vv. 17-20 ). In questo passaggio dal collettivo al singolare, dall’affollato al solitario, credo stia il segreto delle scritte sui muri e dei loro autori. Soprattutto l’inusuale ultimo vocabolo  esprime probabilmente lo stato d’animo di chi lascia parole aggrappate alle pareti. Ebrietudine. Un’ebbrezza stemperata dall’abitudine o piuttosto , dopo un lungo camminare, quando ti stupisci felice della tua completa solitudine. Un’ubriacatura che sta passando, lo spleen, sospeso dall’euforia, che ritorna implacabile, incoscienza che lascia un segno di riflessione, sprazzi di lucidità che reclamano un gesto memorabile a conclusione dello sballo. Si sta insieme agli altri, si festeggia, si sbraita, ma alla fine  c’è una stretta strada notturna in cui  ci si ritrova soli, senza nessuna voglia ancora di tornarsene a casa. C’è un muro e nessuno intorno. Ci si scarica contro, del piscio e dei pensieri. Si scrive qualcosa.
Io vivo a Genova  nei fine settimana e durante vacanze e ferie. Lì non sono del gruppo dei Mirmidoni, né degli Argonauti o dei seguaci di Bacco. Bevo vino buono,  non da ubriacarmi, ma sino al punto di  percepire una variazione sentimentale nelle cose intorno a me.  La mia ebrietudine non mi spinge a scrivere, ma a camminare per ore nella città vecchia, a fermarmi a leggere, a fotografare con lo smartphone. E’ un’ebrietudine di riflesso.

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In vicolo Biscotti, angolo appartato a pochi metri dalla movida frastornante ed ottusa di piazza delle Erbe, io leggo: “ SCRIVO PERCHE’ NESSUNO ASCOLTA!”.
Più avanti, una mezza porta aperta sull’androne di un condominio popolare , mi permette di sbirciare una grande scritta interna, vergata con lo spray nero: “ QUSTO PALATSO DE MERDA”. Immagino sia di uno straniero, che esprime in questo modo la sua opinione su italiani poco ospitali e la sgrammaticatura pone sulle parole un accento di rabbia.
Su un muro in salita di Via  di Mascherona, leggo dall’alto al basso: “ NON SO FARE UN CAZZO SMERDO I MURI MI DROGO VOMITO…”, un’ ammissione strafottente più che preoccupata, in cui è inclusa, tra le professioni di nullafacenza, anche quella autoreferenziale di imbrattare i muri. La maschera della tragedia ripetuta parossisticamente diventa quella della commedia e la scritta assume una nota disarmante, allegra, buffonesca ,  visto che sotto sono pure inclusi gli I like di condivisione: “ BELLA FRATE” e “ANCH’IO”. E’ come se la copertina patinata di un profilo Facebook si rispecchiasse nel canovaccio balordo di un’esistenza disillusa e volutamente consegnata al vuoto.
“ UCCIDI LO STATO CHE E’ IN TE”, non c’entra niente con l’ebrietudine e la testimonianza improvvisata. Credo sia una scritta anarchica, ideata e fissata di fretta a notte fonda, nella centrale via Cairoli. La prospettiva tradizionale degli attentati, il regicidio, il lancio della bomba libertaria viene ribaltata in un  atto d’accusa alla manipolazione delle coscienze e alla nostra incondizionata accondiscendenza. Puntare la pistola carica contro il nostro piccolo ignobile sistema di potere. Queste parole mi scuotono, sorrido, respiro a pieni polmoni anche se c’è smog.
Su quali muri si scrive?  A volte l’impulso viene dato da superfici su cui già altri hanno posto la propria firma. Pezzi d’intonaco si trasformano in una bacheca dove ognuno può aggiungere un messaggio.
A volte un messaggio precedente può essere modificato  in modo da trasformarne il significato. Il sentimentale “ E’ STATO SOLO UN ATTIMO MA DURA DA UN PO’ ” con le opportune correzioni  –  l’aggiunta di un articolo all’inizio, una croce sulla voce verbale che viene trasferita all’interno della frase – diventa il politico “ LO STATO E’ SOLO UN ATTIMO, MA DURA DA UN PO’ “.
A calamitare le scritte sono le mura di appartenenza. L’insulto “ FRANK GEHRY STRONZO”, surreale e spropositato, trova la sua giustificazione  se il messaggio è scritto lungo la strada che porta alla Facoltà di Architettura.
Ma una rivendita di crêpe, molto frequentata dai ricchi alternativi, attira sul muro a fianco la scritta “ EAT THE HIPSTERS LIKE THE CHIPSTERS”. Antropofagia sociale. Che la connotazione gastronomica possa diventare  una dichiarazione di appartenenza ideologica, è attestato poco lontano, in vico di Mezzagalera, dal paradosso iperbolico “ NO VEGAN GO CANNIBAL”.
L’imposta grigia di una  bottega artigianale ormai in disuso, ha dato adito ad una riflessione sulla difficile coniugazione del passato e del presente. Sotto gli antichi caratteri della sigla “ TORNITORE IN LEGNO”, qualcuno preso dall’ebrietudine ha lasciato: “ CHI HA IL PADRE CHE PARLAVA DIALETTO CAMBIANO I TEMPI E I MODI E IL MONDO CONIUGA CON L’IMPERFETTO”.
In vari punti del centro storico si può scorgere, lasciato sui muri da uno stampino, l’effigie della Tour Eiffel: credo sia una manifestazione di solidarietà dopo l’attentato al Bataclan. Su un muro restaurato e rinfrescato vedo la piccola Tour Eiffel. Sopra è tirata una scritta e la censura approvata dalla dichiarazione è immediatamente smentita dal fatto che scrivendola si è di nuovo infranto la legge: “ I MURI BIANCHI COPRONO LE CAZZATE”.
Appena sopra il marciapiede di vicolo del Teatro Nazionale si nasconde l’immagine di un gran scarafaggio dal volto umano.  Qualcuno abbassando gli occhi lo ha visto, ha colto l’allusione a Gregor Samsa e non ha potuto esimersi: sul muro sopra ora leggo “ VOTA KAFKA”.
Ritrovo l’ebrietudine nella zona di Via del Campo e penso che sia perfetto. Mi commuovo. Sul muro e sul coperchio che custodisce un controllo idraulico, leggo: “RUBO E TI AMO”. De Andre’, Villon, Genet, un ladro. Lì sotto è disegnato a malapena un cuore e un cane passando vi ha impresso il segno della sua pisciata.
Resta la forte impressione che la scritta non sia una sovrapposizione incidentale, ma il compimento riaffiorante di decine di stratificazioni, dal passato originario della costruzione del muro sino ad oggi. In molti punti della città la storia è talmente metamorfica da essere percepita come natura e le parole allora buttano da crepe e fessure, insieme alle spighette di parietaria. Le scritte più che dell’astrazione del pensiero partecipano del brulichio dell’organico. Le scritte sporcano, ma se lasciano  tracce condannabili – queste parole – sono quelle della vita in cammino e i benpensanti per esecrarle si distraggono, pestando sui marciapiedi resti di cibo e merde di botoli.

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Una volta ho lasciato una scritta sul muro, ma era quello interno di una stanza. La stanza era un’aula ed io , da buon insegnante, espletavo il mio dovere serale di ricevere i genitori. Avevano indicato la mia postazione non alla cattedra, ma su un banco che di giorno era stato occupato da uno studente. Io ero seduto e non arrivava nessuno. Fuori era buio. Leggevo sul muro a me di fianco le parole lasciate dai ragazzi, vedevo disegni di organi genitali sbozzati alla meno peggio. Il penitenziario delle cinque ore quotidiane e i messaggi irrisori e annoiati dei ragazzi detenuti. Mi era venuta la voglia di infrangere la regola e di associarmi con una frase memorabile, con versi di poesia. Alla fine invece, controllando che nessuno arrivasse, ho scritto: “ SCUOLA DI MERDA” e in cuor mio lo credevo veramente. Mi consegnavo all’anonimato come tutti gli altri alunni, mi trovavo  al loro posto e  volevo essere per una volta dalla loro parte. La mattina dopo si sarebbero seduti, stonati dalle lezioni avrebbero distrattamente voltato la testa e letto le nuove trite parole, confuse insieme a quelle di altri cento.

Paolo Gera

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3 pensieri su “TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: Scritte sui muri. Ebrietudine.

  1. Lo scritto di Paolo mi è piaciuto perchè mette in luce spiriti anonimi ed emotivi che, giustamente come ha scritto, sono spinti più da pruriti delle mani o scosse elettriche del cuore. Mi vien da dire lode a chi imbratta. Anche io come tanti altri ad una certa età ho dato sfogo a certi pruriti alle mani. Logico che più la parete era ben intonacata, bianca ancora meglio, attirava di più. Erano primi vagiti prima di passare a volantini ed altro. Non erano minacce o rivendicazioni e nemmeno fughe terapeutiche ma bisogni primitivi di immediatezza simbolica. Infatti per me non era arte. Era presenza. Presenza anonima come è ben descritta nel finale di questo scritto.

  2. siamo così abituati a vedere i muri imbrattati, disegnati, dipinti,scritti. La tecnica non ha quasi importanza per tutti la messa al muro di qualcosa è un’esposizione della sindone, di quel sé a cui non va di firmare ma si lascia espresso in cifre o in sigle o anonimo. L’anima non ha bisogno di un nome e anche l’anima s’incazza, im-preca, inter-agisce con il mondo, anche se quel che emerge può sembrare un moto effimero, per quel sé non lo è ed averlo messo al muro, per esteso, permette di vederlo a chi l’ha scritto…fuori di sé! Eppure tutto questo scrivere non lo è mai è, sempre, un tradurre, ciò che non comprendiamo, ciò che non afferriamo e abbiamo bisogno di guardarlo,fosse anche una formula chimica, una citazione, o un rebus! Traduzioni, di quel sé sconosciuto collettivo- individuo, singolare (ac)cumulo di se …e chissà se mai arriveremo a capo di qualcosa.Chissà!

  3. Be’, Muraro da una scritta nemmeno conclusa, su un muro di Lecce, “Dio è violent”, ha elaborato una delle riflessioni che più ci hanno fatto pensare e discutere, noi donne. Questo per dire che l’invito di Paolo Gera – perché di un invito si tratta – è certo fecondo, se lo si porta avanti come lui ha fatto, da fine lettore, fine pensatore, fine dicitore – ho sentito la mezza voce sua che ripeteva quei messaggi. Certamente leggere i nostri muri potrebbe valere di più che leggere tanti noiosi ripetitivi, magari falsi messaggini via cellulare o facebook, se ci fosse la voglia -quella di Paolo – di immaginare l’altro che ci ha chiamato, lanciato un ‘ehi!’, un attestato di esistenza effettiva. Non a caso, per tanto tempo noi – ora meno – in passato, e ancora tanti nel mondo abbiamo affidato e affidiamo messaggi politici ai muri: “yanee go home” … no, non è un errore: Lucio dimenticava sempre una lettera, allora faceva la ‘v’ dell’aggiunta in alto e aggiungeva la ‘K’… non c’era verso, ne dimenticava una o due in ogni scritta: la mattina dopo passavi sulla strada bianca di grida di pace e dicevi: ecco, questo ‘yankee’ qui è di Lucio. La gente leggeva. All’inizio la gente si scandalizzava, la polizia, se ti trovava, ti portava dentro per qualche ora; poi, a poco a poco molti hanno fatto proprie quelle scritte… Slogan, è vero, ma c’è la mano dietro, c’è la notte, c’è la voglia di dirlo, di darlo agli altri… Confesso: preferisco le scrittacce, quelle fatte male e sgrammaticate, probabilmente d’impulso, a quei graffiti artistici che pian piano vengono anche commissionati. Questi qui sono altra cosa. Magari arte. Ma le scritte di Paolo sono vita. Bella la neve d’accompagnamento! E Paolo ci ha messo in scena un vero, tragico, presepe.
    Mil
    Mil

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