QUASI ORFANA- Serenella Gatti Linares

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Sono uscita dalla biblioteca pensando di rientrare a casa. Invece, sono tornata al parco, alla stessa panchina, dove mi ero seduta dopo pranzo a fumare una sigaretta. E’ qui che venivo con Marco, ma questa è un’altra storia, e non so se oggi ho voglia di pensarci. Sotto un sole nitido ho cercato le iniziali dei nostri nomi intagliate in quella che chiamavamo “la nostra panchina”. Mi sono sentita un’adolescente in ritardo. Oggi ho altro a cui pensare.

Mio padre sta morendo.

In biblioteca mi sono sentita come quello scrittore, mi pare che sia lo spagnolo Zafon, che scrive spesso di libri, dell’odore inebriante e polveroso delle vecchie pagine. Anche su me hanno sempre avuto un grande fascino. Oggi sono andata per chiedere in prestito un romanzo di Stephen King, suggeritomi da un’amica. Ci ho dato un’occhiata, ma poi l’ho lasciato lì. Questo scrittore così famoso non mi è mai piaciuto, non so perché. Non è il mio genere. Già, ma qual è il “mio” genere? Il suggerimento dell’amica era perché fossi presa da una lettura avvincente, in questo brutto periodo della mia vita. Non mi fa lo stesso effetto che fa a lei.

Mio padre sta morendo.

La nebbia è calata quasi all’improvviso. Sembra impossibile che dopo un giorno soleggiato l’atmosfera possa cambiare totalmente.  Ma in fondo è ciò che accade nella vita. Seduta da sola su questa panchina somiglio alla protagonista di un film giallo colmo di suspence: Dario Argento? No, meglio Hitchcock, maestro del “brivido”. Mi ricordo che con Marco andavamo spesso a cinema. Non ci perdevamo mai un film con Russel Crowe, perché lui diceva: ”Nel corpo a corpo coi sentimenti è imbattibile”. “Sì”, rispondevo io, “ma pure di sicuro nel corpo a corpo a letto, perché ha un gran fisico!”. Marco faceva finta di arrabbiarsi, era geloso, ma poi scoppiavamo in una risata. A stento ricordo “Il gladiatore” e quel film su un genio della matematica, perché invece di guardare il film noi due amoreggiavamo. Devo ammettere, però, che Russel Crowe  si trasforma completamente a seconda del personaggio: da bello può perfino diventare brutto. A cinema è diverso che nella vita. Ora mi piacerebbe avere qui a fianco Marco per discutere un po’. Ma mi ero ripromessa di non pensare più a lui.

Mio padre sta morendo.

Mi alzo, sgranchisco le gambe, mi stiracchio come farebbe un cane sonnacchioso, imbocco un sentiero. Non c’è nessuno intorno. E’ fiancheggiato da caprifogli con bacche rosse simili a pietre preziose che faranno bella mostra di sé sulla tavola di Natale.

Non so se mio padre ce la farà ad arrivare a Natale. Sta morendo.

Sta morendo e io non voglio che lo faccia, vorrei che non morisse mai. Non sarò mai pronta. E’ penoso andare a trovarlo in ospedale e vederlo a letto, piccolo e magro, rannicchiato sotto le coperte. Gli aghi delle flebo lasciano segni blu sulle sue mani aristocratiche. Mi sembra impossibile: mio padre, il grande condottiero, l’invincibile eroe. Ricordo quando mi portava al parco e faceva finta di sparire, nascondendosi dietro gli alberi. Poi appariva all’improvviso, fingendosi un mostro. E io piangevo per la paura. Lui rideva di me, della mia vigliaccheria. Forse per questo sono rimasta una paurosa a vita. Anche adesso ho paura.

Dov’è finita tutta la mia energia? Quella “cosmica” che collega l’essere umano alla natura, agli animali, al creato. Un giorno finiremo tutti parte del tutto? Non si sa. Ognuno si pone di fronte a questo enigma, a questa immensa domanda. Cerco di ritrovare l’energia in me, per andare avanti. Mi piacerebbe donarne un po’ a mio padre. Invecchiare vuol dire perderla gradualmente. Vorrei essere come mi sentivo da giovane: una divinità indiana dalle molte braccia. Ornata da fiori di loto, innesti d’argento e meravigliosi turchesi. Il buddismo crede nella trasmigrazione delle anime. Forse io sono stata un gatto e un’ebrea in un campo di concentramento; chissà quante vite ho avuto, chissà quante ne avrò. E lo stesso mio padre. Il tempo è un’illusione ed è spietato. Vado avanti e indietro nel tempo irregolare, con imperfetti incastri, spinta dai desideri.

Mio padre sta morendo.

Ed io penso all’amore, a Marco. Forse proprio per questo. Il senso della fine mi ha sempre attirato. E’ un periodo in cui la parola “morte” mi perseguita. Ne sento la solennità, l’ineluttabilità, la potenza, l’irrevocabilità. Ne sono meravigliata, attratta e respinta. So che dovrò morire. Quando muoiono i genitori, vissuti così a lungo da sembrare immortali, si comincia a pensare alla propria morte, dal cui pensiero prima si rifuggiva. Morte e vita sono le due facce di una stessa medaglia, così come dolore e gioia, che esistono per tutti. Quest’anno interpreterò la parte del Re in “Le roi se meurt” di Ionesco. Una mia cara amica ha perso la nipotina, e non fa che lamentarsi. Quando leggo i classici, sia occidentali sia orientali, ritrovo sempre lo stesso concetto: la vita è precaria e fragile, come una rosa  di mattina turgida e a sera inesistente. E’ per questo che bisogna vivere il presente, divertirsi, ballare, ubriacarsi, fare l’amore. Intanto, un silenzio funereo avvolge la metropoli, i rapporti amicali, le relazioni parentali, soprattutto le terrificanti notizie d’attualità. Corruzioni, guerre, terrorismi, terremoti. Ho conosciuto la morte, sto per incontrarla, ma scelgo l’eros e la vita. La maggior parte delle persone si getta a capofitto in qualcosa: lavoro, soldi, sesso, filosofia, religione, arte…, per timore dell’horror vacui, per non pensare alla morte, perché nessuno sa cosa sia.

Non posso essere allegra, ho paura, però avanzo ugualmente nel sentiero sempre più freddo e buio. Non m’importa di nulla. Non c’è più mio padre a farmi giocare e ridere nel sole. Mio padre sta morendo e io sono quasi orfana, un’adulta impotente e disperata. Anche se so che dentro di me lui vivrà per sempre, non potrò mai abituarmi a tanto fitto mistero.

Serenella Gatti      

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