LO SPIRITO DELLA TERRA- Lanfranco Binni

todi- san fortunato  dettaglio

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Il 18 luglio all’Università per Stranieri è stata dedicata a Walter Binni l’Aula V in cui insegnò dal 1939 al 1945. Dopo la cerimonia della dedica, con la partecipazione del rettore Giovanni Paciullo, della direttrice Lidia Costamagna e del sindaco di Perugia Andrea Romizi, si è tenuto un incontro/colloquio moderato da Elisabetta Chiacchella tra Lanfranco Binni, curatore dell’edizione in corso delle Opere complete del padre, e i corsisti francesi della Stranieri; questa è una traccia del suo intervento. Al termine dell’incontro Anna Maria Farabbi ha letto i versi di “Babbo nostro e loro che sei nei cieli” dalla raccolta «Abse», e Walter Cremonte i versi di “Vicini” dalla raccolta omonima.

Di seguito il testo.

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todi- san fortunato portale- dettaglio

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 .Questo nostro colloquio, della cui occasione ringrazio Elisabetta Chiacchella che lo ha pensato in forma di “intervista”, ha un tema molto ampio: «pensiero e pensatori in Umbria». Elisabetta lo ha pensato e me lo ha proposto a seguito di due incontri organizzati dall’Università per Stranieri nel corso di questo anno: il primo è avvenuto il 22 gennaio in forma di “tavola rotonda”, con il titolo «Passaggi perugini: Binni, Capitini e la loro amicizia», con la partecipazione di Lidia Costamagna della Stranieri, Mario Martini della Fondazione Aldo Capitini, Anna Maria Farabbi, poeta, e mia per il Fondo Walter Binni. In quel primo incontro emerse, in un colloquio intenso e ricco di considerazioni e piste di ricerca, la centralità di Binni e Capitini, e della loro relazione, e della loro opera, nel Novecento umbro e non solo: Binni critico e storico della letteratura, Capitini poeta («prima di tutto poeta» ha scritto il poeta Walter Cremonte), teorico e organizzatore della nonviolenza e dell’omnicrazia, la democrazia dal basso, di tutti; entrambi protagonisti della cospirazione antifascista dalla metà degli anni Trenta in una prospettiva di socialismo libertario, eretico e sconfitto negli anni successivi alla Liberazione. In quel primo incontro ci soffermammo molto e con cura sulle idee e sulle parole di Capitini e Binni: centrale, l’idea e la parola di «compresenza», la compresenza del passato e del presente, dei morti e dei viventi, la complessità della Storia e di una «realtà» non limitata dalle sue tre o quattro dimensioni, quella «realtà liberata e fraterna» che costituisce la prospettiva costante di Capitini e Binni, da vivere nel presente con tensione e conflitto, terreno di creazione del valore.

Il secondo incontro si è tenuto il 20 maggio, con il titolo «Era il maggio odoroso. Il Leopardi di Binni e il Binni di Leopardi», concentrandosi sul Binni leopardista in occasione della presentazione dei primi tre volumi dell’edizione in corso delle Opere complete, appunto tutti gli scritti leopardiani dal 1934 al 1997. Anche quel secondo incontro, al quale parteciparono Lidia Costamagna, Marco Dondero dell’Università di Macerata, Marcello Rossi, editore de Il Ponte, la casa editrice che pubblica le Opere complete di Binni, Walter Cremonte, poeta, ed io, ebbe caratteri di colloquio aperto e orizzontale; il pensiero e la poesia di Giacomo Leopardi, il metodo storico-critico di Binni maturato in un confronto costante con il «poeta della [sua] vita», innescarono in tutti noi percorsi di empatia, conoscenza e riflessione, che proseguirono altrove sviluppando anche temi dell’incontro precedente. Per esempio, proseguendo nel lavoro di Anna Maria Farabbi di attraversamento poetico e storico delle tante dimensioni di Perugia in una «guida» letteraria ma non solo della città, dal titolo Perugia, Milano, Unicopli, giugno 2014, attraversata in «compresenza» con Binni e Capitini. In copertina, una traccia commovente: una fotografia del sedicenne Binni alla fontana dei Pisano e alla sua piazza, il cuore della città, durante il «nevone» del 1929. E il centro visivo della foto è costituito da una figurina nera di donna con ombrello, di passaggio in uno scenario potente e antico, perennemente presente: una figura di passaggio, ospite di una città che ha «una forza dentro», come scrisse Capitini nella sua guida appassionata alla città, Perugia, Firenze, La Nuova Italia,1947: una forza che continua a imporsi, in autonomia dagli uomini e dalle donne di passaggio ma costruita con loro nel corso del tempo, dalle origini umbre ed etrusche alle fasi più intense e creative della sua storia, dall’età comunale al Rinascimento, all’Ottocento e al Novecento.

Sono convinto che l’incontro di oggi sia stato pensato da Elisabetta come prosecuzione e ampliamento del processo avviato dai primi due colloqui di gennaio e di maggio, immergendoci nel retroterra culturale e storico delle esperienze intellettuali di Binni e di Capitini, e tentando di rintracciare insieme alcune presenze e insistenze di una tradizione, umbra e perugina, che naturalmente si presta a letture diverse e a diversi punti di vista. Con un’attenzione particolare ai corsisti francesi della Stranieri, gli «ospiti» ai quali Capitini dedicò la sua guida del 1947, insieme ai «concittadini»: agli uni e agli altri, insieme.

Perché Elisabetta Chiacchella ha pensato di «intervistare» me? Penso perché sono un testimone diretto, e molto attento dopo la loro morte, di mio padre e di Capitini. Da molti anni lavoro con loro: di Capitini sto ricostruendo il percorso poetico-intellettuale-politico in un libro che uscirà entro la fine di quest’anno; di mio padre sto curando l’edizione delle Opere complete in venti volumi, in edizione a stampa e liberamente scaricabile in pdf dal sito www.fondowalterbinni.it.

Forse anche perché sono un francesista, saggista e traduttore, e questo può rendere più facile il colloquio con i nostri ospiti francesi, sottolineando per esempio gli stretti legami tra la cultura medievale umbra e la letteratura francese dei poemi epici e cavallereschi, tra la rivoluzione francese e il pensiero politico risorgimentale, fino all’antifascismo perugino degli anni Trenta-Quaranta nutrito di letture clandestine di tanti autori francesi ed europei proibiti dalla censura fascista.

All’origine della letteratura italiana in lingua volgare del Duecento ci sono due autori umbri: Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi, che aprono e chiudono il secolo. Sono due intellettuali, appartengono alla classe dei colti. Francesco, come ha messo in luce l’accurato lavoro storiografico di Chiara Frugoni, è uomo di cultura e di esperienza letteraria, educato a far parte della classe dirigente borghese di Assisi: denaro e potere. Il suo denudarsi in pubblico, in piazza, è un atto di tradimento e una scelta rivoluzionaria; il ritorno alle origini del messaggio evangelico, alla povertà assoluta, alla condivisione dell’esistenza degli ultimi, è la scelta di un’altra dimensione di realtà; non è un mistico, il suo Dio è più in terra che in cielo e vive in ogni creatura, animata e inanimata; la sua visione non è antropocentrica né istituzionale. Scrive la preghiera del Cantico delle creature due anni prima della morte ed è la sintesi di un’intera esperienza di meditazione e azione religiosa; è anche un estremo tentativo di riportare l’ordine francescano alla sua primitiva ispirazione contro le deformazioni intervenute dopo la canonizzazione dell’ordine da parte della Chiesa istituzionale.

La divisione tra conventuali e spirituali, dopo la sua morte nel 1226, insisterà su queste due prospettive, profondamente diverse, all’interno del cattolicesimo. Anche Jacopone da Todi, la maggiore personalità poetica del Duecento italiano prima di Dante, appartiene alla borghesia agiata, è notaio, prima di convertirsi al più rigido spiritualismo francescano; nella sua scelta radicale di povertà e altra realtà entra in conflitto aperto con la Chiesa di Roma, partecipa a una vera e propria insurrezione contro il papa Bonifacio VIII; sconfitto e scomunicato, gli sono riservati anni di carcere duro da cui uscirà spezzato, pochi anni prima di morire nel 1306. In Jacopone la passione religiosa e la passione politica sono intrecciate; non è un mistico folle e vaneggiante, come è stato considerato da una lunga tradizione letteraria di parte cattolica o positivistica; vive le sue passioni con entusiasmo ed estremismo; per lui la passione di Cristo non è una liturgia, è drammatica identificazione umana, mortificazione. Nelle sue laude, all’origine del genere delle laude drammatiche che tanto sviluppo avranno in Umbria dopo Jacopone, realismo e immaginazione, silenzi e grida, personaggi e Storia si incontrano e si fondono con voce sicura in un insieme unitario e articolato di suprema chiarezza che fa pensare alla forza della pittura di Cimabue. Basti pensare alla potente lauda dialogata Il pianto della Madonna, alla sua essenziale drammaticità tutta terrena. «In questo capolavoro, fra i maggiori del Medioevo romanzo – scrive Binni nel suo Breve profilo di storia letteraria dell’Umbria, del 1969, poi raccolto in La tramontana a Porta Sole. Scritti perugini ed umbri, 1984 e successive edizioni -, la tensione spirituale ed espressiva umbra ha raggiunto il suo culmine insuperato».

Lo sviluppo del pauperismo in Umbria nel Duecento è una delle anime profonde dell’età comunale e si intreccia con i forti contrasti sociali della vita pubblica: Francesco dà il nome di minori ai suoi frati, prendendolo da quello del partito popolare di Assisi; in piena età comunale, quando a Perugia viene costruito il Palazzo dei consoli e poi dei priori, i temi del potere, i conflitti tra chi ha e chi non ha, diventano il motore dello sviluppo della società; la piazza diventa il luogo dell’esercizio della vita sociale, dei conflitti e delle contrapposizioni tra «alto» e «basso», tra società di tutti e società di pochi. E quando nel Cinquecento Perugia e l’Umbria diventano una colonia dello Stato della Chiesa, con le sue consorterie nobiliari locali, l’esperienza della libertà comunale non sarà mai sradicata completamente: continuerà a vivere sotterranea e carsica nella borghesia e nelle classi popolari, fino a riemergere con forza negli anni successivi alla rivoluzione francese (nel 1797 ci fu una prima insurrezione antipapalina, fu bruciato il patibolo, venduti beni ecclesiastici) e nei decenni della lotta risorgimentale fino all’insurrezione del giugno del 1859 repressa tragicamente il 20 giugno dagli svizzeri del papa. Testimone e interprete di questa nuova fase della storia di Perugia e dell’Umbria è lo storico Luigi Bonazzi, autore di una Storia di Perugia di spirito democratico e realmente progressivo. «Seguendo la sua prosa, alta, sempre vivace, ci si avvicina e ci si affeziona – scrive Capitini in Perugia – a quel carattere schietto e talora nobilmente malinconico, a quella tempra virile che ci richiama ad altri italiani dell’Ottocento, a Francesco De Sanctis, ad Antonio Labriola».

E scrive Binni nel suo ricordato Breve profilo di storia letteraria dell’Umbria: «A quell’uomo, vivo nella tensione migliore del suo tempo e d’altra parte così legato al passato e alle prospettive civili della sua città, esperto in proprio di attività letteraria ed artistica (fu attore e allievo di Gustavo Modena su cui poi scrisse un illuminante volume), la cultura umbra deve quella Storia di Perugia che – utilizzando la lunga tradizione di storia locale, e congiungendo il culto amoroso e foscoliano della tradizione ad una forte apertura nazionale e ad una vivace capacità scrittoria, educata e personale, ricca di entusiasmi generosi e di venature ironiche ed elegiache – risultò un libro vivo e vigoroso, moralmente e letterariamente efficace: e così profondamente perugino nella sua sostanziale serietà e sobrietà. Un libro fondamentale nell’educazione delle generazioni umbre postunitarie nella loro partecipazione alla difficile costruzione dello Stato nazionale». Fondamentale anche per Binni e Capitini, e retroterra del loro antifascismo, consapevoli di appartenere ad una storia di autonomia libertaria che trovava nel passato (sì, perfino la resistenza degli umbri e degli etruschi al dominio romano) grandi esempi per il presente, da riprendere e sui quali insistere in forme nuove.

Alla metà degli anni Trenta, nel momento di maggiore consenso al regime fascista, Capitini e Binni costruiscono a Perugia, e da Perugia a livello nazionale, reti clandestine di progettazione di una società realmente democratica che non si limiti a sostituire la classe dirigente fascista con una classe dirigente antifascista borghese ma persegua l’obiettivo del rovesciamento della piramide sociale, liberando un nuovo protagonismo delle classi subalterne. Ed è a Perugia che Capitini sperimenta nel 1944, subito dopo la liberazione della città, quei Centri di Orientamento Sociale che resteranno esperienze preziose di democrazia diretta, dal basso, di tutti, oggi di estrema attualità nella fase di crisi della cosiddetta “democrazia rappresentativa” e di rafforzamento dei poteri oligarchici, politici e finanziari. Credo che quell’esperienza e quella prospettiva di «omnicrazia» non sia nata a caso a Perugia, in questa città che continua a parlarci dal profondo delle sue piazze, dei suoi veri “luoghi comuni” così antichi e così presenti.

E credo che l’esperienza profonda del pensiero, dell’azione e della poesia di Francesco d’Assisi, di Jacopone da Todi, delle rivolte antipapaline, della cospirazione antifascista e della Resistenza, continui a vivere, a volte in maniera consapevole, a volte sotterranea ma con voce propria, nelle voci di tanti poeti (più che filosofi, più che intellettuali) in colloquio di compresenza con la città e con la Storia. Sento la voce meditativa e leopardianamente appartata di Walter Cremonte, la sua poesia come canto corale, sofferto equilibrio tra luci e ombre, tra quotidiano e abissi del tempo e della Storia. La sua ultima raccolta, appena pubblicata, ha come titolo Vicini. Sento la poesia di Anna Maria Farabbi «a scuola dell’ascolto»: «dal suono del volo / riconoscere le farfalle / la faccia l’età la specie / dove il come il perché / della leggerezza loro // e il colore del transito». E i versi di Cremonte in Respingimenti, nel cimitero marino del Mediterraneo, e quelli di Anna Maria Farabbi (Abse) in un «sogno emorragico: da Gaza al resto del mondo»: «[…] Io sono la bimba o sono la rosa del rogo / nella striscia infernale di Gaza / durante questo eterno assassinio di massa: / in nome del padre del nonno del figlio / del profeta rabbino papa o patriarca / lanciando il sasso lo sparo la bomba atomica. / Io sono una piccola poesia femmina di voce o di carta / un palmo laico in offerta contro vento / contro il delirio dell’io del d/io / contro la cultura del lutto e del possesso».

Sono solo alcuni esempi, ma per me significativi, della forza della concreta “spiritualità” umbra, che da sempre cerca varchi nelle realtà, nella lingua, nella tradizione a venire, da costruire. «Se dovessi indicare i punti dove ho espresso la tensione fondamentale, da cui tutte le altre, del mio animo per l’interesse inesauribile agli esseri e al loro animo, e perché a essi sia apprestata una realtà in cui siano tutti più insieme e tutti più liberati, segnalerei due righe di un mio libro poetico, Colloquio corale […] : «La mia nascita è quando dico un tu. / Mentre aspetto, l’animo già tende. / Andando verso un tu, ho pensato gli universi. / […] Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in ardenti secreti di anime».

Lanfranco Binni

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Da Abse, Anna Maria Farabbi- Il Ponte del Sale Editore 2013

 

 

3 Comments

  1. Ringrazio Lanfranco Binni che ha permesso la pubblicazione di questa relazione, che rende solo in parte la straordinaria energia significativa del suo intervento. Lo ringrazio per PORTARE in una qualità sempre eccellente l’opera di Aldo Capiitini e di Walter Binni. Ringrazio Lidia Costamagna e Elisabetta Chiacchella, per il loro tenace e costante impegno di offrire, sempre con calore e notevole professionalità, eventi simili disponendo della magnifica platea dell’Università per Stranieri di Perugia.
    a.m.f.

  2. Rileggere quello che è avvenuto a Palazzo Gallenga, Università per stranieri di Perugia, il 18 luglio mi ha restituito gli argomenti di quella giornata. Ancora gratissima verso Lanfranco Binni, Anna Maria Farabbi e Walter Cremonte per essere stati presenti e così incisivi in quella occasione, spero che il “Babbo nostro e loro” dall’Umbria incontri il mondo.
    Elisabetta Chiacchella

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