A COLPO D’OCCHIO- Silvio Lacasella: Gli imperdibili undici del Chiericati-10

GLI UNDICI DIPINTI IMPERDIBILI DEL MUSEO CIVICO DI

PALAZZO CHIERICATI – VICENZA

img198 .

DECIMO IMPERDIBILE: GIAMBATTISTA TIEPOLO
L’Immacolata

Giovanbattista Tiepolo-L'immacolata
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GIAMBATTISTA TIEPOLO – L’Immacolata
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Non fu certo impegnativo per Giambattista Tiepolo (1696-1770), uscito sedicenne dalla bottega di Lazzarini col pensiero già rivolto a Veronese, pizzicare le corde del proprio talento. Lo fece con massima naturalezza, creando quel suono inebriante, festoso e, per certi versi anche ipnotizzante, che conosciamo. Presto, però, si rese conto che la sua andatura, pur caratterizzata da una prodigiosa e sorgiva abilità pittorica, non era sufficientemente veloce. Occorreva trasformare il passo accelerato in esasperata corsa. Questo è quanto desiderava il Settecento, un secolo che andava mascherando l’arrivo imminente della propria decadenza. Si può infatti dire che Tiepolo abbia segnato il confine ultimo con la grandiosità del passato. Si parla di Venezia, naturalmente.

 

Le accelerazioni tiepolesche producono quei bagliori che, al loro manifestarsi, sottolineano, come meglio non si potrebbe, proprio ciò che vanno offuscando: una condizione di grande debolezza. Accontentò la committenza, testimoniandone il declino. D’altronde, è una tavolozza, la sua, che difficilmente avrebbe potuto produrre ombre notturne e minacciose.

 

Grazie ad una serie di effetti illusionistici, in largo anticipo sui primi filmati dei fratelli Lumière, egli buca i soffitti, lasciando precipitare verso il basso luci e figure da un cielo trasformatosi, per l’occasione, in grande “schermo”. Tiepolo crea vortici e mulinelli d’aria, accende vivaci accordi cromatici e “fa un quadro in meno tempo che ad altri serve per stemperare i colori”. Quelli che, talvolta, specie ai suoi detrattori, paiono esercizi di virtuosismo, in realtà rappresentano lo stato d’animo sovraeccitato di chi sente, alle proprie spalle, premere da vicino il silenzio.

 

La pala dell’Immacolata, proveniente dalla chiesa dell’Aracoeli, fu donata alla comunità vicentina nel 1854, dal conte Clemente Barbieri. Come per la pala di Piazzetta, proveniente dalla stessa chiesa, la vicenda fu accompagnata da alcune polemiche, così riassunte da Gino Fogolari nel 1913: “Infatti essa stava ancora al principio del secolo passato su un altare di quella chiesa; quando trattola di là un parroco lo vendette illecitamente per una somma irrisoria ad un privato che per fortuna lo donò al Museo”.

 

Pala dipinta, con tutta probabilità, nel 1733, quasi coincidente, dunque, con gli affreschi realizzati da Tiepolo a villa Loschi, al Biron di Monteviale (1734). Affinità stilistiche paiono confermarlo, avvalorate dalla quasi certezza che il dipinto sia stato commissionato da suor Irene Porto, nipote di Giambattista Loschi. Convivono due momenti pittorici distinti all’interno della composizione: la Madonna sembra entrata nella tela in un secondo tempo. Il riferimento a Piazzetta è immediato, quello a Murillo si fa avanti successivamente, rievocando nella memoria l’ Immacolata del Prado. Uno straordinario momento di passaggio: la nuova avventura del Tiepolo è in quella veste argentea, nelle sue pieghe luminose, nei toni squillanti della veste, nella morbida posa delle mani, nella leggera torsione del corpo elegantemente allungato, nella perfezione di quel volto lasciato scoperto dal manto. Tiepolo corre a testa alta incontro alla sua fine. Il modo perfetto, lo fa intendere Mariuz, quando scrive: “E’ un arte senza futuro, cui il movimento d’avanguardia che le succede – il neoclassicismo – ha voltato le spalle”.

 

Silvio Lacasella

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