L’ Italia desnuda di Francesco Vallerani- Fernanda Ferraresso

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Francesco Vallerani, è del suo libro più recente che porto traccia oggi, ogni tanto mi capita di incontrarlo in rete. Come questa volta appunto, dopo aver ascoltato un altro amico e collega, Francesco Miazzi, architetto e insegnante nello stesso Liceo di Padova, già Istituto d’Arte della città, il Selvatico,  e promotore di molte battaglie e azioni mirate a favore del territorio veneto. Francesco Vallerani è stato mio compagno di scuola, abbiamo frequentato, patito e vissuto il liceo scientifico insieme. Poi, ci siamo persi di vista. Ciascuno la sua strada, il lavoro, gli interessi diversi. Ma. La vita fa il suo giro, proprio come il vento, o il ciclo della pioggia e mi piove addosso, ogni tanto, Francesco, con le sue analisi acute e dettagliate, proprio come qui nel suo ultimo libro L’Italia desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cemento, della Editrice Unicopli 2013. Ho cercato, per presentarlo qui, materiale che riguardasse lui o il libro e l’ho trovato, come si vede dai due video in apertura dell’articolo. Portano dalla sua viva voce le chiarificazioni al  percorso proposto nel testo.

Vallerani insegna Geografia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e da, quanto mi è stato possibile vedere cercando in rete notizie su di lui, affianca la sua ricerca sulla geografia storica, con particolare riguardo alle secolari relazioni tra morfologie idrauliche e trasformazione dei paesaggi, ad attività di divulgazione a sostegno delle tesi di Movimenti ed associazioni ambientaliste. Personalmente l’ho ritrovato seguendo appunto l’altro Francesco, Miazzi, anch’egli sostenitore di associazioni ambientaliste, è il presidente infatti del Comitato popolare “lasciateci respirare”.
Vallerani, dal canto suo, è stato tra i primi sostenitori,  del Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio, che anch’io seguo e di cui spesso divulgo i dibattiti e le osservazioni, gli allarmi. L’ attenzione e l’interesse all’analisi dell’evoluzione recente dei quadri ambientali della diffusione urbana è uno dei temi per cui si prodiga Vallerani. Svolge un’analisi professionale sui paesaggi affine a quella degli architetti, ambito in cui Miazzi e anch’io ci muoviamo e siamo formati per indirizzo di studi. L’analisi, che  porta a galla dati di rilevamento storico del territorio, permette una comparazione con i dati derivabili dalle recenti e selvagge evoluzioni delle città e dei paesaggi che hanno radicalmente svuotato di nessi e trasformato fino al totale immiserimento ciò che costitutiva la sostanziale faccia del paese. L’analisi dello sviluppo urbanistico, partendo dal Veneto come vetrino di studio  e lente per guardare il dettaglio del nostro paese nella sua complessità, mette in evidenza quanto è accaduto in Veneto da un periodo che va dal dopoguerra sino ai nostri giorni. Credo che il guardare di Vallerani, il concetto di bellezza che attraversa le sue riflessioni e il suo ragionare su ciò che è il movente dell’agire abituale degli uomini del nostro governo, la speculazione fattasi abitudine, l’utile che non è affatto vantaggioso nel lungo termine perché desertifica il luogo e l’uomo che ne dovrebbe vivere, disegna con chiarezza un modello di non sviluppo autentico, il  fallimento di ideologie che hanno portato ad uno stato di emergenza che non può più aspettare perché il disagio ambientale è una parola lieve rispetto alla gravità dei fatti che sempre più frequentemente colpiscono le nostre aree abitate: alluvioni, allagamenti, frane, perdita di vite, sono trasformazioni devastanti, che creano angoscia e altra miseria, da aggiungere alla miseria del paesaggio ereditato, a causa di inciviltà palese nel nostro paese. Vallerani, e sono concorde con lui, dopo aver saggiato a fondo il territorio, descrive con nitidezza il pericolo reale a cui si sta andando incontro se non ci si ferma, se non si lavora per porre rimedio ad un inabissamento, al baratro che colpisce tutti, poiché il territorio e i suoi frutti, intendendo l’habitat naturale e quello prodotto, inscindibili tra loro,  sono un bene comune. Per Vallerani, infatti, il paesaggio è “l’insieme dei luoghi senza i quali non si può vivere, composto di risorse materiali e legami sentimentali; è habitat, rifugio, protezione dai pericoli, supporto alla soddisfazione esistenziale“. Eppure se ascoltiamo i notiziari,leggiamo i giornali e, soprattutto, ci guardiamo attentamente intorno, ciò che non possiamo non vedere è la lacerazione profonda dei legami tra ciò che sostiene la vita, la terra, e l’uomo, che la nega, l’annega e la sbrana non comprendendone la sostanza e facendo del paesaggio il luogo del lutto. Serve invece una più estesa coscienza del territorio, da non intendere come circoscritto alle diverse comunità territoriali ma terra collettiva, per andare oltre il senso dell’indignazione, certo sentito ma insufficiente. Serve agire senza parcellizzare, senza disgregare né i luoghi né gli ambiti, né gli abitanti, divenuti solo ambite prede ora per questo ora per un altro amministratore. Il cacciatore alla fine risulta  la preda e non bastano parole, le grandi parole anulari, che non raccordano nulla e non raggiungono l’obiettivo primario, il ripristino di un bene che è anche valore e ricchezza comune e lo si deve analizzare ed elaborare, per qualsiasi percorso si faccia, con scansioni che prevedano le trasformazioni a lungo termine, non solo nel breve, brevissimo percorso fino ad un aumento del conto. La bellezza del paese e la necessità di far fronte alla crescente richiesta di alloggi, l’impero dell’edilizia, come valvola di guadagni su più fronti, se da un lato ha portato al periodo delle vacche grasse, come spesso si è detto, ha condotto, nel lungo termine, a quanto oggi stiamo vivendo: l’impoverimento di scenari in cui vivere è pena, dramma, miseria, ed è frutto di quella opulenta ignoranza di corrotti e corruttori sempre in guerra, uno stato permanente di guerra, in cui costruire per guadagnare, non per rispondere ad esigenze reali ha condotto a questa cadaverizzazione del pensiero, dell’essere, non solo dell’ambiente. Consumato è l’uomo, non solo la terra dove appoggia temporaneamente il piede.
La scrittura letteraria ha portato voci forti e chiari sguardi sulle cicatrici già visibili in passato, penso a Pasolini, a Zanzotto, Bassani, Piovene, Comisso, per citarne solo alcuni tra i più noti anche se sono tante le parole e le scritture spese a salvaguardia e a monito per tutti. Vallerani le ripercorre, ritracciando una via comune e li lega con un filo che ha il suo senso autentico, ricucire ciò che ha prodotto la ferita, mostrandone lo slabbramento profondo, per una amore che è il motore, promotore della mutazione. Nell’entroterra veneto l’84 % dei Comuni sono stati a suo tempo, e ancora continua questa elica a girare,  dichiarati  depressi per costruire l’alibi dello sviluppo esplosivo che porta alla fibrillazione dei tendini e dei connettivi della campagna trasformandola in un perenne continuo cantiere che produce infrastrutture, e mette in fila dai monti al piano le piaghe: cave sui colli cementifici in pianura, a ridosso dei centri abitati, sistemi di trasporto e tutto quanto segue il crogiolo di affari, di speculazioni e clientele, avere di pochi, confuso con benessere, contro il falso bene indotto per tutti, compresi quelli che hanno prodotto lo scarto, il guasto. E’ fatto di recente acquisizione che l’Italcementi di Monselice-Padova abbia chiuso l’attività. Non potendo più scavare nel Parco dei Colli Euganei andava a prelevare materia prima nei vicini Berici con tutta la filiera di inquinamento che seguiva, oltre al continuato danno al paesaggio divorato.
L’edificato adesso è l’Ade e ciò che resta di una agricoltura pompata a suon di chimiche sostanze, che avvelenano terre e acque, intersecano le vie di smaltimento dei prodotti  che necessitano di maggior velocità , di raccordi che strozzano campi interi  che resteranno privi di valore e di prodotto utile davvero, avvelenati dagli scarichi delle immissioni di polveri sottili del gas dei veicoli, sempre di più, sempre più grossi, sempre, a tutte le ore. L’ingorgo è adesso questo essere stipati e senza vento che apra il cielo, coltivato anch’esso a petrolio.

Riporto una frase di Vallerani: – alla cementificazione dei suoli- sembra-  faccia seguito una progressiva asfaltatura delle menti, una impermeabilizzazione delle coscienze che conduce alla definitiva assuefazione al brutto, al deturpato, all’inquinato e ciò lo si nota soprattutto tra i più giovani, specie se nati nella nebulosa insediativa tra Adige e Tagliamento. – Ma tutto questo non riguarda solo il Veneto, la situazione è allarmante dovunque nel paese e, aggiungo, nel pianeta, dove le coste o le montagne, le pianure o le colline, le aree boschive polmone di noi tutti sono abbattute, distrutte perché  sono viste come “utili finanziari  e quotazioni di borsa” non come luogo in cui il vivere bene è bene durevole perché difeso e salva-guardato da tutti perché il territorio permette a tutti il riconoscersi nel tempo.

quando i luoghi subiscono lesioni, è la comunità che vede alterato il rapporto vitale che consente il riconoscimento identitario, anche se il disagio psicologico viene avvertito dai componenti più sensibili del gruppo”.

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fernanda ferraresso

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Vallerani-Italia-Desnuda

Francesco Vallerani, Italia Desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cementoUnicopli 2013, Collana “Lo scudo d’ Achille, Scienze per l’uomo a dimensione storica”

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.eddyburg.it/2013/06/italia-desnuda-di-francesco-vallerani.html

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2013/08/nel-padovano-chiude-italcementi-i-politici-a-corto-di-idee-incolpano-i-comitati-ambientalisti/

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2013/08/nel-padovano-chiude-italcementi-i-politici-a-corto-di-idee-incolpano-i-comitati-ambientalisti/

http://wwftrieste.blogspot.it/2013/05/italia-desnuda-il-nuovo-libro-di.html

 

4 Comments

  1. ottimo. sto preparando una “piccola” inchiesta proprio su questo. posso usare stralci di quanto hai riportato, ferny?
    mi è stato utilissimo leggere questo intervento. sempre ben fatto, ovviamente.

  2. L’ultimo viaggio mio e della mia famiglia in Veneto risale a qualche anno fa, quando siamo andati a Castelfranco per visitare la mostra dedicata a Giorgione – non potevamo perderci Padova e gli Scrovegni, né Treviso, né Vicenza; ma spostarsi tra queste meraviglie lasciateci in eredità dal passato provoca profonda tristezza: capannoni industriali, ipermercati, condomìni-gabbie, asfalto e cemento senza soluzione di continuità: sia chiaro che qui in Lombardia non va meglio; qui c’è, per esempio, il culto della “villetta” che erode il territorio agricolo e boschivo alimentando l’illusione che il giardinetto (minuscolo e risibile) preservi il verde; qui c’è anche la proliferazione di piccoli supermercati destinati in realtà al riciclaggio del denaro mafioso e di capannoni che, appena costruiti, rimangono vuoti. Nel Salento si torna a parlare, con cadenza preoccupante, di una “nuova litoranea” che sarebbe necessaria, dicono, per collegare Otranto a S. M. di Leuca a Gallipoli: essa distruggerebbe in realtà l’intera costa finanziando ditte già lautamente pagate (con denaro pubblico) per altri interventi e, spesso, colluse con la Sacra Corona Unita. Grazie per questa preziosa segnalazione, Fernanda e ricordo che Zanzotto, autore di nobilissime irate dichiarazioni, fu bollato come vecchio citrullo contrario al progresso; il linguaggio è anche specchio della realtà: la parola sacra “sviluppo” cela affarismo ed interessi offensivi nei confronti del territorio, della cultura e della comunità.

  3. A me capita, quando viaggio, di leggere le maglie del territorio, deve certamente essere una de-formazione professionale, e contemporaneamente di cercare cosa sta di sostanziale ingabbiato tra le maglie, cioè ciò che dà carattere al territorio, lo qualifica davvero creando un sistema, non fittizio ma reale, elementale, in cui niente è staccato o isolato ma ha una sua specifica ragion d’essere.Tanto quanto esistono pause nella scrittura, i silenzi della voce, anche il territorio crea pause e sospensioni che noi abbiamo cancellato, costruendo dei burroni, dei precipizi, delle reali fratture ad un sistema che si nutriva di echi, di rimandi e tessiture. Noi non abbiamo costruito osservando il sistema ma stuprandolo. f

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