TEMPIQUIETI – Vittoria Ravagli presenta Cinzia Castelluccio e Marcella Bresciani

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In questo periodo davvero buio c’è bisogno di riflettere, di capire. Allora si riparte dall’inizio, si seguono i percorsi fatti, si mettono in luce le diverse anime del femminismo, si tenta  di riprendere il filo per procedere verso una direzione che a volte pare persa. Le giovani donne studiano il passato per tentare di dare un futuro al presente facendo tesoro di quello che riescono ancora oggi a condividere.

Il potere delle donne, i conflitti delle donne, il corpo delle donne, donne nelle istituzioni.. E la violenza: sempre più forte, tanto più terribile quanto meno sono subordinate. Donne soggetto, non più oggetto. Poi però dovremo riuscire a fare blocco,  a muoverci come movimento, a mettere a frutto il nostro passato e più ancora quello di altre donne, madri, ragazze, che hanno lottato per cambiare le loro terribili realtà. Passare dalla teoria alla pratica, studiare, studiare, e poi fare.  Questo il mio invito, con un caloroso ringraziamento a Marcella. E grazie a Cinzia che ha colto in un messaggio giovane la voglia di andare avanti su di una strada già un po’ tracciata.

Vittoria Ravagli

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Intervista di Cinzia Castelluccio a Marcella Bresciani –  “Quello che ho da dire, lo dico da sola”

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Nell’ambito degli incontri  Tea Time – Intese di tesi davanti a un tè, Il 18 maggio scorso la Libreria delle Donne di Bologna ha ospitato Marcella Bresciani, una giovane storica, che nella sua tesi di laurea magistrale sul movimento femminista degli anni ’70 ha analizzato il ruolo e i contenuti della rivista Effe.

 Effe, rivista autogestita di controinformazione femminista, ha rappresentato per quegli anni, in Italia, una pubblicazione fuori dal coro; infatti per la prima volta, sulle pagine della rivista, diffusa ampiamente tramite la vendita nelle edicole,  le donne parlavano con la loro voce e non attraverso filtri o contaminazioni del mondo mediatico maschile.

L’incontro presso la Libreria delle Donne di Bologna  ha visto il confronto tra diverse generazioni di donne ed è stato un esercizio di “ mutuo apprendimento” e un’occasione di riflessione su quegli anni, su quello che è rimasto o, meglio, su quello che viene percepito dalle nuove generazioni.

Marcella Bresciani, nata nel 1986, ha conseguito la laurea triennale in Scienze storiche, con un elaborato sulla Storia delle donne e la laurea magistrale in Storia con una tesi dal titolo: “Quello che ho da dire lo dico da sola. Controinformazione femminista e violenza in Effe (1975-1979)”, relatrice la professoressa Marica Tolomelli.  Ha pubblicato un articolo su questo argomento su Leggendaria n. 99, maggio 2013, pp 13-17.

Ho chiesto a Marcella di approfondire con lei alcuni punti, sulla base dei suoi studi e della percezione che, tramite i suoi studi, ha avuto di quegli anni che non ha vissuto. E soprattutto le ho chiesto di aiutarci a capire il punto di vista delle giovani donne sul femminismo di allora, sulla comprensione dei suoi valori, sulle motivazioni a raccogliere il testimone per andare avanti sulla strada della consapevolezza e dell’affermazione del pensiero e dell’identità femminile.

Effe, come voce delle donne, come fonte autentica di informazione per le donne, come strumento per “aprire loro gli occhi su tutti gli inganni, gli abusi, le ingiustizie che da sempre vengono compiute a loro danno, in nome di una “legge naturale” che è oramai tempo di rivedere” (Gabriella Parca, Perchè Effe?, in Effe 1972-1973, n. 0, p. 3). Cosa hai notato di diverso in questa rivista, rispetto alle altre pubblicazioni di quegli anni o a quelle dei nostri giorni? Trovi attuali le parole delle donne che scrivevano su Effe?

Effe è stata una rivista rivoluzionaria perché nel 1972-1973, anno della pubblicazione del primo numero, non esisteva nulla del genere. L’informazione passava attraverso giornali e riviste fatte dagli uomini per le donne,  quindi il punto di vista era sempre maschile. Effe ribalta tutto ciò:  la redazione, tutta femminile, aveva come obiettivo principale di aprire gli occhi alle donne. Tuttavia questo approccio ha portato, nel tempo, ad una partecipazione attiva delle donne alla rivista; le donne, giornaliste e lettrici, partivano da se stesse, sperimentando pubblicamente l’autocoscienza anche sulla rivista, come il femminismo di quegli anni stava insegnando. L’intenzione della rivista era quella di coinvolgere il maggior numero di donne, anche quelle che vivevano in provincia, lontane dai luoghi di incontro, dai gruppi e dai collettivi: la rivista diventava mezzo non solo di informazione, ma di comunicazione “vera”, bidirezionale, in quanto da un lato era utilizzata per divulgare teoria e pratica del femminismo, dall’altro era bacino di raccolta delle testimonianze di donne singole o di gruppi di donne, facendosi quasi attraversare dal movimento stesso. L’elemento della controinformazione si univa ad un modo completamente diverso di fare e costruire una rivista, anche se la redazione ha preferito conservare alcuni elementi tradizionali del giornalismo, come, per esempio, la periodicità: Effe ogni mese era in edicola, per mantenere un forte contatto con le lettrici. Confrontandola con le pubblicazioni di oggi, credo che Effe risulti ancora molto attuale e anche rivoluzionaria, sia per i temi trattati, sia per l’angolazione da cui vengono trattati. Oggi esistono alcune riviste, e soprattutto blog o giornali on-line, che continuano a fare controinformazione riguardo alle donne, al loro pensiero,  alle loro  riflessioni personali e politiche. Certo mi piacerebbe poter comprare in edicola una rivista come Effe.

Effe e la violenza contro le donne; l’attualità di Effe era sottolineare che la violenza non è generata da situazioni patologiche, ma è radicata nella “normalità” della società patriarcale. Considerando l’aumento, negli ultimi tempi, dei casi di violenza contro le donne e dei casi di femminicidio, quanto pensi che abbiano inciso la chiarezza e la consapevolezza di quegli anni su un reale cambiamento dei rapporti uomo-donna in relazione alla violenza contro le donne?

Credo che Effe sia stata una delle prime riviste di facile reperibilità dove si parlava apertamente di stupro e di violenze contro le donne, violenze che, come è noto, spesso avvengono dentro le mura di casa. Questo, a mio parere, è stato rivoluzionario per quegli anni: Effe infatti non si limitava a denunciare i casi di maltrattamento  e stupro che venivano riportati dai quotidiani nazionali e dalla televisione, ma metteva in evidenza, in modo critico,  il linguaggio che utilizzavano i giornalisti, in genere uomini, per giustificare la violenza. La rivista, attraverso un’accurata rassegna stampa, sottolineava quanto l’informazione riguardo alla violenza contro le donne fosse distorta e manipolata per difendere l’uomo: secondo l’opinione comune, il marito, l’amante o anche lo sconosciuto si sentivano autorizzati a comportamenti violenti, perché  provocati da atteggiamenti “sconvenienti” delle donne, come andare in giro da sole o indossare abiti “succinti”. Effe sottolineava come il problema fosse proprio nei rapporti fra potere maschile e non-potere femminile: uomini e donne, fin dall’infanzia, sono stati educati e cresciuti in un rapporto di potere tutelato dalla legge;  pensiamo, per esempio, al delitto d’onore e allo stupro giudicato come delitto contro la morale e non contro la persona. L’analisi della rivista era chiarissima e visto che anche oggi il problema è attuale, questo significa che qualcosa è sfuggito, non è stato trasmesso tra una generazione e l’altra. Anche per questo credo profondamente nella ricerca che ho iniziato con la tesi e che vorrei portare avanti.

La violenza globale sulle donne, come tu dici, è violenza di segregazione oltre che fisica,  per esempio discriminazione nell’accesso all’istruzione o nell’espressione del proprio talento o nel perseguimento dei propri desideri.  Penso alla vicenda di  Malala, la quindicenne pakistana, vittima di un attacco terrorista per aver difeso l’istruzione delle ragazze, o alle donne afghane, che, come abbiamo potuto leggere recentemente su questo blog, si esprimono divulgando in modo clandestino la loro voce contro la violenza, tramite i landays, distici anonimi, che grondano disperazione, rabbia, desideri. Considerando la tua esperienza, come si pongono le nuove generazioni di donne di fronte a questa realtà?

Personalmente provo diversi tipi di emozioni quando leggo, conosco e mi informo sulla situazione delle donne nelle diverse realtà del mondo, non solo le donne straniere e migranti, ma anche le donne italiane. Spesso provo molta rabbia e un senso di impotenza, ma anche una profonda ammirazione,  per il coraggio delle donne straniere di dire no e di escogitare modi per resistere, in situazioni che a noi sembrano impossibili, dove la violenza è palese e accettata come la normalità. Di fronte a questa realtà penso di poter sostenere il coraggio di queste donne, informandomi e informando. Tuttavia penso anche  che spesso la violenza possa essere nascosta, come per le donne italiane e, in generale, del mondo occidentale, che si sentono apparentemente libere, ma che spesso non riflettono su quanto le mode, le tendenze e tutto quello che il mondo esterno propone non le renda per nulla tali. Proprio qui la violenza si fa più sottile, quando il corpo deve o dovrebbe obbedire ad alcuni standard di bellezza, quando le madri che lavorano devono rinunciare alla propria carriera, perché chiedere un congedo per il padre è ancora considerata una stranezza e quando ancora la violenza e l’uccisione della propria compagna o moglie si definisce “troppo amore”.

In alcuni articoli di Effe, da te citati nella tesi e nell’articolo su Leggendaria, si dice che le donne hanno percepito il loro potenziale potere, nel momento in cui hanno cominciato a essere consapevoli che il potere risiedeva “nella conoscenza e possesso della propria corporeità e persona […..] Amarsi non è decorarsi, è prendersi come si è, portare il proprio viso, il proprio corpo e la propria esistenza come un dato, non come un oggetto di giudizio” (Il nostro corpo, in Effe, 1978, n.3, p.8). Cosa pensi  di quest’affermazione e quanto sono consapevoli le giovani donne del “desiderio di sé, come desiderio”?

Poco credo. Non è facile assumersi come desiderio, come persona, corpo e mente insieme, e non come un oggetto di giudizio da parte della società esterna. Ricordo che questo articolo di Effe mi aveva colpito molto, perché era il punto che legava insieme tutto il discorso sulla violenza che avevo scelto di ricercare. Avevo analizzato la violenza contro il corpo delle donne, la violenza come  impossibilità di autodeterminazione e di scelta per sé e infine la violenza diffusa nella società degli anni di piombo e  le conseguenti reazioni delle donne. Proprio il conoscersi, avere coscienza di sè era l’unico potere che portava le donne alla consapevolezza delle proprie scelte e dei propri desideri, perché le rendeva finalmente libere dagli schemi imposti. Chiaramente questo è stato un percorso lungo e anche doloroso: pensiamo a ciò che è stato scritto e detto sull’autocoscienza,  unica via per avere potere, non quello maschile di imporre, ma la libertà di poter fare, poter finalmente agire come soggetti e non oggetti ad uso dell’altro. “….assumersi come desiderio significa rinunciare a definirsi una volta per tutte, ad abbandonare lo specchio, a correre il rischio. Perché il desiderio non è bisogno: può esserne a volte il contrario. E non si può senz’altro amare un uomo o una donna, se non si accetta di farne a meno, di rischiare ad ogni istante.”( Il nostro corpo, in Effe, 1978, n.3, p.8). La mia generazione e anche quelle future, ammaliate spesso dalle mode e dagli stereotipi diffusi da televisione, internet e giornali, dovrebbero conoscere e far  proprie queste parole,  per elaborare  una nuova consapevolezza di sé, da utilizzare  anche nelle relazioni con i coetanei maschi.

Come scrive, Nadia Fusini,  in modo eccellente, in Hannah e le altre, (Einaudi, 2013), “Il corpo per una donna non è mai un oggetto, ma sempre vita”, cioè non corpo, ma essere vivente. “Mentre è diverso, evidentemente, per un maschio,  se può violentare un corpo di donna. E se lo fa, se può farlo, è perché il corpo, evidentemente, non lo sente, né lo pensa; lo ha, lo possiede, lo usa…”  Il 14 febbraio scorso durante il flash mob “One billion raising”, nelle piazze del mondo, madri e figlie, insieme, ballavano e manifestavano contro la violenza sulle donne: tu, come giovane donna, hai avvertito  il passaggio di questi valori dalle madri alle figlie?

Credo che alcuni valori siano passati da una generazione all’altra. Mia madre mi ha trasmesso i suoi valori, abbiamo sempre avuto un rapporto molto aperto, senza segreti o bugie ed è stata una buona educatrice. Mi ha sempre parlato apertamente dei corpi femminile e maschile, dell’essere vivente che è formato da corpo e mente e non è un oggetto e dell’importanza del rispetto di se stesse sempre e comunque e del rispetto  per l’altro/a.  Secondo me, alcuni valori raggiunti faticosamente dalle donne prima di noi  sono stati dimenticati o  non trasferiti del tutto a figlie e nipoti, anche perché penso che il “passaggio del testimone”  prevede due figure una che dà e una che riceve, o meglio che vuole ed è pronta a ricevere e forse su questo c’è ancora da lavorare. Le controrivoluzioni che hanno fatto seguito alla stagione piena ed entusiasmante degli anni Settanta sono state più sotterranee, meno evidenti ma molto efficaci, abituando gli Italiani e le Italiane alle figure femminile del “Drive in” e delle “Veline”, facendo passare il pensiero che se “il corpo è mio” ne faccio ciò che voglio. Invece il famoso slogan femminista non considerava il corpo e la bellezza come qualcosa che “si possiede”, come una merce da poter mettere in vendita, come oggetto di mercato, ma io sono il mio corpo, mi sento e mi appartengo, non sono di qualcun altro e quindi non posso vendermi. Io sono una persona: so chi sono, cosa voglio e desidero  e quindi non potrò scendere a nessun compromesso, avrò il potere inteso come azione e parola.

Per concludere, cosa ti sentiresti di suggerire alle donne per non perdere l’eredità del passato e andare avanti nel percorso di affermazione della propria identità di genere e di riappropriazione di spazi, modi, ruoli, che ancora adesso sono di dominio maschile?

Suggerisco di continuare a ricercare la parola, le testimonianze e la storia delle donne in modo attivo, perché la ricerca non sia solo una forma nostalgica e nulla di più ma faccia nascere una riflessione prima di tutto con se stesse e poi allargando con le altre, le amiche, le conoscenti, i gruppi che si frequentano, un po’ come è successo a me dialogando quel pomeriggio di maggio alla Libreria delle Donne di Bologna, con tutto quello che ne è derivato, come questa intervista e il desiderio di continuare a ricercare in Effe, ma anche in altre riviste, che parlano di donne, partendo dalla narrazione di sé, riappropriandosi di spazi e tempi per sé e facendo politica, riflessioni e anche azioni concrete attraverso il “fare”. Assumersi come desiderio, appassionarsi ai propri studi, a  differenti declinazioni professionali, imparando ogni volta a ripartire da sé, parlando con le altre donne, quelle prima di noi, le coetanee e quelle più giovani e anche con gli uomini, educandoli fin da piccoli al pensiero della differenza e al rispetto dell’altro da sé.

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