Luciana Moretto:Leggere nella memoria è non avere palpebre. Note di Fernanda Ferraresso

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A passo lento fino al rigo che ti misura fiato e fianco, andando lungo un senso e poi tornando, cambiando il taglio dello sguardo, ascoltando o facendo più spesso silenzio, persino immaginando di mettersi in ascolto oltre il profilo di una storia che non posso vivere fino in fondo, se non drammatizzando in me soggetto oggetto e predicato, percorro l’arco dello sguardo profondo di Luciana Moretto. Ci provo, perché tutto il filo dipanato nelle stanze del labirinto di un dolore mai gridato, è un insieme continuo di richiami alla vita personale, alla relazione con il fratello di cui quasi si percepisce il corpo, tanto è forte la presenza.
Piero Marelli, poeta anch’egli e traduttore e ancora tanto altro, ha curato la prefazione che, non me ne voglia, salto anche questa volta. Leggo il libro: i testi avranno voce e parola bastante per dire, se c’è, il luogo che Lucia ha condotto e aperto tra le pagine.
Le pagine, chi sa se sono veramente pagine oppure sono sabbie mobili queste, terre che a volte s’immergono nel buio altre riemergono al sole di una più quieta presenza dell’assente, dell’amato, perché il dialogo è proprio questo spostarsi da una terra all’altra cercando non di fare ordine ma di non perdere ciò che interessa, o meglio ciò che intesse. Allora non i luoghi ma le voci, che in quei luoghi ancora sono presenti, sono i segni e la  geografia, non solo la toponomastica o la topografia, di una relazione con chi non ci ha lasciato il vuoto, ma pregno si restituisce a noi attraverso il percorso fatto insieme. I segni sono segnali e seminagioni di una presenza non più fisica ma  viva e per questo (pre)sentita  in una solitudine che è la lunghezza d’onda tra chi è qui e chi è là, estremi della stessa stanza. Il rapporto è aperto all’interno di uno stare insieme oltre la misura e dentro lo stesso tempo, come se tutto facesse a questa relazione riferimento, perché totale è l’affetto, l’amore  per chi troppo presto è scomparso e ha una voce che continua ad arrivare all’orecchio, preme sul cuore, bussa sulla porta appena socchiusa. L’ombra ha un corpo che si affianca a quello dell’autrice, che di parole e quindi ombre sa nutrire e nustrirsi, ma non si fa mai solo parola, lui, il fratello è materialmente sopra la riga, oltre la pagina ma solo Luciana riesce a darne traccia per tutti coloro che, qui, viventi, non sentono quella voce, non hanno la capacità di toccarne l’essenza.
La parola, non è un pericoloso burrone in cui precipitare sotto il peso del dolore,  si fa ponte e ponteggio per una sistina di affreschi dell’anima,  e nulla si perde dentro la volta che è lo spazio di una architettura domestica,  quindi  progettualità della condivisione. Per questo non fallisce il suo compito di proteggere e custodire chi abita quelle stanze, chi vive di ora in ora quel paesaggio. Non rinchiude né soffoca , il verso è  passaggio, dunque percorrere e ripercorrere i luoghi in cui ogni elemento era traduzione di un modo d’essere non è  reclusione. Il porsi l’uno all’altro è l’abitudine all’essere insieme. Essere, semplicemente coniugando all’infinito il verbo: es, senza se o ma o forse. In forza di questo sentire ci si riflette, l’uno nell’altro, moltiplicando il tempo, curvando la linea breve di ogni attimo e rafforzando il dolore, come dice in un suo scritto la Dickinson, da cui è tratto anche il titolo del libro di Moretto.

“They say that “Time assuages” /Time never did assuage /An actual suffering strengthens/As Sinews do, with Age  //Time is a Test of Trouble /But not a Remedy /If such it prove, it prove too/ There was no Malady.”

Dicono che “Il Tempo mitiga” /Il Tempo non ha mai mitigato /Una vera sofferenza si rafforza/ Come fanno i Tendini, con gli Anni //Il Tempo è un Test per il Dolore /Ma non un Rimedio /Se tale si dimostra, dimostra anche/Che non c’era Malattia .

Come a dire che mai si perde la traccia, proprio come fa il corpo, quando si ammala e continua a portare in sé la traccia di quel male, e il tempo non mitiga quella memoria come non mitiga ogni dolore. Il tempo, al contrario, rafforza la sofferenza, rende più forti i tendini, così  si allena a fare appunto il corpo, per cui  i giorni che trascorrono altro non sono che un test, per il dolore. Se si fa rimedio, se riesce a mitigare la nostra sofferenza, o  a cancellarla,  ciò che si evidenzia non  è che si è guarita la malattia, ma al contrario che malattia non c’era.

fernanda ferraresso

***

Da La memoria non ha palpebre di Luciana Moretto

Per F.

Fosse pure l’intento di eludere
o al contrario di attizzare il dolore
resta il fatto che la serie di foto
a ricordo del tuo matrimonio,
giusto l’undici di luglio- ingiusto undici
luglio – ricorrenza del tuo compleanno
ecco, ho voluto riprenderle il mano

degli invitati di allora, i rimasti,
i malamente invecchiati, lì a far quasi
pari con gli altri, quelli morti da anni

tu solo rimani immutato, il sorriso
gentile sicuro di chi giovane
ride al futuro che ha in mente, più azzurro
persino del pezzo di cielo che scruti.

*

MISURARE L’INFINITO

Veder morire un mito, lo sai bene,
come avrei potuto? Così dobbiamo
incontrarci divisi- tu là- io qui-
la porta in mezzo, appena socchiusa

*

MISTICO ALFABETO

Così nel continente estremo in vista
del mare, dove un’urna conserva
le tue spoglie un uccello segreto
per una sera canta in tua memoria.

Anche laggiù ferve questa sconosciuta
ansiosa breve cosa che è la vita.

**

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Luciana Moretto, La memoria non ha palpebre- La Vita Felice

1 Comment

  1. questi pochi versi qui riportati mi hanno conquistato(immagino anche l’introduzione del bravissimo Piero Marelli ) così come mi ha conquistato-e come non lo potrebbe?- il lungo,appassionato commento di”poesia in prosa” di Ferni:
    Grazie per le cose che leggo -e scopro- qui
    lucetta

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