TEMPIQUIETI- Un’occasione da cogliere: l’invenzione della vecchiaia – Marirì Martinengo

James Guppy


james guppy

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Approfitto del tema della serata del 14 aprile 2012, al Circolo della rosa, dedicata al libro di Marina Piazza, L’età in più. Narrazione in fogli sparsi (Ghena, 2012), per tirare fuori dai documenti contenuti nel mio computer, alcune mie riflessioni sulla vecchiaia, risalenti al 2008.
Allora, desiderando discuterne, avevo chiesto ad alcune coetanee se avrebbero partecipato a qualche incontro sull’argomento, ma ne avevo ricevuto orripilati rifiuti: tutt’al più qualcuna si era detta disposta a ragionare sulla vecchiaia della madre che assisteva, mai della propria.
Questo atteggiamento mi ha convinto ancora una volta di più che sulla propria vecchiaia siamo restie a riflettere.
Così, in mancanza di confronti, sono rimasta fino ad ora con i miei ragionamenti solitari.
Eppure bisogna pensarci nella relazione.
A differenza di altri argomenti, come per esempio la bellezza o la forza, non abbiamo prodotto pensiero originale sulla vecchiaia, né elaborato strategie e strumenti femminili per affrontarla e ridefinirla.
Essa giace ancora soggetta al giudizio patriarcale: manchiamo di una cultura della vecchiaia costruita da donne.
Questo stupisce perché noi che, trentenni, negli anni ’70, abbiamo aderito al femminismo, ormai siamo sulla soglia dei settanta (io l’ho superata), e a questo c’è da aggiungere che la nostra epoca assiste ad un aumento del numero delle persone anziane dovuto al progressivo prolungamento della vita, soprattutto delle donne.
E’ un fenomeno proprio di questi ultimi decenni: la mia mamma, che è vissuta più di novanta anni, non avendo mai conosciuto persone molto anziane (madre, padre, marito, zie essendo morte sui sessanta/settanta anni) guardava sbigottita al protrarsi della sua esistenza e incredula dinanzi al proprio disfacimento.
C’è da aggiungere che oggi la vecchiaia non riguarda solo chi la vive ed esperisce, ma anche le più giovani, che essendo chiamate a curare parenti, madri soprattutto, o amiche anziane, si trovano a dover fare i conti con essa.
Però io qui desidero prendere in considerazione solo la riflessione di ciascuna su se stessa e sul proprio mutamento (sarei tentata di usare il termine mutazione) e di affrontarlo, perché è da qui che comincia il ribaltamento necessario. Secondo me si tratta di un lavoro di bilanciamento, di un gioco di equilibrio, come stare sull’asse di equilibrio della palestra: da una parte il riconoscimento e l’accettazione dei limiti che il nuovo stato va via via imponendo e dall’altra il recupero, o meglio, l’invenzione (nel senso latino di invenire) di potenzialità insospettate.
La vecchiaia impone indubbiamente un restringimento nell’azione, ma si può osservare che è età compiutamente umana perché richiede dipendenza e relazioni.
Il sapersi limitate spinge a pensare orizzonti altri, a cercare oltre, accettare confini è conoscenza che stimola a osare altro.
Ogni perdita o diminuzione è compensata da guadagni. Non è volersi consolare, ma scoprire le sconosciute potenzialità di questo periodo della vita, che per la prima volta ci troviamo a disposizione. Non sprecarlo, non dissiparlo, avere coraggio e studiarsi di utilizzarlo a vantaggio proprio e altrui.
Ne abbiamo il tempo, adesso siamo signore del tempo.

La vita la creiamo noi donne a noi il compito di redimerla nella sua fase più fragile ed esposta.
Nell’età avanzata bisogna mantenersi al meglio, senza inseguire ridicolmente parametri di gioventù, questo vuol dire non fare sforzi “per restare giovani”, ma usare le energie per vivere bene lo status in cui ci si viene a trovare, indubbiamente figlio di una scelta: si sceglie di diventare vecchi. Aver cura sì del proprio corpo, salute e presenza, ma offrirsi senza disagio allo sguardo altrui come alcune signore, che sulla spiaggia, in costume da bagno, accolgono placidamente il sole sulla pelle grinzosa e sulle carni flosce; signore apprezzabili soprattutto in questi nostri anni caratterizzati da un culto fanatico della giovinezza e della forma.
Ritengo sia necessario valorizzare la donna che invecchia con grazia e coscienza della propria finitezza, valorizzare anche quella che invecchia male ma, pur piena di acciacchi, affronta i disagi con coraggio e auto-ironia.
Acquistiamo sensibilità per questo stadio della vita indubbiamente problematico, ma che può riservare gradevoli sorprese, come ad esempio la raggiunta capacità di guardare il mondo in tumulto, affacciate alla finestra o, sdraiate in poltrona, prendere con distacco le misure delle persone e delle cose e amarle tutte e comunque di un amore più grande sapendo che si dovranno fra non molto lasciare.
Non c’è più il tempo frammentato e affannoso del periodo lavorativo e delle pressanti incombenze familiari, ma tempi lunghi, distesi, favorevoli al pensare e al progettare.
Consideriamo con fermezza e senso di realtà l’età avanzata o avanzatissima per fuggire dai luoghi comuni e per non scivolare in atteggiamenti e parole distruttive per sé e per altre. Non usare l’aggettivo “vecchia“ come epiteto dispregiativo.
Queste sono solo alcune spigolature, alla buona; certamente insieme, con il nostro pensare in relazione, potremo riscattare questo ininterrogato periodo di vita, e scoprirne le potenzialità.
Il nostro tempo richiede di pensare l’estendersi quasi illimitato dell’esistere, sconosciuto alle generazioni precedenti, ce lo chiede la constatazione che la vecchiaia, come la bellezza, è cosa che riguarda più donne che uomini e può diventare una ricchezza, una melagrana succosa, piena di frutti, un kairòs imprevisto.
Non è facile adattarsi alla condizione di anzianità sia perché su di essa pesa il giudizio negativo patriarcale sia perché compaiono segni di debolezza e di fragilità.
Certamente vorrei delle carezze che nessuno mi fa più, contatto di corpi, apprezzamenti, ma cerco di sentirmi sempre ben accolta e accettata. E poi ci sono i nipoti, il mio futuro, guardarli crescere e godere, sollevata ormai da responsabilità cogenti verso di loro, della poro giocondità spontanea.

Marirì Martinengo

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RIFERIMENTO IN RETE:

LIBRERIA DELLE DONNE DI MILANO

http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib220412_mariri.htm

4 Comments

  1. l’invenzione è una terra che navighiamo tra fughe e paure ma occorre parlarne e porsi alla ricerca di un modo condiviso e schietto
    una bella pagina che ho stampato
    grazie

  2. Sì, davvero belle, illuminanti, umane e pacate le riflessioni contenute in quest’intervento; tantissimo di quanto detto può valere anche per gli uomini. Grazie di tutto cuore.

  3. Credo anch’io che manchi nell’immaginario la dimensione vecchiaia al femminile, mentre agli uomini tutto è lecito, a tutte le età.
    Per le donne esiste ancora il tabù del sesso, come se innamoramento e passione non fossero più di loro pertinenza: non sono persone, solo donne che dovrebbero smettere di essere femmine.
    Ho da poco compiuto i settanta e so che significa, appigliarsi alle ultime vestigia di bellezza, e nel contempo rivendicare l’arte e l’intelletto. Perché attualmente si può avere qualche chance di maggiore libertà solo se si viene riconosciute portatrici di talento, e nemmeno sempre.
    Spero vivamente che si riesca a trasmettere alle future donne un senso più ampio del proprio diritto a qualunque esigenza esistenziale, e la forza di esprimersi liberamente con la dignità della propria esperienza e della propria creatività, in ogni campo, come è giusto che sia.

    cb

  4. vorrei ricordare che le arti, ceramica tessitura e anche la primissima scrittura,i segni intendo, furono CREATI DALLE DONNE, come anche l’agricoltura nasce dalle donne e l’economia.Le donne sanno che se non è domestica, e casa per la donna è tutta la terra perché ne partecipa le caratteristiche di “germinazione” e il cosmo, perché risente nel suo corpo l’influsso degli astri, non ci può essere eco-nomia, perché non ha eco e non si fa eco della voce di tutto ciò che ha nome.Grazie.fernanda f.

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