SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Luigi Meneghello- Libera nos a Malo

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S’incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci hanno messi a dormire come sempre nella camera grande, che è poi quella dove sono nato. Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù sopra i tetti; riconoscevo a orecchio, un po’ più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del paese anche lui. Qui tutto è come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole.
La superficie è elastica, non si sta in piedi, si cerca l’equilibrio ballonzolando: si affonda e si risale a gambe larghe, com’è divertente! Ridono e rido anch’io, equilibrandomi canto: Alarmi siàn fassisti, abasso i comunisti!
Che bel gioco, che piccola differenza tra cadere e star su: la mattina è tutta d’oro. E noi del fassio siàn i conponenti, che belle parole: chissà cosa vorranno dire?
Passarono anni prima che imparassi a distinguere tra il ballo alla mattina sull’alto letto del papà e della mamma, e il riso e le parole. Però a suo tempo intesi l’inebriante programma:

La lota sosterén fina la morte

e pugneremo sempre forte forte

finché ci resti un po’ di sangue in core.

I pugni di pugneremo me li rappresentavo vibrati come pugnalate dall’alto in basso.

C’erano canzoni piene di concetti struggenti, con deliziosi pericoli sullo sfondo.

Mama non piangere se c’è l’avansata

tuo figlio è forte e vincere sapràn

assiuga il pianto dela fidansata

perché lassalto si vince o si muor.

Seguivano le istruzioni all’Ardito:

Scavalca i monti – divora il piano

pugnal frài denti le bonbe a mano.

Mi piaceva la terrificante sintassi dell’ultimo verso, sentito con lo slancio della mente bambina per quello che forse era in effetto, una compressione di col pugnale fra i denti e con le bombe a mano in mano.
Questi erano gli Arditi, scavalcatori di monti colla spaccata dell’ostacolista, divoratori del piano. Il pianoforte mi appariva nero e lucido, illuminato da due abat-jour, fornito anch’esso di una dentatura abbagliante di tasti. L’Ardito in grigioverde col berrettino nero, prima lo scavalcava sullo slancio, poi si voltava e lo sgranocchiava rapidamente.

Vibralani! Mane al petto!

Si defonda di vertù:

Freni Italia al gagliardetto

e nei freni ti sei tu.

La forma poetica ti sei tu per ci sei tu non bastava a confonderci, né l’arcaismo di mane per mani. L’ordine era di portarle al petto, orizzontalmente, in una forma sconosciuta ma austera di saluto: comeun segno di riconoscimento in uso tra i vibralani  a cui sentivamo in qualche modo, cantando, di appartenere ad honorem anche noi.
I freni tra cui era impigliata l’Italia erano per Bruno quelli della nostra Fiat Tipo-due, esterni, sulla pedana destra dietro l’asta del gagliardetto a triangolo: e lì ti era l’Italia con la corona turrita e la vestaglia bianca.
Qui in paese quando ero bambino c’era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l’altar maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto e, peggio, vedeva tutto. Era ancheonnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bambini che facevano le brutte cose. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici,e potendo li avrebbe puniti senz’altro così, ma grazie a Dio non poteva.
La Norma la prendo io, tu prendi la Carla.
E io prendevo la Carla, ma in segreto ammiravo la Norma. Il pallore della Norma! quello sbiancare della pelle all’interno delle cosce. La Carla era una bella tosetta, ricciuta e ben fatta, scura di pelle, cordiale; ma la Norma era un molle tranello in cui bramavo cadere.
Però prendevo la Carla: l’idea di contraddire Piareto non mi sfiorava nemmeno. Io ero il più giovane (e la Norma, che aveva forse sei anni, la più vecchia) e non toccava a me scegliere. E poi mi sarebbe dispiaciuto offendere la Carla, tanto simpatica e volenterosa.
E così, nel folto dei rampicanti a metà dell’orto, in una penombra verde subacquea, deposte tra i filari le spade di legno, facevamo le brutte cose con le nostre donne accucciate per terra.
Ma con la Norma ebbi un’ora di rapimento sublime nello stanzone sopra la cantina, dietro un oggetto che ricordo nelle sue forme essenziali, nido schermo tetto, probabilmente un moncone di carrozzeria d’auto. C’erano superfici imbottite di cuoio, tendine di seta col congegno a molla e il fiocchetto per abbassarle sui finestrini senza vetri. Era uno dei tanti bizzarri rottami che c’erano lassù: l’avevamo issato sopra bidoni e cavalletti, alto alto a livello con la finestra che dà sui campi. Ci si sentiva come in un salottino senza la parete di dietro, ma ben riparati dal mondo.
Ci arrampicammo lassù io e la Norma per giocare, e senza accordi preliminari, senza parole, fui ammesso per una breve ora alla comunione delle superfici esangui, del dolce nodo dove smorivano.
Atinpùri! Per la prima comunione che si faceva in chiesa a sette anni, ci vestivano da marinaretti; e le bambine in bianco. Quando venne il mio turno e dovetti andarmi a confessare la prima volta, mi era ben chiaro che dovevo confessarmi anche delle brutte cose: ma come, con che parole? Me lo insegnò la Norma. Lei aveva fatto la comunione qualche anno prima, e per un po’ aveva poi scansato i giochi proibiti, a cui tornò in seguito solo di rado e riluttando.
Un giorno che facevo pissìn sul muretto del letamaio, passò la Norma che andava in orto col cestino di fil di ferro a raccogliere insalata. Io mi voltai verso di lei, e cominciai a invitarla festevolmente agitando quel che tenevo nella  manina. Ma la Norma s’indignò.
“Va’ via, mas’cio!” mi disse. “Pensa che presto fai la comunione!”
Più tardi ci trovammo in cortile (scendeva la sera) e passeggiando su e giù la Norma mi confidò la formula con cui ci si confessa. La imparai bene a memoria e a suo tempo la ripetei al prete: “Atinpùri”.
Agli adulti e ai preti il gioco creduto segreto era notissimo; ma lo chiamavano così.
Ogni confessore aveva il suo stile e le sue preferenze; così si cercava di scegliere questo o quello a seconda dei peccati della settimana. Il principale problema pratico erano le penitenze,  che potevano variare considerevolmente. I più vecchi davano consigli agli inesperti: “Stavolta ti conviene da Bocaléti, verso sera però”. Bocaléti che era don Emanuele, verso sera era più generoso.
DonAntonio era magro e mite, aveva un vocino tremulo ed emanava un’aria di tale innocenza e compostezza che sinceramente ci dispiaceva di doverlo andare a turbare con le nostre cattiverie. Però quando ci si andava la confessione riusciva delle più facili.
Si parlava delle disubbidienze, dei ritardi a messa, dei litigi, delle parolacce; si divagava su certi peccati generici come l’invidia e la vanità, tanto per guadagnar tempo, sempre col pensiero al punto cruciale. Finalmente don Antonio poneva la Domanda, che solo lui a Malo faceva a quel modo: “Hai mancato – contro la Santa Modestia?” Era una sua perifrasi personale per gli atinpùri; e la formula delicata permetteva risposte altrettanto delicate, uno scambio di idee tra gentiluomini. E così, senza usare termini impropri, pulitamente come in un questionario (“Quante volte?” “Nove.” “Da solo o con altri?” “Con altri” “Con altri o con altre?” “Con altre”) ci si trovavaad aver finita la confessione, e assolti, e solo tre salveregine da dire. Poi via di corsa a godersi qualche ora di innocenza totale, con la deliziosa certezza di fare, se capitasse stasera, una buona morte, entrare nel coro degli angeli.
Anzoléti, con questo nome chiamavano quei nostri compaesanelli infanti, vissuti troppo poco per non diventare subito angioletti nell’atto stesso di rendere l’ultimo respiro sulla terra.
“Per chi suonano?”
“Non senti? è un anzoléto.”
Ogni altro giorno la campana suonava così. Ci morivano fitti, e nei mesi più crudeli, nelle grandi giornate estive, vivevamo in una nuvola di piccoli angioli avviati al cielo, che ci offuscava il sole.
Roberto, il primo Roberto di mia zia Lena, di cui questo di adesso rinnova il nome, morì a quattro anni di gastroenterite. Quando capii che stava morendo passai qualche ora di strazio assoluto; la bambinaia mi aveva accompagnato nella casa della nonna, e lì nella sala d’entrata, tra i vasi di piante verdi vicino alla finestra, l’idea che morisse Roberto mi assaliva a intermittenze. Sentivo lacerazione e abisso, ma non terrore o perdita. Ciò che stava accadendo mi pareva insopportabile; sentivo che c’ero io, e presto ci sarebbe la cosa, e non credevo che si potrebbe coesistere. Avevo sette anni, e questi spasimi esistenziali sono tra i peggiori di cui mi è restata memoria.
Ora la cosa c’è. Roberto è morto, un oggetto color della cera che pare Roberto è restato sul sofà nel tinello della zia. Adesso mi è già più facile sopportare, in quest’aria ovattata di lutto che soffoca i rumori: è come se la morte delle persone care producesse oltre al resto una vena di sollievo. Il portone del portico è chiuso; in casa nostra e in quella della zia, di qua e di là dal portico, c’è silenzio. Anche Bruno e Mamo nostro cugino, coetanei di Roberto, non fanno chiasso. Sono nel portico, spiano pel buco della serratura dentro al tinello della zia, poi si prendono per mano ed eseguiscono in punta di piedi una piccola danza di gioia. Sottovoce, inarcando le ciglia come increduli di tanta fortuna, scandiscono la formula esilarante: “Morto! Morto!”.
Il giorno chelo seppellirono fu portata in orto una poltrona dallo schienale alto, con le borchie di ottone, e le pie donne vi accompagnarono la zia Lena. L’orto nostro è aperto ai rintocchi del campanile, c’era un gran pino in fondo, era d’agosto. La zia Lena in nero s’era abbandonata nell’assurda poltrona tra le aiuole delle dalie e degli ortaggi; le pie donne biascicavano.
Era quel momento che le cerimonie della morte sono fatte per isolare con purezza, quel momento irrazionale dello strazio, in cui esso non dà più senso e pare un sogno d’estate commentato dalle galline e dai coleotteri, in un fiotto di spazio tra qui e le colline, traslucido, infestato dal gong della campana.
Durante le epidemie il cortile era occupato da una squadra di omicini furbacchioni col cappuccio e la mantellina rossa, che tiravano zàcchere di malta infetta; la malta provocava una rogna di cui si moriva in pochi istanti; questa era l’epidemia. Il cortile era tutto ingombro di piccole casse di legno dolce, in costruzione; quelle piene venivano  ammonticchiate in fondo contro il muro della zia Lena. Per salvarsi bisognava raggiungere la pompa, che poi era un rubinetto, all’esterno dello spazzacucina della zia, e coll’acqua sbianzare immediatamente gli infetti. E perché allora ci allontanavamo dalla pompa? Perché correvamo in mezzo ai nanetti rischiando continuamente la vita tra i mucchi di casse? Pure facevamo sempre così, ogni due tre mesi quando veniva l’epidemia. Quando veniva me la sognavo anche la notte, anzi non la ricordo nemmeno direttamente, ma solo attraverso questi sogni ogni due tre mesi.
Un angioletto volò via da un cortile qua sopra casa nostra in Capovilla. Questo era un cortile di terra, non come il nostro coi ciottoli. C’era l’impastatrice della creta: un asinello stordito girava, girava attorno alla buia cavernetta affondata nel terreno, in cui lunghe lame d’acciaio sciabolavano la creta. Via dalla macchina dei coltelli, bambini! Però se la palla di gomma ci ruzzola dentro, si va a vedere, si allunga la mano. I pezzettini di angelo hanno ciascuno il suo paio di ali trasparenti come quelle delle libellule, e salgono per conto loro.
Ci veniva impressa nella mente l’opportunità di cominciare la confessione dai peccati più grossi. È come il contadino che ha da far passare per una siepe spinosa un pulcino, e la chioccia, e il cane, e la capra, e il maiale, e la vacca; se comincia dai più piccoli, la fatica e le graffiature si rinnovano a ogni passaggio. Ma se manda avanti la vacca, che sfondi ben bene la siepe, gli altri passano poi comodamente.
La vacca era per lo più la stessa, la solita Binda delle brutte cose, che non sempre però trovavamo il coraggio di mandare avanti per prima. Qualche volta si arrivava in chiesa con un’altra vacca. Quella di Mino, un sabato, era grossissima; se la tirava dietro imbarazzato, e la Bisa s’impuntava, come se non volesse saperne di entrare; ma a forza di strattoni Mino, rosso in viso, la trascinò fino al confessionale. Di farla passare per prima però, non ci pensava nemmeno. Così confessò tutti gli altri suoi peccati, uno per uno; frugò anche nel passato più remoto, si accusò di colpe puramente ipotetiche, discusse puntigliosamente i casi marginali. Fu lodato del suo zelo ed esortato a non cadere negli scrupoli: adesso restava la Bisa.
Il prete aveva smesso da un pezzo di domandare “E poi?” e quando Mino tacque incominciò senz’altro a pronunziare le formule preliminari dell’assoluzione. Mino preso dal panico spinse avanti la Bisa.
“Ho anche un altro peccato, un peccato grosso. Ho detto male dei preti.”
Il tono angosciato allarmò il confessore che volle sapere esattamente cosa aveva detto dei preti; ma Mino resisteva. “Ah, sa, così … Male insomma.” Infine dovette riferire le parole precise. Aveva detto che i preti sono bai da tabacco.
Anziché indignarsi alla vista della Bisa, il confessore fu preso da una violenta convulsione di riso, e Mino sfibrato e quasi deluso, dovette aspettare ancora qualche minuto per l’assoluzione.
Nessuno di noi riuscì a ripetere l’esperienza che aveva fatta mio padre sui dieci o dodici anni nella chiesa di Santa Libera, in Castello. Non c’era nessuno in chiesa, e mio padre volle provare come si sta dentro all’alcova del confessionale. Ci si stava benissimo, ma purtroppo sopraggiunse una devota che vedendo le tendine chiuse pensò di approfittare dell’occasione. Mio padre spaventato la confessò cercando di ingrossare la voce, e alla fine le diede l’assoluzione; ma non ha mai voluto dirci altri particolari, perché il segreto della confessione è sacro.
Il dolore imperfetto non sembrava difficile procurarselo poiché bastava sentire non “dolore” nel senso ordinario della parola, ma “dispiacere di aver offeso Dio per timore dei suoi castighi, ad esempio le pene dell’inferno.”
Beh, ci andrei all’inferno con questi peccati? La risposta non era dubbia. E mi dispiacerebbe andare all’inferno? Ovviamente sì. Dunque avevo il dolore imperfetto, e poiché questo è sufficiente per la confessione, la cosa sarebbe potuta finir lì. Ma per mia sfortuna il ragionamento – convalidato più volte da cauti appelli all’autorità – non mi convinceva pienamente. Cavarsela così mi pareva troppo facile: e a chi non dispiacerebbe di andare all’inferno? Perché sarebbe specificata la necessità del dolore imperfetto se esso consistesse davvero in una cosa sottintesa?
La soluzione più radicale sarebbe stata quella di procurarsi l’altro dolore, che si chiama perfetto proprio perché offre garanzie assolute; ma era impresa troppo ardua e incerta. Così ero arrivato a un compromesso: mi sarei accontentato del dolore imperfetto ma intendendolo non già come un privilegio implicito, bensì come un sentimento da provare in effetti. Si trattava di rappresentarsi le conseguenze del peccato il più vivamente possibile, ossia come se fossero già diventate reali; di mettermi nei panni di quel mio sosia scalognato, partito senza assoluzione. Lo sapevo bene come sarebbero andate le  cose in quel primo quarto d’ora: mi sarei trovato, scalzo, in camicia da notte, in un luogo illuminato da sgradevoli riflessi, in attesa. Come mi sarei sentito allora, eh?
Con lunga concentrazione in ginocchio sui banchi, con lunga deposizione del viso nelle palme delle mani, facevo pazientemente la posta al mio volatile dolore imperfetto. Mi distraevano le campane, gli armeggi del sagrestano, i bisbigli degli altri già pronti: “Andiamo, dài, se no diventi santo”. Ma perseveravo: e quando il Dolore batteva brevemente le ali tra la geometria rossastra che le mani mi stampavano sulle palpebre, il cuore mi dava un balzo come a un cacciatore, e lo pigliavo. Ora potevo consegnare a me stesso quasi un attestato di provato dolore. Consentirsi di dubitare oltre sarebbe stato abbandonarsi agli scrupoli. Ben altra cosa era il dolore perfetto. Normalmente mi accontentavo del surrogato, ma ogni tanto sopravveniva una crisi. In primo luogo una considerazione pratica: se confessandosi regolarmente il dolore imperfetto può bastare, è troppo certo però che senza confessione non vale nulla; averlo o non averlo è esattamente lo stesso, si va a fondo come una pietra. È vero che di settimana in settimana alla confessione ci si arrivava: ma in caso di bisogno, come illudersi che ci capitasse la fortuna di morire proprio di domenica, o al massimo il lunedì mattina? Perché, il resto della settimana naturalmente si tendeva a passarlo in peccato mortale. E sarebbe stata amara di trovarsi in punto di morte, con quell’offerta in fondo molto generosa di un perdono totale in cambio di un piccolo atto di dolore perfetto, e non riuscire a farlo questo dannato piccolo atto: Madosca Viola! Sentirsi morire a mano a mano, frastornato dalle donne che ci piangono attorno, dallo specchio che ci hanno messo davanti per vedere se si appanna ancora: e dolore perfetto niente! Non sarebbe prudente esercitarsi, allenarsi. Ma inoltre c’era anche una preoccupazione più sottile. Mi pareva che nella confessione il fatto stesso di accettare il perdono facile senza almeno tentare di meritarsi quello difficile (insomma senza dolersi sul serio di aver offeso Dio) costituisse di per sé un nuovo peccato, non compreso nel patto della confessione. Bisognerebbe parlarne al confessore, a rischio di farsi dire che questi sono soltanto scrupoli. Con che odiosa golosità approfittavano di queste scappatoie certi peccatori e peccatrici: “Scrùpuli, lo ha detto anche il prete, non bisogna avere i scrùpuli, è peccato”. Ma invece io sapevo che non erano scrupoli. Mi pareva come dire a Dio: “L’hai voluto tu. To’ allora”. Così mi torturavo per infliggermi, magari per un attimo, il dolore perfetto. La tecnica era difficile e complessa, il tempo lungo, il risultato incerto. Ma io mi ostinavo, e alcune volte l’impresa mi riuscì: allora mi rialzavo sfinito, felice, con la testa che mi girava. In quelle poche occasioni, e sempre per poche ore, fui assolutamente degno del cielo. Purtroppo però il più delle volte dovevo rinunciare, e accontentarmi di sperar bene.
Chissà se ebbe il dolore perfetto Ampelio, quella volta che si confessò da don Emanuele? Si poteva confessarsi per conto proprio, come gli adulti, al di qua dell’altar maggiore, nei confessionali riservati ai vari preti, don Tarcisio, Baéti ossia don Antonio, l’Arciprete, Battilana; era preferibile anzi sentirsi protetti dalla grata, benché ci riconoscessero subito alla voce. Ma a noi bambini capitava spesso di doverci confessare in Coro, e a gruppi.
“Ehi, vi siete già confessati voialtri? Avanti allora.” Si andava a mettersi in ginocchio tutti in fila su un banco dietro l’altare. A pochi metri di distanza il prete seduto davanti a un inginocchiatoio ascoltava un penitentino alla volta. Era sotto Ampelio, in chiesa c’era silenzio. A un tratto si sentì rimbombare la voce di don Emanuele colto di sorpresa: “Eh, no! Mas’cio!” Le orecchie di Ampelio fìammeggiavano.
Le rare volte che si andava con la mamma alle funzioni della sera, dicevo che la più bella delle litanie era quella che seguiva la  Janua cèli,perché subito dopo la serie era finita e così si usciva di chiesa: ma non era la verità. Quella litania seguace della Janua mi piaceva invece per la bellezza alata delle sue sillabe che volavano alte nella voce incantevole della mamma. Mia madre cantava, e io aspettavo trepidando la Jànua: poi ecco l’immagine luminosa: Stella matutina! Poi s’andava fuori.
Si faceva del nostro meglio per acquistar merito. Io e Guido gareggiammo un anno in devozione. Si andava ai fioretti di maggio e c’era ogni sera una breve predica di don Bernardo che allora era ancora qui. Stabilimmo che la prova della devozione fosse la vicinanza al pulpito: chi è più vicino è il più devoto. Andavamo di buonora per prenderci una sedia in prima fila (veramente era la fila di fianco, dalla parte del pulpito: poi voltando le sedie al momento giusto ci si trovava davanti a tutti); quando cominciava la predica noi con rapidi spostamenti della sedia, uno io uno Guido uno io uno Guido, andavamo a finire a ridosso del pulpito. Così però si terminava sempre alla pari, e dovemmo perciò cercare un altro indice di devozione; infine pensammo di contare gli sputi di don Bernardo che ricevevamo sul viso. Ascoltavamo la predica attenti alle piccole faville che volteggiavano dal pulpito: don Bernardo parlava con calore e sputava molto, e noi ci annunciavamo sottovoce i bersagli. “Diciassette-diciotto, diciannove …” “diciotto, diciannove-venti …”. Era proibito asciugarsi, perché l’avversario potesse controllare. Non so se alla fine del mese fossi in testa io o Guido, ma dev’essere stata una vittoria di misura, eravamo entrambi molto devoti in quel periodo.

Luigi Meneghello- Libera nos a Malo

12 Comments

  1. Buonasera, ho incontrato il vostro spazio cercando testi di L. Meneghello e mi sembra che vi occupiate di cose molto. (non è un refuso).
    Faccio parte dei corsi di scrittura e lettura che si tengono a Selvazzano Dentro (PD) e, nello scorso maggio, ci siamo occupati di “Libera nos a malo”. Al termine della lettura, abbiamo trascorso una giornata intensissima per suggestioni ed emozioni a Malo, sui luoghi della narrazione (una chiacchierata, secondo l’autore). A farci da guida, e non capisco ancora se tra le pagine del libro o i luoghi della cittadina, un gentile amico: Walter Voltolini. Lui e altre persone danno vita e voce ad un circolo di “amici di Meneghello”, che propone letture, visite e approfondimenti sullo scrittore.
    Vi segnalo di seguito l’indirizzo del sito dove potrete trovare ulteriori informazioni sulle attività in programma: http://www.luigimeneghello.org
    Anche noi, come corso di scrittura, abbiamo da poco attivato un blog che vi segnalo: http://www.selvatici.altervista.org
    Posso inserire questo vostro spazio tra i nostri link?
    Grazie
    Paolo Franzoso

  2. Immenso Meneghello!
    Per il 50° di “Libera nos” (durante le celebrazioni) una mostra tenterà di illustrarlo : “Illustra nos a Malo” , a Malo, museo Casabianca dal 22 giugno al 7 luglio 2013. Inaugurazione il 22 giugno. 10 illustratrici per infinite occasioni da rappresentare …

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