MODA, AMORE E GUERRA – Adriana Ferrarini: Lee Miller a Venezia

man ray- le labbra di lee miller

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Lee Miller – Man Ray. Fashion, Love, War
Palazzo Franchetti – San Marco 2847, campo Santo Stefano
Dal 5 novembre 2022 al 10 aprile 2023

Utility è una parola chiave nella Gran Bretagna della II Guerra Mondiale. Nessuno spreco, tutto pensato sul filo della necessità e la moda deve adeguarsi: un vestito non può avere più di due tasche, cinque bottoni, sei cuciture, due sole pieghe, le scarpe devono essere robuste e il tacco non oltre i 5 cm. I capelli corti: sono più facili da tenere.

In quegli anni di ristrettezze, spaventati, mentre le stazioni della metro diventano rifugi antiaerei, giunge a Londra una bionda e soave americana che di nome fa Elisabeth, ma si fa chiamare Lee: con un nome androgino ha più chance di essere presa sul serio. Lee è vissuta a Parigi fra artisti e poeti bohémien, artista lei stessa, oltre che compagna e musa del più surreale tra tutti, Man Ray: una relazione burrascosa, dopo la quale è tornata a New York dove ha aperto uno studio fotografico. Nonostante il successo, per amore di un egiziano ricchissimo, lo ha chiuso e si è trasferita al Cairo, in una villa lussuosa circondata da domestici. Ma questa non è la vita per lei.

Una soave donna inquieta. Non trova pace in nessun luogo. Vorrebbe sempre essere da un’altra parte.

Allo scoppio della II guerra mondiale, la famiglia d’origine preme perché ritorni negli agi tranquilli della metropoli americana, ma lei no, decide che no. Vuole rendersi utile. Utility, l’ho detto, è una parola chiave nell’Inghilterra del tempo e Lee sa come farlo. Per Vogue si inventa servizi in cui i tristi tailleur del razionamento sono indossati con indifferente eleganza e aristocratico aplomb sullo sfondo di palazzi sventrati o davanti a cartine geografiche dell’Europa martoriata. Le sue modelle infilano le mani nelle due taschine e guardano svagate elmetti militari, tascapane e stivali infangati, indossano maschere antigas come fosse un gioco. La  guerra è vera, reale, ma in queste foto scivola via.

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lee miller- londra 1941

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Lee Miller riesce a far sognare un mondo spaventato. Le bombe cadono tra la gente in fila davanti ai negozi e lei mette in mano a una modella in costume da bagno un buffo pesce gonfiabile, le infila le braccia nelle molle di Slinky, il cane a molla, come fossero bracciali. È un lavoro utile, serve a tenere alto il morale. È diventata “una questione di orgoglio che lo studio di Vogue non chiuda nemmeno un giorno”. Ma inventarsi cose divertenti e leggere continuando a fare scale, avanti e indietro per scendere nei rifugi, accanto a edifici fumanti nell’odore del legno carbonizzato, è sfiancante.

“Per il morale del paese magari è un bene ” scrive ancora Miller ai suoi “ma per il mio è un inferno”.

Dismessi quindi gli abiti della fotografa di moda, Lee si infila nella divisa khaki di un soldato. La macchina fotografica a tracolla. Ha 35 anni, è sempre bellissima, ma un amico fotografo che la rivede dopo anni dirà di lei che ha l’aspetto di un letto da rifare.

Secondo il regolamento, le donne corrispondenti di guerra non possono entrare in una zona di combattimento. Lee lo infrange. Finisce agli arresti. Ma nessuno la ferma. La sua macchina fotografica scatta implacabili foto che documentano l’avanzata alleata dalla Normandia nel 1944, la liberazione di Parigi e l’avanzata in Germania.

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lee miller- parigi 1944

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.In Francia, dove molti fotografi si compiacciono nell’esporre l’umiliazione pubblica inflitta alle donne accusate di collaborazionismo, nell’unica foto che scatta di una donna con la testa rapata, Lee scrive a fianco “nota gli orecchini”, come a dire, non tutta la femminilità le è stata strappata; ritrae ragazze con i capelli svolazzanti o improbabili e vertiginosi crocchie in cima alla testa che vestite allegramente corrono in bici le vie di Parigi; bambini che giocano sui sacchi di iuta delle trincee. In Germania fotografa donne rimaste senza casa che con estrema dignità si fanno da mangiare in strada fra le macerie; panni stesi ad asciugare sul filo spinato. Vincitori e vinti vengono ritratti con la stessa umana partecipazione, da un occhio che registra senza esprimere giudizi: le due guardie di un campo di concentramento in ginocchio, pestate a sangue dai prigionieri, hanno la faccia di due stupidi bulletti; la figlia del borgomastro di Lipsia, suicida con i genitori per non consegnarsi alle truppe alleate, con la fascia della croce rossa tedesca al braccio, ha il fascino raggelante di un angelo da monumento funebre. Lee Miller sembra cercare la grazia anche nella piena follia.

.“La Germania è un bellissimo paesaggio punteggiato da villaggi come gioielli, macchiato da città distrutte e abitato da schizofrenici” scrive “le madri cuciono e spazzano e i contadini arano e seminano; proprio come persone normali. Ma non lo sono. Sono il nemico”.

Entra nei campi di concentramento e qui la sua macchina fotografica non riesce a fermarsi, un clic dopo l’altro che invia ai giornali assicurando che è vero, tutto vero, l’incredibile è vero, il reale è al di là di ogni immaginazione. Foto su foto di scheletri ambulanti, crani bitorzoluti, occhi allucinati; non smette di scattare, perché, dirà, solo la macchina fotografica può tenerla al di qua dell’orrore. Dalle foto di moda a quelle di Dachau: non solo la Germania, tutto il mondo è schizofrenico.

E Lee Miller nella sua vita a zig zag si lascia attraversare da tutta la bellezza e l’orrore che incontra, ne va in cerca, anzi. Ma quelle scene restano dentro di lei. “Non esiste un pulsante per cancellare le immagini traumatiche che entrano nelle nostre menti”, scrive Antony Penrose nell’introduzione al libro Le vite di Lee Miller, pubblicato nel 1985. Antony, il figlio nato dal matrimonio con Sir Roland Penrose, l’artista surrealista britannico con cui Lee vivrà fino alla morte.Dal libro inizia la riscoperta dell’artista e fotografa americana. Da allora le mostre si succedono in varie parti del mondo. Questa di Venezia è l’ultima. Poi ci sarà Copenhagen. Due anni fa Serena Dandini ha pubblicato “La vasca del Führer” in cui racconta la vita della fotografa: la foto di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler – a significare che la guerra è davvero finita e finalmente ci si può lavare via l’orrore dei campi di concentramento – è in copertina. Kate Winslet sta ora girando un film su di lei.

Così la musa di Man Ray, quel volto con le lacrime immobili, che lui fotografò facendolo diventare l’icona bellissima e muta di una avanguardia, ha preso vita, rivelando le sue molteplici doti: modella, artista, fotografa di moda, fotoreporter di guerra, amante appassionata, due volte moglie, madre. Per finire, cuoca: la nipote ha raccolto in un libro poderoso le sue fantasiose ricette. Quante vite una dentro l’altra. Quante donne. Quanto, ognuna di noi, voglio dire, ogni donna costretta a una vita a matrioska, può riconoscersi in questa americana inquieta?

Indistruttibile, luminosa, coraggiosa sono gli aggettivi che più ricorrono in rete su di lei. “Sembravo un angelo fuori. Mi vedevano così. Ero un demonio, invece, dentro. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo [… ]. La mia vita è stata un fradicio rompicapo le cui tessere ubriache non combaciano per forma né scopo”. Così si vedeva lei stessa.

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.man ray- lacrime di vetro

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Postilla: dopo la fine della loro relazione tempestosa, per due anni ogni giorno Man Ray dipinse le sue labbra.

Adriana Ferrarini

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RIFERIMENTI IN RETE

https://leemillermanray.it/

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