TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Monotono sublime. Omaggio a Robert Lowell

franz xaver messerschmidt

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Se mai c’è stato un gruppo che è giusto definire “di culto”, quelli sono i Massimo Volume. Attivi dai primi anni Novanta, tranne una pausa dal 2002 al 2008, hanno pubblicato sette dischi che tracciano una personalissima via all’indie rock italiano.

“Robert Lowell” è la traccia d’apertura di Cattive abitudini, pubblicato nel 2010 dopo la reunion della band (il titolo precedente datava a oltre dieci anni prima). È, ovviamente, un omaggio al grande, omonimo poeta americano (1917-1977), discendente da una delle più antiche famiglie di Boston, coltissimo, aristocratico, alcolizzato e schizofrenico.
Contiene un lungo estratto recitato in inglese dalla voce stessa dell’autore della poesia Waking in the Blue, nella quale Lowell racconta la propria esperienza in un ospedale psichiatrico, e si chiude con una citazione (“il nostro monotono sublime”) dall’ultimo verso di un altro testo, intitolato Waking Early Sunday Morning.

Di seguito il testo della canzone e la mia traduzione di Waking in the Blue.
Buon ascolto.

 

Sergio Pasquandrea

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Robert Lowell

Simili a una folla di bagnanti
quando il cielo rannuvola
i giorni si accalcano
e spariscono
lasciando a quelli che restano
il conto dei vivi

celebriamo allora i nostri sforzi
il solco avaro da cui siamo partiti
(chi l’avrebbe mai detto
di ritrovarci qui,
giugno 2010
in un pomeriggio
di pioggia e di sole
seduti di fronte
alle nostre parole?)

consideriamo questo
piuttosto che il resto
il peso di cose fatte male
e fatte in fretta
cumuli di immagini sfocate
su cui si punta il dito senza convinzione
solo per poter dire:
“questo sono io”
nell’illusione che ciò che siamo riusciti a dire
fosse ciò che avevamo da dire

dimentichiamo tutto questo
l’insormontabile scarto
che fissa il prezzo
della nostra libertà
il terrore dell’assenza
di oggetti che ci sopravviveranno
la muta presenza

dimentichiamo tutto questo
e continuiamo ad andare
gli occhi chiusi
e le braccia aperte
in equilibrio
nel nostro monotono sublime

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franz xaver messerschmidt

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Svegliarsi nel blu

L’infermiere notturno, al secondo anno della Boston University,
si risveglia dal guazzabuglio della sua testa sonnacchiosa
poggiata su Il significato del significato.
Fa la passerella lungo il corridoio.
Giornata azzurra
rende più squallido il blu agonizzante della mia finestra.
Corvi a zonzo sul campo da golf pietrificato.
Assenza! Il mio cuore in ansia
come un arpione che lotti per la vita o la morte.
(Questa è la casa per i “malati di mente”.)

A che serve il mio umorismo?
Sorrido a Stanley, affondato nei sessant’anni,
un tempo giovane promessa come attaccante ad Harvard
(quasi fosse possibile!)
conserva ancora la corporatura di un ventenne,
mentre sta a mollo come uno scovolo
con un muscolo da foca
nella sua lunga tinozza
vagamente urinosa per le tubature vittoriane.
Profilo regale di granito con un cappuccio coloro oro rosso,
indossato tutto il giorno, tutta la notte,
pensa solo alla linea,
a dimagrire con sorbetti e ginger ale
tagliato fuori dalle parole più che una foca.
Così comincia la giornata nella Bowditch Hall al McLean;
le luci notturne incappucciate fanno spiccare “Bobbie”,
Porcellian ’29,
una replica di Luigi XVI,
senza la parrucca:
profumato e grassoccio come un capodoglio
mentre si pavoneggia come mamma l’ha fatto
a cavalcioni delle sedie.

Queste trionfanti figure di spacconi si sono ossificate giovani.

Tra un confine e l’altro del giorno,
ore e ore trascorrono sotto i capelli a spazzola
e lo sbrilluccichio da scapoli un po’ troppo poco assurdo
dei badanti cattolici romani.
(Non ci sono pazzoidi
della Mayflower nella Chiesa Cattolica.)

Dopo un’abbondante colazione del New England
peso novanta chili
stamattina. Tronfio come un galletto,
incedo nel mio dolcevita da marinaio francese
davanti agli specchi da barbiere metallici,
e vedo il futuro incerto farsi familiare
nelle facce emaciate, indigene
di questi casi mentali purosangue,
due volte la mia età metà del mio peso.
Siamo tutti veterani,
ognuno di noi tiene un rasoio serrato.

(Robert Lowell)

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