TRASMISSIONI DAL FARO- Anna Maria Farabbi: Aldo Capitini filosofo, politico, antifascista, poeta, Gandhi italiano, maestro della nonviolenza.

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Oggi, 19 ottobre 2019, giorno della sua morte (Perugia 23/12/1899 – Perugia 19/10/1968) ne ricordo la potenza e l’attualità, proponendo la trascrizione di una mia conferenza tenutasi presso

l’Università degli Stranieri, sala Goldoni, il 17 novembre 2016 assieme ai relatori: Lanfranco Binni, Walter Cremonte, Patrizia Sargentini. Necessariamente, ho dovuto apporre delle correzioni al testo originale: nella conferenza annunciavo l’immediata pubblicazione della mia intervista a Adriana Croci, autorizzata da lei stessa con soddisfatta gioia e consapevolezza della sua imminente morte. Purtroppo, all’ultimo momento e inspiegabilmente, le eredi hanno impedito la sua realizzazione.

Vorrei creare qui, attraverso la mia parola, un ponte sensoriale su ciò che per me è poesia in Aldo Capitini, portando cose e fatti della mia pratica nella condivisione del suo pensiero. 

Per rispettare la necessità della sintesi, individuo tre fili della mia narrazione:  la mia riconoscenza a Adriana Croci; essenzialità del canto di Capitini e un progetto realizzato con gli ospiti della comunità terapeutica di Torre Certalda, situata nella spina dorsale dell’appenino umbro, nel comune di Umbertide, esperienza che rigenera e recupera il significato quotidiano politico della marcia della pace, spogliandolo da qualunque strumentalizzazione e innocuo simbolismo.   

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La mia riconoscenza a Adriana Croci

Comincio da questo nome e cognome perché abbiamo bisogno di nominare individui e opere che rendano vitalità, contemporaneità,  al lavoro di Aldo Capitini, pur mantenendo una loro identità. Penso al processo terribile delle frane dentro cui tutto cade in una confusione mortifera: una delle possibilità di prevenzione per nutrire la viva saldezza del terreno è quella di piantare alberi. Le radici fortificano, compongono reti tensive. Dunque, abbiamo necessità di indicare nomi e cognomi e opere per costituire una rete tensiva contro la frana culturale, sociale, politica attuale. E, nella scia del maestro, portare concretamente  testimonianze. Adriana Croci è una di queste. Mi emoziona pronunciare il suo nome. La indico non solo perché è morta l’11 settembre scorso e, quasi contemporaneamente, nel momento in cui si stava organizzando questo incontro, ma per il suo contributo coerente e costante alla pratica capitiniana. 

E’ qui in compresenza. 

Pochi schizzi del suo ritratto per coglierla: prima consigliera comunale donna a Corciano nel 1981, storica direttrice didattica: il suo impegno per gli ultimi, in particolare per i portatori di handicap, per i quali si è quotidianamente spesa in una prospettiva di scuola inclusiva, dove le diversità fossero riconosciute risorse, opportunità di crescita comuni, ricchezza e patrimonio condiviso.  

Avrebbe dovuto uscire nel 2018, per la casa editrice Terra d’Ulivi, nella collana  “Signature” da me diretta, il suo testamento intellettuale attraverso la trascrizione di una nostra conversazione, lavorata dal 28 giugno al 4 Luglio scorso, a solo due mesi dalla morte. Con voce limpida, consapevole, autorevole, sofferta e dignitosa, Croce ha ricordato il tracciato fondamentale della sua vita portando bellezza significativa. Offro qui l’estrazione di alcuni occhielli fosforescenti:

Nessuno si esaurisce nei limiti che ha: è un concetto straordinario di apertura ai diversi, alle difficoltà, all’impotenza, alla vecchiaia….

Ricordo (si riferisce alla sua assistenza al capezzale del maestro prima della sua morte) per esempio quando Aldo Capitini si risvegliava dal dolore, e io gli prendevo la mano: professore, sono momenti che passano, ora si sente male, ma poi passerà – dicevo questo con la consapevolezza di usare una frase banale, poi aggiunsi: nessuno si esaurisce nei limiti che ha. Lui mi guardò dicendo: Che bella cosa che hai detto! Come hai fatto a pensarla così!

Io? Io? …professore…è lei che lo ha insegnato a me.

Considera Anna questa reciprocità che è fondo del fondamento. Educazione allo scambio di saperi.

Quando si adoperano le parole di Capitini bisognerebbe avere l’umiltà di studiarle, di confrontarle, viverle, poiché non sono invenzioni ma costruzioni contemporaneamente filosofiche, estetiche, religiose, dentro cui vive tutto, la stessa visione della vita non pacifica. Il perno di questa visione non è l’io ma la possibilità di condividere con il tu in una libertà più ampia.

Che la libertà si ingrandisca. 

Capitini non è un pacifista ma un costruttore di pace.

Capitini è concreto.

Ho incontrato Capitini nel ’66 e da allora non l’ho mai perduto. Ho lavorato con lui due anni e, da allora, ancora continuo a lavorare con Capitini, non per Capitini.

Non ho una disposizione imitativa nei suoi confronti, lo sento piuttosto come regolatore. Per comprendere che cosa intendo, ripensa Anna a quella frase che ti ho citato inizialmente: Io di te mi fido. Non è uno scherzo. E’ la fine del mondo. Chi riceve un dono del genere non può che cambiargli la vita. Io che non sono una persona ricca, nel senso comune del termine, mi sento e sono una ricca.

                         Tre affondi nella poesia di Aldo Capitini

Individuo per ragioni di brevità solo tre toppe di serratura per la chiave poetica di Aldo Captiini. 

  1. Il bulbo poetico di Aldo Capitini è “Taccuino”: quadernino ritagliato da fogli di carta a protocollo quadrettati e primitivamente legato con uno spago nel quale aveva scritto per gli amici il suo “credo”. La data della sua redazione risale probabilmente alla metà degli anni ‘30. Fu pubblicato il 27 ottobre 1968 nell’inserto “Libri” di “Paese Sera”. Ne estraggo alcuni tuorli, veri e propri riferimenti assiali esistenziali e etici. Da questi si può partire per intuire l’energia nitida del pensiero e della prassi capitiniana. 

 

  1. Credo nella forza della coscienza, nel mio lavoro, nei miei e diritti qui sulla terra.
  2. Quando sono cresciuto e ho conosciuto il mondo, ho visto che c’era qualche cosa che dovevo fare anch’io. Bisogna che mi migliori e sia diverso da violenti e dagli egoisti.
  3. Per questo lavoro e questa gioia dell’anima ho bisogno anche degli altri, ho bisogno della socialità. Conoscerò le idee e le esperienze dei tempi passati e presenti, e in buona fede cercherò il meglio. Ascolterò e parlerò.

 

  1.  “Atti della presenza aperta”, uscito nel 1943 da Sansoni e messo all’indice da Papa XII, è la prima impronta digitale di Aldo Capitini per qualità compiuta di poesia.

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Entro nel titolo. Avrebbe dovuto essere “Canti”, poi Capitini risolve, secondo me felicemente, togliendo qualsiasi prevedibilità, con questa relazione di parole che non annunciano una natura lirica, ma una vera e propria stesura in prosa. Atti  ha in sé una matrice dinamica, in/segna immediatamente, malgrado la sua grafia secca, breve, fredda, una forza agente, un’entità in azione. Presenza è una cellula lessicale perno per Capitini: annulla definitivamente ogni categoria dicotomica spazio-temporale, così ossessiva nell’occidente. Non ci sono due sponde separate tra passato e futuro ma confluenza agente e agita di creature e creato, persone e opere nel qui e ora. Sorge radiante e radiosa la fluvialità del tutto e del tutti. Aperta è sostanza di pensiero che sfonda barriere architettoniche sociali, razziali, esistenziali. Non concepisce muro, non per romantica idealizzazione, ma per realistica convinzione che le radici delle divisioni vivono invisibilmente e che la meta ambita è persuadere l’umanità verso una civile convivenza di differenze.  

In “Atti della presenza aperta”, la critica letteraria  ha riconosciuto un impasto liturgico di endecasillabi, settenari e versi sciolti. Più profondamente, vengono incise sul foglio gittate continue di significato, segmenti tensivi impegnati l’uno nell’altro. Si accendono a raggera dinamiche verso interiori e corali  responsabilità. Suonano in ritmo lirico significante e significato sotto la pelle dell’apparente prosa. Qui sta l’ energia dell’opera e la sua contemporaneità. Cito un solo verso:

 

Se canterai fa che tu sia tutto il canto.

Abitiamolo lentamente. Inizia con se: con una minima cellula condizionale. Capitini pone la possibile soglia del viaggio individuale, propone intensamente, intimamente, la possibilità di accogliere e praticare una scelta. Se canterai… se tu scegli di cantare, se assumi in te eticamente  il canto, se accogli questa vitalità, fa. Ecco qui Capitini, nella sua mitezza, pianta un imperativo canicolare, senza ombre, un imperativo di necessità lampante.  Fa che tu sia tutto canto. Questo è il centro atomico, secondo me, il fulcro della poetica capitiniana: credere in una corporeità del canto integrale, in una poesia organica così come la definisco io, in cui canto è fare di ogni giorno, scelta comportamentale, pensiero, verso, quotidiana oralità biologica della persona. Espressione civile, politica, artistica che si modula appunto in canto. La poesia, quindi, acquista una permanenza rivoluzionaria, ben al di là delle categorie cartacee letterarie, spesso carrieristiche e autoreferenziali. 

“Colloquio Corale” viene pubblicato nel 1956. E’ il capolavoro di Aldo Capitini dentro cui vive tutto. Di questa opera voglio porre attenzione solo su due prospettive: la sua architettura e un suo verso. Capitini concepì, con rigore di dettagli, i modi di esecuzione di questa opera, pensando, appunto, a un’orale organizzazione compositiva. Rimando all’antologia delle liriche di Aldo Capitini a cura di Luisa Schippa con saggio introduttivo di Patrizia Sargentini.  A pagina 68 e 69, viene riportato il disegno dispositivo dentro cui avrebbe dovuto accadere il canto. Non si tratta quindi di poesia tra inchiostro e carta, ma di una liricità biologica in cui individui disposti in una certo modo significativo, innestati l’uno nell’altro, creano una sorgenza cantabile di ritmo. Non è una rappresentazione fine a sé stessa, ma una creazione che toglie la mediazione del simbolo. Una nascita del canto concreta e potente. 

Cogliamo questo occhiello lirico seminale. 

La mente visti i limiti della vita si stupisce della mia costanza di innamorato.  La condizione di innamoramento è una postura esistenziale verso il creato e le creature tutte, ripeto tutte, priva di incantamento e retorica, mancante di sentimentalismo edulcorato. La natura di questa disposizione è  una tenacia ostinata, un’esperienza autobiografica in atto in cui si pratica limpidamente la fiducia dialogante verso il tu, mirando alla coralità condivisa del noi. Il battito cardiaco della gioia, gioia che non è felicità vacua e vaneggiante, segna l’identità di Aldo Capitini, distinguendolo dai suoi compagni di vicinanza: Carlo Michelstaedter, Scipio Slataper, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Piero Jahier.

Il mio fare capitiniano

Credo che Aldo Capitini sia poeta. 

Credo che la sua opera in poesia non sia a margine ma costituisca il vertice di un raggiungimento espressivo inclusivo di tutto, comprensivo del pensiero e della sua quotidiana prassi.

Credo che ci siano chiarissimi motivi per cui la poesia di Capitini non sia inserita in antologie letterarie e scolastiche: si fatica, si rinuncia,  si legittima ormai una poesia di bellezza lirica fine a sé stessa e non inclusiva, innocua, non irruente verso un sistema letterario controllabile, melodioso, speculare al sistema sociale e governativo. 

Credo che l’energia rivoluzionaria di Capitini sia quella di concepire l’interezza della poesia nella prassi quotidiana del poeta stesso.  La sua creatività orale esperisce la poesia prima ancora del suo farsi scrittura. Il poeta agisce nel senso che scende da una separata torre d’avorio e vive la terra la strada la città il tu in un canto di ogni giorno. In una parola flessa e modulata a tutti, anche ai carenti di umanità, coloro che, intrisi di sofferenza,  come li nomina Capitini, vengono emarginati e esiliati dalla società.

28.

Finalmente sei con gli annullati nel mondo.

Vicino sempre a chi è indifeso, anche se sembri lontano.

Stai col tragico di chi si ritira, non avendo. 

Porti il tuo animo negli abissi che sostengono la città.

Ad ogni morte di animali soli sulla terra.

30.

Sarai sempre alle terre periferiche dove è l’uomo più misero; si alzano davanti a te volti e occhi di negri, di gialli.

da Atti della presenza aperta

 

In questo senso, anche in questo senso, lavoro nell’esperienza del canto: nelle carceri, in luoghi di sofferenza dentro cui il gravissimo handicap psichico, istituti di anoressia e altri disturbi alimentari, con sordi e ciechi, anziani.

Offro la creazione di questa mostra che è un tappeto costituito  da impronte di mani e piedi, segni e disegni, coperti di scrittura intima   dagli ospiti della comunità di Torre Certalda Umbertide (Perugia) per la Cooperativa Asad. Giace in terra, perché è appunto un tappeto. E nella Sala Goldoni dell’Università di Perugia, dentro cui hanno insegnato i maestri Walter Binni e Aldo Capitini, costituisce il suo punto luce. La testimonianza di un fare cantato di democrazia dal basso.

 

Anna Maria Farabbi    

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