T9 – Poesia materialista: Paolo Gera e Emanuele Andrea Spano a proposito di “La casa bianca”

jamie heiden

 

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Paolo Gera e Emanuele Andrea Spano, discorrono, prima in astratto e poi in concreto, di “La casa bianca” di E.A. Spano, puntoacapo, 2018

 

“C’era un vecchio quadrivio a Novi Ligure/ove ogni notte stazionava un Lèmure/che, non avendo spiccioli da spendere/le sigarette si faceva accendere/dai nottambuli, rari a Novi Ligure.” (Gian Carlo Cabella)

 

Per la seconda volta torno su questo rubrica a confrontarmi con i luoghi dove sono nato e ho vissuto adolescenza e parte della giovinezza. Se il mese scorso il T9 era dedicato al confronto con un poeta novese della mia generazione, Mauro Ferrari, questa volta l’incontro è con Emanuele Andrea Spano, che a Novi Ligure è nato qualche decennio più avanti, esattamente nel 1983. Nel settembre 2018 Spano ha pubblicato la sua prima prova poetica, che mi ha donato nell’Aprile di quest’anno, a Genova. La sua concisa raccolta mi ha impressionato perché Spano guarda dentro se stesso in maniera spietatamente sincera e lo stile ha una secchezza e un giungere al nodo senza orpelli retorici, che testimonia, oltre alle doti naturali, il suo lungo passato di studio e di ricerca su altri poeti. 

Si parte sempre con delle aspettative che spesso non vengono rispettate: mi guardo intorno, tra i panorami di desolazione evocati da Spano, ma non riesco a riconoscere la cittadina da cui partii vari anni fa in cerca di lavoro e di amore (là nemmeno a parlarne). In effetti mi stranisco per un po’ nel gioco del riconoscimento, sino a quando comprendo che i luoghi conosciuti, gli edifici, le strade li troverò solo alla fine del percorso di scrittura e che la casa bianca di cui parla Spano è una cummensa pugliese: “e resta la pietra nuda a confine/del cielo, come la cummensa/che spacca l’azzurro dentro l’estate” (Il bianco dei muri, p. 25, vv.9-11). La cummensa è il correlativo oggettivo precipuo della raccolta, l’omen architettonico, lo stop psicologico e artistico che pone le domande esistenziali più pressanti. Non si tratta soltanto di un’evocazione esteriore, di una metafora passeggera: nella casa si entra e si ispezionano le stanze, i muri, gli specchi e le cornici, in modo tale che la pagina bianca esteriore, la delimitazione esterna, possa essere ritrovata nell’usura e nella dismissione negli interni quotidiani, un tempo agiti. Casa del doganiere, “wicked house” alla Lovecraft, la casa del nespolo dei Malavoglia. E l’invio al macero di ogni buona intenzione gozzaniana.

Ma prima della casa bianca c’è l’ultima casa, il cimitero ed è da qui che Spano parte, in una specie di Spoon River ridotto al grado zero, di collina spogliata da ogni racconto e da ogni riscatto: “Sono ancora lì i tuoi fratellini/mancati al battesimo della carne, in fila dentro le loro scatole, il ragazzo inghiottito dalla strada/ il bambino appeso a una corda, i tanti dai cognomi tutti uguali/sgranati lungo il selciato come/un rosario.” (Il bianco dei muri, p.16, vv.1-8). 

La poesia di Spano non si iscrive al registro foscoliano della religione delle illusioni, ma è pura e fattuale riesumazione: quando l’ufficio comunale preposto ci chiama per essere presenti all’estrazione dalle bare degli amabili resti dei congiunti più lontani nel tempo, noi ci aspettiamo che possa uscirne un legame, un ricordo, un resto che significhi. Non troviamo altro, come si sa, che ossa e polvere, le tracce anonime del vuoto. C’è una distanza cronologica che diventa antropologica, perché un tempo esistevano rituali apotropaici che provavano ad alleviare il salto nel buio “e ora non c’è che qualche rosario/fluorescente, di quelli da mercato/cinese, per pellegrini in saldo (…) (Il male nei muri, p.28, vv. 8-10).

Il tema della ‘vanitas’, al contrario della poesia barocca da cui deriva, si articola qui non in un gioco ridondante di metafore, ma in versi scarni, essenziali, in una ricerca lessicale che vuole ridursi all’osso per trovare parole che realmente possano significare la prevalenza della morte: bordo, scala, calce, polvere. Yorick non potrebbe nemmeno più raccontare la sua storia attraverso la rievocazione di Amleto: sarebbe un semplice teschio senza possibilità di identificazione. E il richiamo della terra azzera la contrapposizione tra popolo dei vivi e dei morti studiata da Elias Canetti: “finché la vita non seppellisca/la morte, o morte e vita non siano/una cosa sola, una resa muta alla terra.” (Il bianco dei muri, p.18, vv.12-14). Se vengono evocati i progenitori, questi non hanno spazio per un ritratto biografico ben scandito, ma ritornano in brevi apparizioni come spettri, legati non all’espansione della vita, ma alla restrizione della malattia e al punto della morte: “Se ne sono andati entrambi in un letto/d’ospedale – come tanti – lui giallo/ per il pancreas impazzito, lei/ dietro un vetro, senza più parole,/ calva, i capelli lasciati in pegno/a germogliare altra vita altre voci/ domani.” (Le mura di famiglia I, p.29, vv.9-15).

Guardare in faccia il vero non ammette sconti, ma è propria questa spietatezza senza consolazione che fa apprezzare la poesia di Spano. Come non ricordare i versi iniziali dell’operetta morale di Leopardi? “Sola nel mondo eterna, a cui si volve/ Ogni creata cosa,/In te, morte, si posa/Nostra ignuda natura;” ( Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, vv.1-4). Nella poesia materialista di Spano, quella che lui chiama “la disciplina della pietra”, i personaggi sono figurine lontane in fondo alla scena e sulla ribalta, come se l’esplosione di una bomba al neutrone avesse spazzato via gli uomini, il ruolo dei protagonisti è rivendicato fenomenologicamente dalle case, dai palazzi, dalle mura intonacate e bianche, dalle periferie dimenticate. Un panorama di Sironi, piuttosto che una piazza metafisica di De Chirico.

Ritrovo infine i luoghi della mia città, lo spalto dove bambino attendevo mio padre, operaio della Novi, di ritorno dal lavoro, con un piccolo carico di dolci, ma non di dolcezza; la via dove andavo a studiare da un’amica bellissima, a cui non sono mai riuscito a rivelare la mia passione. Per Spano, in una inversione straniante, ma del tutto comprensibile, è lì che si avverte più forte lo sradicamento, è lì che avviene l’identificazione con l’Altrove. Come potrei non essere d’accordo? E dialogo con lui” (…di come/ la città racconti altre vite a chi/ impara il respiro del cemento, /la solitudine bianca degli incroci, / il farsi asfalto dell’erba nelle aiuole.” (Altrove, p. 43, vv. 5-9).

Il colloquio non vuole chiudersi però attraverso la pura relazione tra lo scrittore e il lettore. Ho deciso, in accordo con l’autore, di riportare una conversazione da noi condotta su whatsapp: deciderete voi se sia per alleggerire attraverso questo strumento gli argomenti eccezionalmente seri della poesia o se piuttosto per raddoppiarne l’effetto, visto che le chat on line sono le nuove regine della vanitas, del dissolvimento, dell’impermanenza.

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jamie heiden

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Paolo:- Tu arrivi dall’altra parte della barricata: sei saggista, hai studiato attentamente l’opera di Parronchi, hai curato con Ferrari e Guarracino il fiore della poesia italiana i contemporanei…qual è stata la motivazione profonda che ti ha spinto a diventare autore?

Emanuele:- Grazie intanto per il saggista, è un grande complimento per me. Posso dire che non ho scelto di diventare autore ma per me la poesia era un linguaggio naturale anche se ero un po’ restio a pubblicare le mie cose. Credo comunque che a unire le due cose sia l’amore per il linguaggio poetico.

Paolo:- Mi viene allora spontaneo chiedere quali sono più di altri gli scrittori che hai masticato, digerito e metabolizzato e che sono presenti con la loro ascendenza in “La casa bianca”…

Emanuele:- Sicuramente tanto Sereni e Luzi a cui mi sono accostato in modo e tempi diversi sicuramente anche Raboni che ho molto amato e poi anche scrittori come Pavese che sono stati la base della mia formazione.

Paolo:- I tuoi versi mi hanno colpito e affondato…vi ho trovato uno straordinario lavoro sul dolore, la forza di affrontare il tema della morte con spietata lucidità e soprattutto poco soggettivismo, ma la capacità di trasformare i dati biografici in quadri universali che possono essere condivisi…e poi il grande valore dato agli oggetti, alle cose, prima e dopo gli uomini…mi sembra di poter parlare di poesia materialista…

Emanuele:- Sono tutti grandi complimenti per me. La paura che avevo di più era quella di risultare autoreferenziale perché partivo dal mio personale dolore. Certo gli oggetti e i luoghi hanno un valore fondamentale e sono per me quasi testimoni muti di qualcosa…

Paolo:- Nelle tue poesie gli specchi sono coperti…grande merito in questa epica di spietato narcisismo.

Epoca.

Emanuele:- È vero sono coperti seguendo un’usanza del sud dove i morti muoiono in casa e restano ancora qualche ora nella loro camera, ma gli specchi devono essere coperti

Paolo:- Ho trovato ne la Casa bianca parole che ritornano e che rivestono a mio parere un significato particolare…calce, intonaco…

Emanuele:- Certo è il bianco in verità ad avere un grande valore come colore ambivalente che rappresenta vita e morte allo stesso tempo e poi ci sono i muri e la pietra che sono un confine da una parte dall’altra rispondono all’esigenza di avere un luogo, un’identità

Paolo:- Scala, margine…

Emanuele:- Sempre in quell’ottica l’idea di una possibile salvezza di una ascesa e al tempo stesso un confine incerti

Incerti

Incerto

Paolo:- Ultima: polvere…

Emanuele:- La polvere  ha molto a che fare con la polvere, ma anche simbolicamente il segno del tempo che passa e logora le cose

Paolo:- Chiedi alla polvere…

Emanuele:- Eh sì Fante ho molto amato quel libro

 

La chat si è svolta il 21 ottobre 2019 dalle 14.30 alle 15.03.

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jamie heiden

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Il bianco dei muri

 

1.

 

Rifare l’intonaco una volta l’anno,
che la superficie sia liscia, intatta,
senza un segno che racconti l’usura
o la morte che s’annida dentro.
Ma l’inganno non tiene se la collina
si slabbra, se si gonfiano d’acqua
i muri, se le crepe squarciano
la calce e il bianco non è più bianco
e resta la pietra nuda a confine
del cielo, come la cummersa
che spacca l’azzurro dentro l’estate.

 

2.

 

Per rifare l’intonaco dentro
si aspetta che qualcuno muoia
per lavare la malattia dai muri,
rinfrescare le pareti, stanare
la muffa che sale dal pozzo chiuso,
quello murato sotto la camera
che ho scoperto troppo tardi.

 

*

 

Avevamo discusso a lungo se
demolire gli scalini che si perdono
nel vuoto del cartongesso,
se scorticare la volta dalla calce
o aprire la nicchia del comò fino
alla luce fredda della finestrella,
se fare spazio allo spazio, costretto
tra gli angoli e le curve della stanza,
ingolfato di foto, di bomboniere
lasciate alla polvere del tempo, erose
dal tarlo che spacca il legno dell’armadio.
Come se esistesse una mappa, una traccia
da seguire oltre la morte, una geografia
degli affetti da consegnare alla casa.

 

Da La casa bianca di Emanuele Andrea Spano, pp.25-26.

 

 

E.A. Spano, La casa bianca – puntoacapo Editrice 2018

2 thoughts on “T9 – Poesia materialista: Paolo Gera e Emanuele Andrea Spano a proposito di “La casa bianca”

  1. Sono parole intense ed importanti, sia quelle con cui discorrete, sia quelle dei versi qui riportati. Mi piace questa maniera comunque leggera, quasi impalpabile di sfiorare temi durissimi antichi come il mondo. In un tempo come il nostro dove conta apparire, essere al sommo supremo, essere tanto, è bene, è resistenza porgere tra le mani una dissoluzione che non fa paura, perché niente passa del tutto se c’è chi sa raccogliere anche la polvere e costruire ancora.

  2. Spero che stavolta non si volatizzi ancora l’intervento… in tema con il disfarsi di certi versi. Mi è piaciuta, dicevo, la leggerezza rispettosa con cui avete discorso tra voi e nei versi di un tema così difficile -durissimo e antico, ripetuto e ripetuto. Con tanta semplicità, immediatezza, senza ripetizioni retoriche, nonostante l’eterna ripetizione del tema. Miracolo di un’onestà intima che osa mostrarsi. Ritengo inoltre che, in un tempo che dà priorità all’apparire sgargiante, all’essere in cima, alla cancellazione del fragile, sia bene e sia resistere sapere porgere le mani con lacerti di cose e di persone e di sé, per farne testimonianza viva e costruzione nuova di futuro nella continuità.

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