IL REALE E IL VERO- Alex Ragazzini : breve nota su “Il bene morale” di Maria Grazia Calandrone

vanessa beecroft- santa maria dello spasimo 2008

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Non vi è nulla di superfluo, sovrabbondante, nella poesia de Il bene morale di Maria Grazia Calandrone, pur essendo una scrittura poetica intimamente legata alle argomentazioni della prosa; inoltre il suono alla lettura si rivela da subito legato alla parola che segue la parola, al discorso, e quindi questa scrittura poetica evidenzia comunque il proprio scarto dalla prosa per il tono, il respiro, mantenendone le argomentazioni. È una lettura assolutamente sorprendente, nessun superfluo, eppure una scrittura omnicomprensiva, che si direbbe mondo.
E nulla manca, corpo, persone, cose, animali: una franca religiosità del reale – e il reale ci sorprende sempre. Insettini (che ci ricordano Lorca), pere, omeri, «non la rosa/ ma il canto/ di una cosa.», stendardo, capre, mufloni, vittima: «…e salga/fra le alte stelle erose».
Se per Amelia Rosselli si è spesso parlato di “lapsus” di “corto circuiti sintattici”, per la poesia di Maria Grazia Calandrone vorrei qui proporre l’ipotesi di “corto circuiti di coscienza”, dove il flusso di coscienza narrativo salta un passo, oppure scarta di lato, e ci sorprende; ed in questo ci mantiene nella poesia della scoperta, della condivisione per scambio di impressioni con l’autrice. Il linguaggio, la parola, acquistano sostanza nei periodi di tensione del reale: e si attivano dei “campi di tensione” interni ai testi.
Certo che il reale è presente nei versi de Il bene morale, anche descritti con i nomi delle cose (i sostantivi esatti) e sono presenti gli eventi precisi (tra i più terribili dei nostri tempi e di un passato prossimo); ma non c’è una semplice pedissequa rappresentazione, anzi prevale una vista aerea dall’alto, con le puntate acute che definiscono meglio l’ambiente della singola rappresentazione, del singolo testo: ne consegue un insieme omogeneo di oggettivazione della coscienza umana contemporanea.
Poesia e prosa qui parlano la stessa lingua, ma la usano in modo diverso, ed entrambe non dicono il falso. Il bene morale è un libro in cui convivono coscientemente il dolore e la speranza per l’uomo. Riportiamo almeno:

 

Elevazione della vittima nel suo fiore finale

Osserva la struttura di lei che sboccia
andando per una sola volta da radice a fiore
e dice io non capisco il tempo ma ora so
quanto sia duro e definitivo il fiorire
e dice: io ti porto
come si porta uno stendardo finale
e dice: io vedo
come negli spalancamenti tu non somigli
a niente, nemmeno a quello
che tornava da me
con un capo di sangue
e tornava lo spreco della sua bocca
che era stata formata
per essere sprecata
nei lamenti d’amore
e il misero splendente occhio lo diffondeva
come una partitura senza dolore
e dice: adesso
fai del mio biancore quello che vuoi,
lascia che tutto il dilapidarsi
della mia compassione sia ristretto in un’unica stanza di pietra serena
sotto la gloriosa ingiuria del sole, lascia che io mi paragoni
al tuo essere illeso
e mi trovi per ciò con una selce piatta
e scavata da un astro polare,
lascia che io contenga i filamenti
con una segretezza reale
e lascia che la consistenza del mio corpo sfumi
in un vociare di capre e di mufloni e salga
fra le alte stelle erose
con la faccia colata nel bronzo come un giacinto d’acqua, un’isola
del ferro, di carbonio e di rose
dure come proiettili,
lascia che il sasso esprima le sue voci umane,
lascia che il graffio sulla pietra torni
a urlare al predatore e alla sua ombra sulla superficie della terra: lasciami!
vivere, lascia il mio sangue
vivere, lasciami immersa
con boccioli di sangue senza dogma
nell’impassibile nudità del mare,
lasciami dove siamo cominciati
e nel nostro fine: il rumore di acqua sull’acciaio
che sono stata, niente
di più leggero,
fai che i miei resti siano tuoi strumenti di salvezza.

Roma, 27 gennaio 2011

Maria Grazia Calandrone, Il bene morale– Crocetti Editore, 2017
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Alex Ragazzini

 

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