Autobiografia di una femminista distratta -lettura di Laura Bertolotti

kellen hatanaka

 

Kellen Hatanaka-abcwork8
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Ho mantenuto (in tempi quasi brevi!) la mia promessa: ho letto Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit. Confesso di averla accostata con una discreta titubanza e di essermi poi liberata da ogni remora. Temevo una narrazione di memorie con digressioni teoriche, invece ho trovato un racconto quietamente emozionale. Ragion per cui non saprei dire se la mia lettura sia stata sufficientemente critica ma, valendomi della libertà che sempre esercito in questo (mio) ambiente, convengo di averne fatto una lettura, a mia volta, emozionale. Perché è il racconto di una vita, senza rigore cronologico, punteggiato piuttosto dagli incontri, dai libri, dai luoghi e dalle esperienze fondamentali che l’hanno reso qual è, regolato dagli affetti, nel senso più ampio del termine.

Ecco come sono fatti i ricordi, restano quelli che hanno segnato il nostro percorso, gli altri scompaiono anche se sono importanti, anche se ci abbiamo perso tanto tempo. Meglio così, viaggiare leggeri, andare sempre avanti fa stare meglio. (pag. 122)
Recentemente avevo letto, restandone profondamente delusa, Via Ripetta 155, di Clara Sereni, trovandolo amaro e contradditorio, se paragonato a Casalinghitudine, un’operazione di scrittura assimilabile al gesto di – togliersi un sassolino dalla scarpa – insomma spiacevole.
Niente di tutto questo nell’autobiografia di Lepetit che, senza enfasi e senza preoccuparsi di ricordare tutte e tutti, rende omaggio alle autrici che ha incontrato, pubblicato e amato. E poi alle sue collaboratrici, alle amiche, a Carla Lonzi, di cui dice:
Non posso far altro che definire la mia conoscenza di Carla Lonzi come l’incontro che ha cambiato la mia vita. (pag. 58)
 
Di Lepetit è nota la sua storica casa editrice La Tartaruga, che ha pubblicato libri di donne dal 1975 al 1997, a volte assolutamente inediti come Le tre ghinee di Virginia Woolf, o l’autobiografia di Gertrude Stein, tradotta da Fernanda Pivano e rifiutata da Einaudi. Diventata una pietra miliare della diffusione del pensiero e della letteratura femminile e femminista, con i suoi duecentosettasei libri pubblicati, in questo suo testo appare come una donna che fa tesoro del passato e offre del tempo trascorso e che le rimane, una prospettiva insolita e realistica.
E’ una stagione che ha le sue peculiarità, ancora da capire. Mi viene da pensare che sia simile all’adolescenza, un tempo di attesa di qualcosa che non si conosce. Nell’adolescenza era l’attesa della vita, nella vecchiaia l’attesa della morte, un altro cambiamento, un territorio ignoto dove inoltrarsi senza sapere nemmeno quando e come. (pag. 9)
E ancora:
Che differenza c’è tra l’essere giovani e l’essere vecchi? Una sicuramente l’ho trovata. Si tratta del tempo. Quando si è giovani il tempo pare senza fine, lunghissimo, praticamente infinito, alla mia età so bene che il tempo sarà breve, ma è pur sempre un tempo. (pag. 23)
Un soffio d’aria pura il suo messaggio alle donne, nei confronti della figura materna, continuamente sezionata e chiamata in causa.

[…] per colpa della psicanalisi e dintorni e di tutti i manuali e i consiglieri e gli studiosi, il concetto di maternità è diventato oscuro e difficile […] la mamma, centro di ogni virtù, responsabile di ogni sciagura, priva di pecche e peccati, disponibile, irraggiungibile, sempre in casa, sempre al lavoro, eternamente afflitta da sensi di colpa, amabile, odiabile […] è diventata così ingombrante che non c’è nessuna ricicleria pronta ad accoglierla. (pag.41)
Persino l’autocoscienza, bandiera della pratica femminista e barriera per chi ne era esclusa, diventa esperienza facilmente condivisibile.
Ci si trovava tutti i giovedì verso le sei del pomeriggio, all’inizio a casa di Carla e poi anche in altre case a turno, e ci si sedeva in cerchio a parlare. Parlare di sé, raccontare sensazioni, confrontare esperienze senza riguardo a età, classe o condizione sociale. L’essere donna formava il substrato comune, rivelava più somiglianze che differenze  […] Dopo le riunioni […] si andava tutte insieme a mangiare una pizza nella stessa pizzeria sotto casa. (pag.60)
Lepetit sostiene essere La Tartaruga la sua opera principale, e di aver scritto di sé non avendo idea  da dove cominciare, ma esorta tutte le donne a scrivere, senza preoccuparsi di dover necessariamente dire qualcosa, piuttosto, riferendosi alla sua esperienza, narrare dettagli come:
Un cartoccio di pesce, un pavone nel lago, un lavandino pieno di piatti sporchi. Raccontiamoci le nostre storie per non vivere di riflesso […] pag. 121)
Nelle sue pagine non ho colto rimpianti,  solo un leggero sottolineare:
[…] i titoli del catalogo della Tartaruga sbucano come narcisi a primavera nei cataloghi di tanti editori. Che vuol dire? Che i libri di qualità vivono a lungo?
Forse che sono stata brava, ma nessuno lo dice. (pag. 78)
 

Sei stata brava, te lo riconosciamo noi, le tue lettrici.

Laura Bertolotti

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cover libro laura lepetit

Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta– Nottetempo 2016.
*
I testi citati
Via Ripetta 155, Clara Sereni, Giunti 2015.
Casalinghitudine, Clara Sereni, Einaudi 1987.
Le tre ghinee (Three Guineas, traduz, di A. Bottini),  Virginia Woolf, La Tartaruga 1975.
Autobiografia per tutti (Everybody Autobiography, traduz. di Fernanda Pivano), Gertrude Stein, La Tartaruga 1976.
 
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