LO SPLENDORE E L’OMBRA DELL’AMORE. Per una nuova educazione ai sentimenti -Raccolta a cura di Loredana Magazzeni

mohammad maqbool baba- poems are migratory birds

Flyway-conservation+maim-page

 

Questa piccola silloge di poesie sui sentimenti e le emozioni, che ho raccolto da amici e amiche poeti, fa parte di una lettura da me organizzata in occasione del Festival La violenza illustrata, della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. In quell’occasione, riflettemmo sull’importanza di tornare a dire e declinare i sentimenti, dando loro volto e parola, tornando ad essere empatici ed educandoci all’empatia.
La lettura si svolse presso Lortica Garden Wine di via Mascarella 26, a Bologna, il 22 novembre del 2014, e si intitolava “Per una nuova educazione sentimentale”. Anche questo ci sembrava il punto di partenza per ogni forma di lotta alla violenza contro le donne: riformulare una grammatica dei sentimenti.
Nuove furono le poesie in cui i poeti raccontavano della futura nascita di un figlio o della morte del padre o della malattia di una sorella o di quella del compagno di vita, il poeta Gregorio Scalise, come nelle poesie di Michela Turra. Altre provenivano da laboratori del Gruppo ’98 poesia, che avevano a tema la madre o il senso del vuoto nelle relazioni sentimentali. Ecco, in apertura, il contributo di Paola Elia Cimatti: due brani saggistici su amore e possesso, attinti dalle parole di due scrittrici-filosofe, Etty Illesum e Luce Irigaray. Nel tempo, alle poesie iniziali si sono aggiunti i contributi di altri poeti. Nelle scuole ogni giorno si fa educazione ai sentimenti e all’affettività. È da qui che bisogna ripartire. Buona lettura.

Loredana Magazzeni

mohammad maqbool baba

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Paola Elia Cimatti

Amore non possessivo

Esaurita. Mi costava un’enorme quantità di energia. Mentre studiavo Lermontov, dietro la sua testa spuntava sempre quella di S., avrei voluto rivolgermi a quel caro viso, parlargli e accarezzarlo, non riuscivo a lavorare…È passato molto tempo da allora, è già tutto un po’ diverso. Il suo volto c’è ancora, mentre lavoro, ma non mi distrae più, è diventato come un paesaggio amato e familiare che sta sullo sfondo…
E così ho toccato un punto importante… Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. La cosa era più difficile quando si trattava di un paesaggio intero, ma il sentimento era identico. Ero troppo sensuale, vorrei quasi dire troppo “possessiva”: provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere. È per questo che sentivo sempre quel doloroso, insaziabile desiderio, quella nostalgia per qualcosa che mi appariva irraggiungibile, nostalgia che chiamavo allora “impulso creativo”.
Allora, la bellezza mi faceva soffrire e non sapevo che farmene, di quel dolore. Allora sentivo il bisogno di scrivere o di far poesie, ma le parole non mi volevano mai venire. E mi sentivo terribilmente infelice. In fondo io mi ubriacavo di un paesaggio simile, e poi mi ritrovavo del tutto esaurita. Mi costava un’enorme quantità di energia. Ma, solo pochi giorni fa, ho reagito diversamente. Ho accettato con gioia la bellezza e ho goduto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo, ma in modo, per così dire, “oggettivo”. Non volevo più “possederlo”. Sono tornata a casa rinvigorita, al mio lavoro.
E così è con S… Mentre facevamo la lotta, avevo sentito di nuovo la suggestione del suo grosso corpo attraente. E poi, quando mi ero seduta di fronte a lui ed ero ammutolita, forse avevo avuto la stessa reazione di quando attraverso un paesaggio che mi tocca l’anima.
Lo volevo possedere, volevo che S. fosse mio, lo volevo avere in un modo o nell’altro, provavo odio o gelosia per tutte le donne di cui mi aveva raccontato e me lo sentivo sfuggire. In quel momento, mi sentivo infelicissima e sola. Avrei voluto andare via e mettermi a scrivere. È un altro modo di “possedere”, di attirare le cose a sé con parole e immagini. E adesso, improvvisamente, questo atteggiamento che chiamo “possessivo” è cambiato. Mille catene sono state spezzate, respiro di nuovo liberamente, mi sento in forze e mi guardo intorno con occhi raggianti. E ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera, ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa. Ora, vivo e respiro con la mia anima.

Etty Hillesum, Diario 1941-43, Milano, Alelphi, pp. 32-34.

.

Luce Irigaray– Il tocco della carezza

Dall’atteggiamento del Consumatore che gode solo del possesso e consuma senza meraviglia per quello che gli si offre prima del prodotto finito, la voluttà può riportare a quell’appetito di tutti i sensi irriducibile alla consumazione, a quel gusto indefinibile di un’attrazione per l’altro che non conoscerà mai la sazietà, che resterà sempre sulla soglia anche dopo essere penetrato nella casa.
Questo gesto sempre preliminare, che sposa senza consumare, che adempie rispettando i bordi dell’altro, si può chiamare “il tocco della carezza”. Prima e dopo ogni posizione di soggetto, questo tatto lega e slega, vestendo l’uno e l’altro fuori-dentro, coprendolo, scoprendolo, ancora e ancora, come un amoroso annodamento che cerca e afferma l’alterità proteggendola.
Nessun cibo può sostituire la grazia né l’opera del toccare. Il cibo permette di aspettare, di mantenere le forze perché l’altro ritorni a carezzare e rimodellare dal fuori e dal dentro una carne che si riceve nel gesto d’amore. Il custode più finemente necessario alla mia vita essendo la carne dell’altro, che mi avvicina e parla con le sue mani. Le mani con cui mi sfiora senza attraversarmi, mi ridanno i confini del mio corpo e mi chiamano a ricordarmi della più profonda intimità. Cercando ciò che non è ancora, per lui. mi invita a diventare ciò che non sono ancora divenuta. Fecondità dell’amore il cui gesto – o gesta – più elementari rimane carezza.

Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Milano, Feltrinelli, pp. 142- 144.

mohammad maqbool baba

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Pier Paolo Amodeo

1.
conosco il fondo
e so alzarmi sulle gambe
per girarla svestirla tenerla insieme

ogni osso e la sua articolazione per
questa bambola di dolore

dovrei avere una mappa una
legenda
che indichi le falangi i denti la
pelle da chiudere o
l’ordine di tutti i capelli che lascia

sulla linea orizzontale del letto
il respiro tiene la buonanotte
e un ago
tra le labbra

2.
hai detto buonanotte
andando via e
nella pelle sottile
dove tenevi il cuore i polmoni
il costato? non c’era spazio non
abbastanza
tra la bocca e il petto

ti
maledico
per ogni augurio per
questa mattina che ogni mattina
fa più nera

3.
queste sono le mie mani
le mie ginocchia

queste ossa lucide sono
lo specchio il punto
dove si torce e tiene banco
il dolore

ti terrei a palmo di mano e
sei piccola così
da chiudere la mia voglia
di salvarti
in una conchiglia

ti salvo
chiudendoti gli occhi
tenendo fede
a chissà quale promessa

.

Vincenzo Bagnoli

.
Feng shui

Sei un verde drago, tu, e la rugiada
del nord bagna la fibra tua leggera,
giovane legno della primavera,
veloce movimento sulla strada.

Il cielo di nordovest, tardo autunno,
dare forza, è questa la mia parte:
grigio metallo, nome per le carte…
cos’altro lascio? Le madri vi danno

la forma che nel buio delle viscere
prendono carni ed ossa perfette;
a me tocca aiutarti invece a crescere

in pubblico, alla luce, con dolore,
fra tutti i tanti sbagli che commette
la macchina contorta del mio cuore.

.

no nothing never

Qui è solo questa pioggia di novembre,
lacrime facili: là non esiste
e la pozzanghera delle illusioni
riflette la bellezza (un sorriso
rivolto a chissà chi, un cielo triste);
sono tornato ancora a queste cose.

La fame e i morsi, la carne e il sangue
la rabbia, il cazzo duro, il tuo bagnarti,
lo strappacuore, la disperazione,
di tutto quel che fummo resta questo:
gli scambi in una chat e qualche e-mail,
lo schermo spento, il cellulare guasto,

le luci alla finestra senza sguardo,
la storia cieca e muta dei ricordi,
l’asfalto lucido, la nebbia densa
nei crepuscoli lunghi dell’autunno,
nei pomeriggi bui e nelle sere
cadute troppo presto nella notte.

 

mohammad maqbool baba

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Daniele Barbieri

uscì: nel suo strepitato
cieco dichiararsi al mondo
era nel volto mio padre
reso violaceo dall’urto
sanguinoso con la vita
che gli esplodeva di dentro,
nelle mie labbra tremando
come fossi io a scoprirmi
all’origine di me
e non lui, spietatamente
bello, urlante, inconsapevole
di tutto se non di essere,

giusto ora nato, imminente
protagonista dei sogni

.

Sora, sorella

per sora nostra morte corporale, per sora, sorella,
come un’amante, ka la morte secunda no’l farrà male,
no’l farrà, per sora nostra morte, quasi un’amante
la morte secunda, perché no’l farrà male, no’l
farrà, la morte secunda, non quella corporale, sorella,
come un’amante non ci farà del male, non
ci farà, sora, sorella, non ci farà male

.

Mi fa male

mi fa male, stai dicendo, che in verità non lo dici,
è soltanto un frastagliato mugolio quello che sale

e pericolosamente dalla tua figura, debole
nel letto bianco, nel letto dove ti fa male il tuo

corpo il tuo ventre lo stomaco la milza le budella
coronella le frattaglie della vita, come un pollo

che stia venendo raschiato dentro, e quel pollo sei tu
sorella mia, nella tua voce che mi incontra così bene

.

Leila Falà

Promessa

Come fosse colpa questo vuoto
come stomaco
come promessa, che la presenza
di te – altro – fa, di colmare.
E non può, non sa, non so.

Eppure guardo cose piccole oggi, imparo
pezzi di giorni, di sentimenti.
Tentare un breve moto
imparare minuzie
frammenti di sorrisi, desideri e pasti.

Non posso avere l’intero mare
abbracciarlo tutto, immenso e liquido
e dimenticarmi, dimenticare
di dover essere, del fare basso
potendovi sprofondare.

.

Vuoto

Sono io. Sonoro
mi porto dentro il vuoto
e forse tu lo stesso.

Conosco questa solitudine che affiora
mentre mi sei a fianco
e ti guardo stanco e sento
la tua, come la mia
interminabile in oceano.

Mi abbracci ti abbraccio
e per un attimo lo sento
come attraversato per un momento
il mare.

Questi pochi pezzi abbiamo
per un nuovo appuntamento
Unire questi pochi
ricominciare, andare, amare,
amare piano, andare.

.


(all’amica A.B. 13/12/2012)

Avrò il tuo diario
tu possiedi il mio tempo
io amo il tuo tavolo
l’andamento degli oggetti sulle mensole
delle tue librerie.

Tu il mio vestito rosso
il sorriso abbondante, i capelli un po’ spenti.
Ci addentriamo nel racconto di sé
come se ci fossimo viste appena a giugno
e ogni giorno.

Tu mi noti una ruga
ma non lo dici
vedo i tuoi occhi che vi si fermano.
Io una tristezza che ascolterei senza chiedere.
Che prima non c’era.

Rivedersi mi mette nel tenero
ogni volta
per berne a piccoli sorsi.

mohammad maqbool baba

Migratory birds fly above wetlands in Hokersar, about 16 kilometers (10 miles) north of Srinagar, Indian controlled Kashmir on December 6, 2015. Photo: AP

 

Zara Finzi

Quando appari finalmente
dai vetri scorrevoli dell’aeroporto
scorgo un’aureola, uno splendore
che ti gira attorno,
gli altri non li vedo.
Vedo te bambina
che torni dalle malattie infettive strane
dagli Orienti lontani
dove hai fatto un lavoro da grande.

Prima di andartene mi hai detto
sono contenta di tornare a casa.
Un accoramento lieve, una breve pena
ma sono felice ho risposto mi piace
quello che dici.
Tiro un respiro di sollievo come
un’altra madre prima di me, sento che
ho finito davvero il mio lavoro.
Per un momento
mi torni dentro con le gag e le ore di astrazione
le versioni fatte per gioco
e Cole Porter a due voci mentre alziamo in alto le lenzuola.
Mi resta
quello che chiami passatempo:
è vero, è questo che voglio
vedere passare il tempo.

(da Il Gruppo ’98 poesia presenta MADRE, Bologna, 2010)

.

Serenella Gatti Linares

si uccide un bambino
perché ha fame
non ha il vaccino
non ha la scuola
non ha mai visto il circo
la giostra i sorrisi
i giochi nel cortile
si uccide un bambino
se nessuno gli ha detto
che si può vivere senza violenza
temo di odiare
ma non mi interessa un mondo
in cui si uccidono i bambini

.

La cura  (Franco Battiato)

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te…
Io sì, io sì, che avrò cura di te.

pieno vuoto
nel corpo nell’anima
alternanza nella vita di una donna
tensione a un cerchio perfetto
invece sono diagonali
linee sghembe
esilio interiore
desiderio di diverso altro
oltre altrove
come questo verso
interrotto a metà
nel giusto verso

mohammad maqbool baba

MIGRANT-BIRDS-8

 

Massimiliano Martines
dalla raccolta inedita “Poesie alla mano
.

Trema lubrica luna

se avrò una figlia la vestirò da maschio
ai vermi della morte
non lascerò nemmeno l’unghia
coi miei denti le farò un collare
che sia di buon auspicio e protezione
quando a bocca aperta
si slancerà sulla preda
e come un maschio voglio
che si orienti nella bruma
della testa, a notte, come una felina
reclamando il sonno: una preghiera!
e l’ira del collo le ingrosserà
la vena, appena avrà chiaro
che la nebbia altro non è
che il velo steso dalla Luna
per non farsi scoprire
ingroppata, e tutta nuda

sarei tentato di chiamarla Caterina
ma per lei ho già scelto il nome dell’Andrea
al suo cospetto i martiri piegheranno
l’umettata chierca e -con deferenza- la pallida raggiera
“non posso aspettare i buoni” -dirà-
e dal trampolino dell’impazienza
impazzita e fiera si lancerà tutta sola
nella guazza del buio -tutta sola!-
schiaccerà il serpente -impazzita e fiera!-
con la sola armatura del tallone

io la bacerò come un padre
lei mi strazierà ammazzandomi
come ogni maschio di figlia
la luce non sarà degna luce
se non per riflettere l’oro
dei suoi occhi, l’acciaio
delle unghie, l’argento
delle caviglie, l’avorio
dei suoi denti nella sua bocca
delle mie gemme nel suo collare

“questa è l’ultima volta! -tuonerò-
non dovrai più dire no no no!!!
mentre a mani nude dal torace
caverai un cuore per farne un astro
da aggiungere alla collezione
lì nell’alto del tuo patrimonio stellare”

come tutte le guerriere
cattive
serberà in gran segreto
un buon odore
nella notte quando, a riposo,
si schiuderà, in un letto
d’avventura, il suo bel fiore
e la sua stessa mano, seppure rude,
al contatto con ogni superficie,
le ricorderà -per sempre- l’amore del padre

.

Vittoriano Masciullo

‘U stamm a perd’

‘u stamm a perd’
unico maschio della famiglia
nella stanza d’ospedale
fantasma e cuscini dietro la testa
schiaffi oltraggio necessario
e sì (‘u stamm a perd’)
che non sa che fare chiama
chiama o a che serve
averlo portato qui pressioni
toraciche improvvisate
tutti al di là ignari a sperare
l’effe novantadue fuori
dai pantaloni quattordici
colpi nel caricatore nera sul linoleum
‘u stamm a perd’ e rantoli
ottobre è andata ottobre finale
non capisco cerotti a croce sugli occhi
la rianimazione l’aria
mossa dalle mani e che so fare io quest’anno ho
solo marciato per mesi prima di arrivare qui
marciato senza sapere niente senza
imparare niente si chiama emergenza
un piano inclinato verso il
buio o è già buio ‘u stamm a perd’ e poi
senza posa davanti a questi occhi
divenuti palpebre sfila i cuscini
la testa sia orizzontale perfettamente
pronta per l’ascesa assieme a quello
che rimane di quasi un secolo
parole gesti quando e dove
ogni tanto sento russare in casa
morire l’ho letto un anno fa
è quando gli occhi diventano palpebre
e niente

l’elioterapia degli occhi azzurrissimi
selce nel cambia la lingua al buio
delle cose finite cambia le cose infinite
senza pace imparando a tornare
da e col tempo i suoi occhi
malatissimi nel dirmi io qui senza te penso
(e ci voleva molto a scrivermi
cose così per forza l’esperienza della
malattia in età adulta) ma elena
elena stanca che per tutti è penelope e tacita non
ma soprattutto queste parole adesso
foglie innervate dal sapore nostro
vedi la bicicletta il giardino davanti casa
la salvezza a portata il non odore
insegui non interrompere
ora nessun infarto il
nebivonolo ogni mattina
aspettala rispettala
chiamala con le parole migliori
nella sola lingua rimasta (la prima lingua madre)
perdici la vita nei suoi azzurrissimi
e niente

mohammad maqbool baba

MIGRANT-BIRDS-10

 

Sergio Rotino
3 poesie sui sentimenti

du bist eine
sprache ein
wort

trockene pflanze
trockener rose

wer du bist
jetzt wer was
wirst du
anderswo sein

was und wer
du bist was
ich bin

anderswo

tu sei una/lingua una/parola//secca pianta di/secca rosa//chi sei tu//ora chi cosa/sarai altrove//cosa e chi//tu sei quel/che io sono//altrove
(traduzione e redazione di Mariagiorgia Ulbar)

.

digli che tutto è

una stagione sola
secca e morta

che hai perso
il verbo n non
la parola digli

diglielo

che s suo malgrado
il male delle rose ha
attecchito che finito
il suo tempo il tempo

non è finito

.

ci separiamo dalle
spine per meglio r
rappesentarci le
ingeriamo così
da definirci e
riprodurle così nel
riprodurci

specie di rosa che s
sola si accieca

flumina und flumen und
wasser und kleine und keine und
vater und ende und eine

.

Francesca Serragnoli

Quando un bambino
di pochi mesi
con i riccioletti sudati
con un puntino rosso di zanzara sulla fronte
ride
mi si sgretola il corpo
la testa gira come la Terra
il cuore si contrae come una spugna.

 

mohammad maqbool baba

A-migratory-bird-swimming-in-the-Hokersar-wetland-reserve-in-the-Kashmir-valley

 

Roberta Sireno

…………………………………. . .. nient’altro che l’urlare
sotto l’acqua

è la calza che si abbassa l’altra sporgendo fuori dal letto il reggiseno
storto le unghie che ficcano – si stacca il tempo scoppia
l’inverno in una punta
di lingua di cima affollata: è il cadere è
la distorsione della fame – e cadendo è il
pavimento che si sfalda – i fianchi sbattono
ai ripieni alcolici:

essi sono essi vengono essi sono nell’affaccio essi sono
sperimentazione essi il linguaggio essi che non
toccano il punto
dell’assordimento –

.

Paola Tosi

Alla fine

Alla fine – dicevo – la saggezza tornerà
Metterà tutto in ordine finalmente
e la mia mente troverà nel tuo dire
i punti di riferimento mancanti

Alla fine – dicevo – ma quando iniziasti a biascicare
di tua figlia che da tempo non vedevi
e la tua mano mi stringeva il braccio quasi
a stritolarlo

E torpori rari risvegli il riso cinico alla bocca
Sentire con il cuore che non possiedi più il cuore
I sensi gelati che gelano i sensi
Indifesa da me e da te stessa

L’enigma della vita e della morte
mi colse impreparata (un dramma che esigeva
una valutazione più attenta)
Madre esci da te ancora per un poco
guardami in volto
Non staccare i piedi da terra
dammi tempo
rimani con me

(da Il Gruppo ’98 poesia presenta MADRE, Bologna, 2010)

 

mohammad maqbool baba

MIGRANT-BIRDS-1

 

Michela Turra

Ecce homo
freddo e crudele
come la vita
come la morte
l’amore
ha lo stesso volto
dell’orrore
lo stesso inganno
nel nome
dispensa veleno
e non bonifica
usando parole
dall’identico suono
finché la notte
dietro ai cartoni
Satana dice “ecco,
ti do il mio uomo”
e tu
nel bianco
non sai che fare

.

Gregorio

gli occhi immersi in un dolore profondo
i suoi occhi mi dicevano addio
era stato lui la mia vita
l’allegria la sofferenza il gioco
il destino dolente di bambino
che avevo colto nell’ostello di Corfù
dramma passato – credevo –
perché aveva me e la poesia
invece il futuro
gli avrebbe tolto se stesso

.

La biblioteca dell’anima

il mio corpo ha sete
nella biblioteca dell’anima
dove non ci sei più tu
a classificare
leggere
scrivere libri
il mio corpo beve
nell’attesa che finisca
la notte dei lunghi coltelli
orchestrata se e chissà da chi
hai dimenticato tutto e nulla
come un registratore che non va
in quella caduta imprevista
è precipitata ogni cosa
che non era cosa
e forse anch’io

.

Maria Luisa Vezzali
[Per la morte di mio suocero Giacomo]

“a colui che è lontano”

a colui che è lontano va il lamento
a colui che sente il salire
contro vento del giorno e della fine

ascolta il vuoto sotto i passi
l’eco dell’obbedienza ai gesti soliti
conta i sassi che segnano le date

il lamento della sedia davanti
alla finestra
il lamento di terra dissolcata

la pausa che si gonfia nella casa
inclinata sul tavolo da pranzo
i cassetti frugati mille volte

chissà perché

la memoria frugata fino al male
alla bugia, il lamento della pagina
allagata

qualcosa che sembra un respiro
e non muove né fiato d’aria
né la tenda sottile della sala

per una trama di duro slegare
da unghie fossili, da caverne
ancora fresche va il lamento

a colui che è lontano
a colui che risponde soltanto
con il pozzo pietoso dell’udito

da “anime lontane” a cura di Luigi Arcangeli, L’Obliquo 2001

.

[Per mia madre Anna]

“fino alla fine

noi bambine antiche figlie adulte
convinte
che un tale amore sia
incorrispondibile così denso
da coagularsi in non-amore
né solo vicine o solo lontane
né solo fuori o solo dentro
sostanza consistente
in ciò che non si slega e non si compie

noi abbiamo il tocco
contiguità contagio
di spargere fecondità sul mondo
mute solenni operose e poi
declinati quei molteplici modi
tutti quei modi che sappiamo bene
di conservare la ferita
lasciando il campo
immarcito per troppa irrigazione

tra noi si irradia una concentrazione
che esclude la parola
più che altro carne soffio materia
banca amorosa informe
alla quale non possiamo tornare
e ripagarci il debito
per quante volte ci moltiplichiamo
nella stanza buia il moto a ritroso
si inceppa in avanti: lo specchio
è vuoto e forse anche irridente
oppure è l’occhio
incapace a vedersi

fino alla fine

da “lineamadre“, Donzelli 2007

.

[Per mio marito Michele]

sulla corolla di piazza dei priori

ti leggo le mani come una cieca
contando le scosse sui polpastrelli
sulle scale del palazzo dei priori
ti predico solo il presente

Gubbio si rinchiude su di noi
insetti ubriachi di polline

da “lineamadre”, Donzelli 2007

.

[Per mio figlio Giacomo]

“cinque settembre duemilaedue”

chi ci ricorderà così
mano nella mano tra i muri rossi
una sera di ritorno dal cinema
le labbra che tremano per il riso
per una parola che ci diremo
più tardi
i tuoi passi non più corti dei miei
luci senza durata come lampi
chi ci dirà che siamo inconciliabili
con il resto del quadro
sfocati
nodi di terra che scaldano l’aria

da “lineamadre“, Donzelli 2007

 

mohammad maqbool baba

migratory

 

Anna Zoli
Voglio abbracciarti

Voglio abbracciarti
con le braccia dei fiumi
che svolgono in tornanti
fili della tua anima
voglio tenerti
con le linee dei monti
che affondano solide
radici nel tuo cuore
voglio sedurti
col gioco delle nuvole
che svolgono intriganti
suggestioni col sole
voglio infiammarti
col fuoco che sonnecchia
sotto le ceneri
del mio vulcano spento
ed infine lasciarti
con la pioggia che lava
la superficie amara
di tracce di ricordi

.

Giochi di coppia ovvero la pace incomincia a due (da una frase di Luce Irigaray)

-Ascolta amore- se tu riuscirai a farti amica
la femmina che è in te
e se io ce la farò a riconoscere il maschio dentro me
saremo quattro in tutto
• due coppie in una
• a ruoli intercambiabili
e allora, amore, sai quanti giochi si potranno fare
di amicizia, di corpo e fantasia
per progettare insieme la giornata e la vita
senza contrasti di sensibilità
LEI capirebbe al volo quello che voglio dire

LUI seguirebbe in pieno
il tuo discorso logico-lineare
e finalmente potremo combaciare
i due princìpi – maschile e femminile-
uniti insieme con complicità

.

Giovanna Zunica
A tavola in tre

A tavola in tre
il ronzio dei pensieri
il respiro pesante
del nulla.

Mi passi il sale?

Non passarmi nient’altro.
Vischio filato di presente e passato
ci imbriglia il silenzio
dietro il nostro ciarlare.

Com’è andata oggi a scuola?

Ci distoglie il vociare
di ricordi d’amore.

Nel piatto
qualche chicco di riso
un velo di cipolla
un’ombra di tartufo,
ingredienti insufficienti
crude speranze, lettera morta
solo un mittente
troppo in alto e a sinistra.

In silenzio scambiamo
le figurine dell’album di emozioni,
ce l’ho ce l’ho mi manca
molto.

.

Zafferano
.
Ti va di vedersi?
Potremmo incontrarci
in bilico su un filo alto
teso da un capo all’altro
della città. Potremmo
darci appuntamento
a un’ora che sia
fuori dall’orologio
per non rischiare
di essere io in ritardo
e tu in anticipo,
o viceversa. Potremmo
vestirci di bisso dorato, se
ne trovassimo.
Oppure potremmo
incontrarci scalzi, stasera
in cucina, mentre tu
affetti con cura la cipolla
in bianchi veli allusivi e io
ridesto rallegranti stimmi
di zafferano. E aspettando
il risotto commentare
le notizie del giorno.

Da www.bibliomanie.it/zafferano_giovanna_zunica.htm, Bibliomanie, 22, 2010
**

 

cover corretta

 

A.A.V.V.- LO SPLENDORE DELL’OMBRA. Per una nuova educazione ai sentimenti.

Testi di Pier Paolo Amodeo, Vincenzo Bagnoli, Daniele Barbieri, Paola Elia Cimatti, Leila Falà, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Massimiliano Martines, Vittoriano Masciullo, Francesca Serragnoli, Roberta Sireno, Paola Tosi, Michela Turra, Maria Luisa Vezzali, Anna Zoli, Giovanna Zunica.
Raccolta curata da Loredana Magazzeni .

2 pensieri su “LO SPLENDORE E L’OMBRA DELL’AMORE. Per una nuova educazione ai sentimenti -Raccolta a cura di Loredana Magazzeni

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