CAMILLE CLAUDEL, 1915- Lo specchio che oscura l’immagine. Note di lettura di Fernanda Ferraresso

 foto di scena- Camille Claudel

C’è un malessere nel vivere oggi che, spesso ormai, mi porta a desiderare la distanza, addirittura la chiusura, in un ospizio distante da tutti e tutto. Vedere il film di Dumont, da un lato mi ha fatto desiderare quei luoghi, dimenticati da tutti, dall’altro mi ha fatto sentire profondamente a quanta desolazione può arrivare l’animo umano. E’ inverno, l’inverno del 1915, quando Camille viene reclusa. Autori di questo gesto i suoi stessi familiari. Scelgono per lei una casa di cura psichiatrica per tenerla lontana, lontana dalla storia che l’ha colpita. Ha forzatamente abbandonato Parigi e ha chiuso per sempre la relazione con la sua arte. Camille Claudel non ha mai più scolpito da quel momento.

Al contrario sono stati molti, Rodin compreso e per primo, a infliggerle colpi nella carne viva. Nel film di Dumont l’asprezza della solitudine, della distanza persino dalla propria intimità, continuamente messa sotto sopra dalla presenza ingombrante e interferente della altre rinchiuse nel manicomio, non le consentono mai la pace necessaria per godere di quei piccoli attimi che ogni tanto si affacciano al suo sterile mondo di attesa di un tempo ormai esausto. Attende la visita del fratello maggiore Paul, per esempio, attende di andarsene, lo spera con tutte le forze, spera di tornare a casa. Eppure la costruzione del film sembra evadere da un inizio e da una fine, sembra che nulla, nelle diverse sequenze, possa avere un fine o fine.
Non si vede una Camille giovane e bella come nella precedente pellicola di Bruno Nuytten. Nata nel 1864 nel nord della Francia Camille Claudel fu dapprima allieva di Auguste Rodin e poi sua amante e compagna per 15 anni, fino a quando i due si separarono nel 1895. Nel 1913, in seguito alla morte del padre e dopo aver passato dieci anni praticamente chiusa nel proprio studio, la madre la fece internare a Ville Evrard. E’ lì che morirà nel 1943 senza aver mai più fatto ritorno in famiglia. Questo peso, diventato profondo dolore e senso di abbandono, sarà il sentimento che l’accompagnerà sempre ed è quanto dalla pellicola di Dumont emerge come poetica del dolore in cui l’umanità tutta è visualizzata come parti di un solo artificioso procedere tra il male e il nulla.Il film di Dumont, diversamente dal precedente, non entra nella vita di Camille Claudel, né tenta di metterla su un altare in cui l’artista risulti la vittima sacrificata. Camille viene ripresa tra le mura di quella grande casa manicomiale, insieme con delle suore e delle ricoverate e pare che tutto sia sullo stesso filo teso sul medesimo precipizio di silenzio. Ogni scena sembra quasi voglia evidenziare la tessitura di qualcosa che non avverrà mai fino in fondo e che questo sia il vero senso dell’esistere. I giorni di attesa della visita del fratello in realtà sono la sintesi della vita di Camille, tutto ciò che precedette quel momento e tutto ciò che seguì. Ventinove anni trascorsi tra quelle mura, lontano da tutto e tutti, fino alla morte anche se lei, Camille, continua a sentire con una profondità che le altre compagne non hanno, il suo sguardo arriva a vedere cose che le altre non vedono. Sola, completamente sola, un guscio vuoto,davanti al quale tutti si fermano, oltre il quale gli altri non possono muoversi per raggiungere il corpo autentico. Fango, il fango che raccoglie in giardino e poi getta come se l’arte non bastasse, anche se le manca. Ma come non potrebbe mancarle in un luogo in cui tutto è chiusura? Solo la natura sembra darle conforto, sembra mostrarle qualcosa che appartiene all’esistenza, in qualsiasi luogo ci si trovi a vivere. E Camille? Sembra una pianta privata del volo degli uccelli, una montagna spazzata dal vento, una donna senza più la luce dell’essere. I tre giorni che costituiscono il corpo del film di Dumont sono la sintesi della vita di Camille Claudel, una donna che aspetta senza risoluzione la decisione dell’amato fratello, la cui scelta, fuori dalla realtà, e con la mancata lettura dell’esperienza di Camille, di fatto abbandona la sorella in quell’ospizio manicomiale. Ciò che si tocca con evidenza è la grande desolazione che l’animo umano sa e fa patire. Ciò che si comprende è che siamo soli, tutti noi siamo abbandonati a noi stessi e da noi stessi, ed è questo che ci spinge a cercare qualcosa a cui aggrapparci, qualcosa che inventiamo o speriamo sia superiore, creando altresì la distanza che ci permetta di dimenticare quell’essere. Ecco dunque che la tessitura si sfila, in una azione prodotta dall’incompletezza stessa della vita che ci costruiamo, l’inquietudine che ne deriva, e i gesti, tutti incompleti anch’essi, che tentiamo per sollevare la nostra condizione. Moralità, paternalismo, educazione, a nulla servono, la vita è quell’incerto esercizio che riduce all’osso chi sente più profondamente il disinganno.

fernanda ferraresso

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3 pensieri su “CAMILLE CLAUDEL, 1915- Lo specchio che oscura l’immagine. Note di lettura di Fernanda Ferraresso

  1. hai reso perfettamente il suo dolore, l’attesa, il vuoto…Quale ruolo terribile la sua famiglia

  2. è una delle scultrici che prediligo per la forza tragica ed emotiva, trascinante delle sue opere, per la fragilità sempre esibita come l’elemento di massimo splendore dell’essere umano capace di lasciarsi coinvolgere dalla vita.

  3. Penso che in questo precario equilibrio di cui si nutre la libertà di tutti (che non è lontananza da un padre, da una madre, da un fratello prevaricatore o cinico ma lontananza da noi stessi) combattiamo per tutta l’esistenza, a volte cedendo le parti piu’ vitali di noi, come la creatività. Quel che a me sembra è che solo riducendo i continui tradimenti perpetrati e che subiamo o agiamo, possiamo continuare a spiccare piccoli voli nella quotidianità. Tornare ad essere più umani significa riconoscere che anche noi possiamo continuamente dire dei si e dei noi. Produrre il bene è anche lasciare che la bellezza emerga anche nel dolore e nella fatica. Vincere il male con il bene. Che non è un discorso buonista ma l’assunzione di quella solitudine che è anche responsabilità. Purtroppo la cultura di massa non vuole questo. E può accadere che ci si senta in un manicomio e cielo aperto…

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