Vivere e morire nell’ombra di Sylvia Plath- Daniela Raimondi

sylvia plath e assia wevill gutman

 

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Si poteva credere che tutto fosse già stato scritto sulla vita di Sylvia Plath e di Ted Hughes.  Ma una recente biografia, uscita in Gran Bretagna alla fine del 2006, fa luce su un lato oscuro dell’infelice matrimonio della Plath con il poeta inglese.  Il libro, intitolato ‘A Lover of Unreason’, che traduce: ‘Un’amante Irragionevole”, è stato scritto da due giornalisti israeliani, Yehuda Koren ed Eilat Negev, e narra la tragica vita di Assia Wevill Gutman.  Assia viene menzionata nelle biografie di Sylvia Plath come la donna che causò la rottura del suo matrimonio ed è spesso accusata di essere stata la causa principale del suicidio della poetessa americana.

Dopo la morte della Plath, Assia visse accanto a Ted Hughes per sei anni, lo stesso periodo di tempo che il poeta inglese trascorse con Sylvia ma, nonostante questo, e nonostante il fatto che gli avesse dato una figlia, Assia è praticamente assente dalle biografie di Ted Hughes.  Nei rari casi in cui il poeta acconsentì a dare notizie sulla sua vita privata, Assia e la figlia da lei avuta non vennero mai menzionate.  Hughes dichiarò che dopo il suicidio della Plath, fino al suo matrimonio con Carol Orchard nel 1970, crebbe i suoi figli da solo, che cercava una figura femminile che sostituisse la loro madre ma in tutti quegli anni, sottolineava: ‘non incontrai la donna giusta’.  Unici riferimenti ad Assia sono una plaquette di versi a lei dedicata: ‘Capriccios’, uscita con una tiratura molto bassa ed ora irreperibile, insieme alla dedica ad Assia e Shura che apre la raccolta di poesie ‘Crows’.  A parte queste eccezioni, Assia non venne mai nominata dal poeta.  La sua presenza fu praticamente cancellata dalla sua storia personale.

Assia Gutman nacque nel maggio del 1927 a Berlino da una famiglia di origine tedesca, russa ed ebrea.  Trascorse la sua gioventù a Tel Aviv e in Canada.  Sposata in terze nozze al poeta canadese David Wevill, la coppia si trasferì a Londra dove Assia lavorò per un’agenzia pubblicitaria.  Nel 1961, la casualità volle che Assia e David Wevill affittassero l’appartamento degli Hughes in Chalcot Road, mentre Sylvia e Ted si trasferivano nella loro casa di campagna appena acquistata nel Devon.  Alcuni mesi dopo il trasloco, la coppia fu invitata dagli Hughes a passare un fine settimana nel Devon.  Poco dopo iniziò la relazione tra Assia e Ted.  Scoperto l’adulterio, Sylvia cacciò il marito di casa.  Al momento del suicidio della Plath, Assia era incinta di Ted, ma abortì poco dopo.

Accenni ad Assia Wevill sono facilmente riscontrabili nelle poesie che Sylvia Plath scrisse nel periodo che seguì la separazione.  In ‘Parole sentite, per caso, al telefono’, si ripercorre in uno sfogo quasi diaristico la fatidica telefonata di Assia alla casa degli Hughes che provocò la rottura definitiva del matrimonio della Plath:

“… che cosa sono queste parole, queste parole?
Cadono con un plop fangoso.
Oh dio, come farò a pulire il tavolino del telefono?….
….Ora la stanza sibila.  Lo strumento
ritira il suo tentacolo.
Ma la poltiglia che ha deposto cola nel mio cuore.  È fertile.
Imbuto di sozzura, imbuto di sozzura – ….”

In inglese il verbo ‘sibilare’ è ‘ahiss’, un anagramma quasi perfetto di ‘Assia’.  Riferimenti alla rivale sono presenti in altri testi.  In ‘I paurosi’, ad esempio, la Plath ritorna alla telefonata nella quale la rivale aveva inutilmente tentato di mascherare la propria identità facendosi passare per un uomo: “Questa donna al telefono / dice di essere un uomo… .”  La Plath fa inoltre diversi riferimenti al fatto che la rivale non avesse figli: “l’idea di un bambino –/ ladro di cellule, ladro di bellezza – / per lei è meglio esser morta che grassa…”

Dopo la morte della Plath, Hughes e Assia si trasferirono insieme ai figli di lui nell’appartamento londinese di Sylvia, per poi traslocare a Court Green, la casa nel Devon.  Assia era perseguitata dal ricordo della rivale.  Leggeva ossessivamente i suoi scritti e usava oggetti che erano appartenuti alla poetessa.  In una nota diaristica scrisse: “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica.  E io mi sto seccando, rimpicciolendo.  Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi.  Si nutrono di me”.  Dubitava dell’amore di Ted ed era terrorizzata dall’idea che lui la relegasse per sempre nel ruolo di amante senza mai giungere a sposarla – paura che in effetti finì col materializzarsi.  Assia scrisse in una nota quelle che riteneva essere le priorità di Hughes:

“Prima di tutto il resto c’è Sylvia, e dopo di lei, il Grande Schema, il Genio, i suoi bambini, e l’immobilità del sole, i milioni di falchi e pesci, e l’ombra della notte che io non posso vedere, né sentire…”

Assia era una donna di grande cultura e aveva ambizioni letterarie.  Il paragone con Sylvia era inevitabile e lei non poteva che uscirne sconfitta.  Paragonandosi alla rivale rifletteva:

“…con l’enorme differenza che lei aveva un milione di volte più talento, mille volte la mia forza di volontà, cento volte l’avidità e la passione che mi contraddistinguono.  Non avrei mai dovuto guardare nel vaso di Pandora […] Che razza di donna sono?  Quanto tempo mi è stato concesso? Quanto tempo prima che sia tutto finito? […] Sono abbastanza per lui?  SONO ABBASTANZA PER LUI?”

Il 3 marzo 1965, Assia dava alla luce Alexandra Tatiana Eloise, soprannominata “Shura”. Ma nemmeno la nascita della bambina, figlia che Ted riconobbe, riuscì ad attenuare il suo profondo senso di insicurezza.  Assia continuò a vivere ossessionata dall’ombra di Sylvia.  Dormiva nel suo letto e usava le sue lenzuola.  Era come ipnotizzata dall’immagine della rivale, e con amara ironia annotava nel diario: “finirò per scrivere una biografia della Plath…”

Si sentì da subito rifiutata dalla piccola comunità rurale del Devon, da molti degli amici di Ted e, sopratutto, dai genitori di lui.  Quando il padre e la madre di Hughes si trasferirono a Court Green, iniziarono una campagna di ostilità e silenzio nei confronti di Assia.  Il padre di Ted non nascondeva certo la sua antipatia.  Non le rivolse mai la parola e si rifiutava di sedere al suo stesso tavolo per consumare i pasti.

Ignorata dai genitori di Ted, Assia passava la giornata curando Shura e i due figli di Hughes.  Cercò di assumere il ruolo di madre nei confronti di Frida e di Nicholas:

“Ho sbaciucchiato il collo di Nick ancora e ancora.  Mi fa impazzire il modo in cui questo lo fa ridere” – scriveva.  Trovava i bambini di Ted teneri e affettuosi e si calò nel suo nuovo ruolo di casalinga e madre: “È fantastico – annotava – come dei bambini, nemmeno miei, abbiano circondato la mia vita.  Questi bambini mi piacciono, mi piacciono molto.”

Ma la sua non era certo una vita idilliaca.  Si sentiva fisicamente provata, profondamente amareggiata dalla crudele guerra fredda con i genitori di Ted.  Ma, soprattutto, viveva in un costante stato di ansia, mai sicura dei sentimenti di lui.  Scrisse ad un’amica:

“Ted è esausto per la guerra tra i suoi genitori e me, e sembra che di tutte le persone coinvolte, io sia quella di cui può fare più facilmente a meno.”

Le sue parole si rivelarono profetiche: combattuto fra l’astio dei genitori e la nuova compagna, sfinito dalle cure alla madre sofferente, e in cerca di tranquillità per esprimere la propria vena creativa, Hughes decise che sarebbe stato meglio per tutti se Assia e Shura si fossero allontanate.  Nel giro di tre giorni, Assia si ritrovò di nuovo a Londra senza né casa né lavoro, a dover ricominciare tutto da capo con una bambina ancora molto piccola.  Il solo denaro che le veniva dato da Ted era sotto forma di prestito, annotato con cura e con tanto di scadenze per la restituzione.

A Londra Assia condusse una vita isolata insieme a Shura, la figlia che Ted Hughes non considerò mai allo stesso livello dei due bambini avuti dalla Plath.  Assia vedeva Ted sporadicamente.  Dipendeva totalmente da lui, dalle sue telefonate, dai suoi umori e dalle sue visite.  Era molto depressa, tormentata dal terrore di essere abbandonata.  Si trovò ad affrontare difficoltà economiche e, negli anni, scivolò sempre più profondamente nella depressione.  Spesso diceva agli amici che il suicidio era l’unica alternativa alla mille difficoltà che costellavano il suo futuro e quello di sua figlia.  Fluttuava fra momenti di disperazione in cui decideva di porre fine alla relazione, e momenti di speranza, in cui implorava Ted di riprovare a vivere insieme come una famiglia.  Hughes non voleva separarsi, ma sembrava resistere all’idea di tornare a vivere con lei.  Il suo atteggiamento fu sempre vacillante.  Rimandava in continuazione, prendeva tempo, trovava scuse nuove per rinviare il momento in cui avrebbero vissuto di nuovo insieme.  Iniziò anche a frequentare altre donne.  Nel febbraio del 1968 Assia gli scriveva:

“Mio amatissimo, dolce Ted, … abbiamo permesso a così tanta sporcizia di intromettersi fra noi due.  Cose così irrilevanti, che ora mi sembrano irrilevanti.  È un miracolo che in qualche modo siamo riusciti a sopravvivere…”

E un anno dopo:

“Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita.  Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici.  Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago.

Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce…. o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli.  Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore.  So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted.  Apriti, apriti a me come facevi un tempo.  E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho…

Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita.  Abbiamo bisogno di stare per conto nostro…  Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore.  Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me.  Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me.  Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

Per anni la loro relazione si trascinò in un limbo, in una terra di mezzo governata dall’ansia, senza che Ted Hughes si decidesse a formare con lei una famiglia, ma senza che prendesse la decisione di lasciarla.  In un momento di cupa depressione, Assia scrisse un testamento in cui ignorò completamente Hughes, ma non i suoi figli:

“… a Nicholas, troppo piccolo per reclamare cose, lascio il mio amore più tenero…. a Frida Rebecca Hughes lascio tutto il mio affetto, e i miei pizzi, i nastri e le sete, insieme a una catenella d’oro”.

La sera del 23 marzo 1969, Assia Wevill si uccideva insieme a Shura, che aveva da poco compiuto quattro anni, in un modo che ricorda molto da vicino il suicidio di Sylvia Plath.  Dopo aver trascinato un materasso in cucina, sigillò porta e finestra, depose sul materasso la sua bimba addormentata, sciolse del sonnifero in un bicchier d’acqua e, dopo averlo bevuto, aprì il rubinetto del gas del forno e si stese sul materasso con la figlia ad aspettare la morte.

Il Sergente Bryan Lutley trovò due lettere sul suo comodino: una indirizzata al padre in Canada, l’altra a Ted Hughes.  Di quest’ultima, oggi rimane solo la busta vuota; il suo contenuto è misteriosamente scomparso.  La lettera al padre dice:

“mio carissimo Vatinka…

la prospettiva di ciò che mi attende è talmente cupa, che il vivere il resto della mia vita significherebbe più dolore di quello che potrei mai sopportare.  È una vita di solitudine e di dipendenza. Dipendenza da una ragazza alla pari per le cure di Shura e dai miei datori di lavoro, un’agenzia pubblicitaria di terza categoria pronta a licenziarmi in caso di malattia.  Nessun marito.  Nessun padre per Shura.

Ho spesso contemplato il suicidio, ma nel passato, la pena che questo ti avrebbe arrecato, e il crimine che avrei commesso nei confronti di Shura, mi hanno fatta desistere all’ultimo momento.  Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito.  I motivi ora non hanno più valore.  Non ci potrebbe mai essere un altro uomo.  Mai.

Ti assicuro, carissimo Vatinka… non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?…. Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato.  Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me.  Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore.  Ho vissuto abbastanza a lungo.  È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia.  I conti sono semplici e tornano.  E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola.  È troppo grande per essere adottata.

Arrivederci, Lonya, padre mio, mio protettore.  Mi manchi moltissimo.  Arrivederci amatissimo papà.”

Il suicidio fu ignorato dalla stampa inglese, che mise a tacere ogni connessione fra la vita di Assia Wevill e quella dell’ormai celebre poeta Ted Hughes.  Solo nell’ultimo libro del poeta inglese : ‘Lettere del Compleanno’, incontriamo una poesia che narra l’incontro di Hughes e Assia.  Nel testo, non emerge ombra di responsabilità personale da parte di Hughes nel corso degli eventi.  Per il poeta, è il destino l’unico, vero colpevole delle tragedie che dovevano seguire.  Rivolgendosi a Sylvia spiega l’inizio della sua storia con Assia in questi termini:

“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.
Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava
ci scovò
e ci riunì, ingredienti inerti
per il suo esperimento.
La Favola che portava
requisì te, me e lei,
marionette per la sua rappresentazione.”

Nel testo, Assia viene paragonata a una ‘Lilith degli aborti che toccava i tuoi figli con unghie tigrate’.  E, più avanti, a ‘un mistero erotico un po’ sudicio [con] lo sguardo di un demone”.

L’intero archivio di documenti che Ted Hughes vendette alla Emory University di Atlanta poco prima di morire, fu aperto al pubblico nel 2000, dopo la scomparsa del poeta.  Fra le migliaia di lettere, pile di fogli, quaderni, note, lettere e carteggi, non c’era alcuna traccia della presenza di Assia Wevill nella sua vita.

 

Daniela Raimondi

RIFERIMENTI IN RETE

http://theplathdiaries.blogspot.it/2012/08/lover-of-unreason-story-of-assia-wevill.html

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29 pensieri su “Vivere e morire nell’ombra di Sylvia Plath- Daniela Raimondi

  1. Non conoscevo la storia di questa donna, effettivamente oscurata da Silvia Plath. L’ho letta con profonda avidità. Mi ha colpito la morte, così simile a quella della poetessa americana. terribile. Grazie.

  2. la cosa terribile è l’indifferenza con cui il marito, prima con la moglie poi con Assia, di fatto si comporta nello stesso modo, e solo in funzione di un vivere tranquillo e senza problemi con i genitori e le persone che ha intorno, prima contribuisce ad assestare un duro colpo alla moglie poi all’amante compagna a cui mette davanti lo spettro della moglie. Terribile, certamente terribile.E’ proprio vero che hanno più determinazione le donne

  3. Sì, Adriana, anche a me ha colpito molto non solo l’emulazione del suicidio, ma la situazione di inferiorità e senso di inadeguatezza in cui si è dibattuta questa donna per anni.
    Fernanda, Ted Hughes si è comportato molto, molto peggio con Assia che con la moglie. Non credo sia comunque da ritenere colpevole per il suicidio della Plath. Viveva con una persona immensamente dotata, ma anche instabile, egocentrica e, soprattutto, profondamente malata. La Plath si è uccisa perchè malata, non per il tradimento del marito. Altrimenti metà della popolazione mondiale dovrebbe suicidarsi. Al contrario, Ted Hughes ha sempre sostenuto e aiutato la moglie: dividevano i compiti domestici, la cura dei figli e anche il tempo da dedicare alla scrittura. Se pensiamo che si parla di un matrimonio degli anni 50, mi pare che Hughes non sia esattamente una figura machista. Immagino sia stato difficilissimo per lui stare accanto alla Plath. Non era una persona equilibrata, né facile. Lui è arrivato a un punto in cui ha dovuto scegliere: o stare con la Plath, o la propria vita. Si è parlato molto male di Ted Hughes. Anche io lo faccio in questo articolo, ma lo faccio in relazione al suo comportamento con Assia Wevill, che mi pare decisamente egoistico e molto poco sensibile. Sono comunque personaggi complessi, e molto tragici, ognuno in diversa maniera. Un caro saluto.

  4. lei era certo difficile ma lui non era all’altezza. E il suo comportamento prima e dopo lo dimostra.Con entrambe ha mostrato ciò che era.Questo continuo a pensarlo.

  5. grazie, molto interessante.Una volta di più si dimostra che Ted Hughes era….(parolaccia). E come lui, tantissimi hanno lo stesso comportamento oscillante. E’ la natura maschile,certamente, ma anche ne soffrono tutti quelli (uomo e donna)con un forte disturbo narcisistico di personalità. Consideriamo inoltre che era un bravo poeta,forse l’unica minima “attenuante”…comunque inacettabile.

  6. Grazie, Lucetta. Ancora una volta si dimostra che i bravi poeti, o comunque gli artisti, non sono necessariamente brave persone, ma esseri umani con tutte le loro miserie, come chiunque. Un saluto.

  7. non puoi negare cara Elia che ci sono testi in cui la dichiarazione della propria vita privata affiora con pesantezza di dettagli e la cronaca mondana collabora ad ampliare con dettagli che rendono poi quasi impossibile non entrare tra le mura domestiche.

  8. non sono in grado di negare niente, ferni. però penso che la poesia – che può entrare lì in silenzio – debba stare sulla soglia. con passione.
    dettagli, intrusioni, interpretazioni mi sembrano vanità e altro ancora

  9. ripeto ci sono testi così espliciti che ci coinvolgono direttamente perché TALUNE , O MOLTE ESPERIENZE, le viviamo tutti e dunque siamo punti nel vivo della carne, non dei sentimenti o dei sensi o dell’intelletto. La Plath è un’artista spesso esplicita. Diretta colpisce con un colpo allo stomaco uno sui denti. Vuole fare male, non si può negare, la sua poesia non sta sulla soglia di chi legge, la sfonda direttamente

  10. Ferni, sono lì, in quelle che Cvetaeva chiama ” le sporgenze del cuore”. Le chiamo così anch’io e le sento pungere nello stesso modo. Perchè a ciascuno la sua storia. E questa è la mia.
    Dopo l’estate dell’81, Nino Pedretti arrivò in Forum con la traduzione di uno scritto di Silvia Plath: Poema per tre voci, che aveva scritto per la bbc inglese
    Pedretti lo aveva scoperto e tradotto per i suoi studenti. Lo abbiamo stampato per anni e anni, un po’ in segreto e un po’ in camuffa perchè non avevamo titoli e liberatorie – nemmeno sapevamo come si dovesse fare. Lo voleva Pedretti, che era anche un grande poeta dialettale, lo amavamo noi – Piccari ed io – piccoli lettori di provincia, molto osteggiati e molto silenziati.
    Da allora ascolto e amo Silvia Plath
    e penso che ci sia una soglia della poesia che nessuno nessuno può valicare alla ricerca di qualcosa d’altro. Ci ha già dato tutto l’oltre a cui si può accedere solo in silenzio.
    Il resto è nostro

  11. Cvetaeva è un’altra parola è un’anima sole da sola che si ripiega in una relazione in cui la soglia è lei, intera aperta senza alcuna riserva

    Ai miei versi scritti così presto,

    che nemmeno sapevo d’esser poeta,
    scaturiti come zampilli di fontana,
    come scintille di razzi.

    Irrompenti come piccoli demoni
    nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
    ai miei versi di giovinezza e di morte,
    versi che nessuno ha mai letto!

    Sparsi fra la polvere dei magazzini,
    dove nessuno mai li prese né li prenderà,
    per i miei versi, come per i pregiati vini,
    verrà pure il loro turno.

    *
    Io sono una pagina per la tua penna.
    Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
    Io sono la custode del tuo bene:
    lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

    Io sono la campagna, la terra nera.
    Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
    Tu sei il mio Dio e Signore, e io
    Sono terra nera e carta bianca.
    *
    Sono felice di vivere in modo semplice ed esemplare –
    come il sole, come il pendolo, come il calendario.
    D’essere un’anacoreta laica di snella figura,
    savissima – come qualsiasi creatura di Dio.

    Di sapere: lo Spirito è mio alleato, lo Spirito è mia guida!
    D’entrare senza annunciarmi, come un raggio e come uno sguardo.
    Di vivere così come scrivo: in modo esemplare e succinto –
    come Dio comanda e come gli amici non prescrivono.
    *
    Il treno della vita

    Se non baionetta – allora zanna, mucchio di neve, raffica di vento –
    verso l’immortalità ogni ora c’è un treno!
    Arrivo e so una cosa soltanto: stazione,
    non vale la pena di disfare i bagagli.

    Verso tutti, verso tutto – con l’indifferenza degli occhi
    per i quali la fine è l’immemorabilità.
    Oh, come è naturale salire in terza classe
    via dall’asfissia delle stanze delle signore!

    Via dalle costolette riscaldate, dalle guance
    raffreddate…non si può ancora più in là,
    anima? Magari nello scolatoio di un lampione –
    via da questa fatale falsità:

    dei bigodini, dei pannolini,
    dei ferri roventi per i ricci,
    dei capelli bruciacchiati,
    delle cuffie, delle incerate,
    delle ac-que-di-co-lo-nia,
    delle familiari felicità
    da cucito (Kleimwenig!…),
    “E’ stata presa la caffettiera?…“
    di roba ad asciugare, cuscini, matrone, bambinaie,
    asfissia delle bonnes, dei bagni.

    Non voglio in questo scatolone di corpi femminili
    aspettare l’ora della morte!
    Voglio che il treno beva e canti:
    la morte è pure lei al di fuori della classe!

    Via allo sbaraglio, verso lo stordimento, la fisarmonica, la fatica, l’inutilità!
    “Come s’appiccicano questi anticristi?”
    così che qualche randagio: “All’altro mondo…”
    senza aspettare, dico: “Meglio!”

    Piattaforma. – e traversine. – e l’ultimo arbusto
    in mano. – lo lascio – e’ tardi
    Per tenersi su. – traversine. – di quante labbra
    sono stanca. – guardo le stelle.

    Così, attraverso l’arcobaleno di tutti i pianeti
    scomparsi – qualcuno li ha contati? –
    guardo e vedo una cosa sola: la fine.
    Non vale la pena di pentirsi.
    *
    Tentativo di gelosia

    Come state con quell’altra –
    Più semplice, vero? – un colpo di remo!
    Lungo la linea della costa
    se n’è andato presto il ricordo

    di me, isola flottante?
    (nel cielo – non sulle acque!)
    Anime, anime! Sorelle dovete essere,
    non amanti – voi!

    Come state con una donna
    semplice? Senza divinità?
    Deposta dal trono la sovrana
    (e da esso disceso),

    come state – vi date da fare –
    vi raggrinzite? Vi alzate – come?
    Con il dazio dell’immortale mediocrità
    come ve la cavate, poveretto?

    “Spasimi e intermittenze,
    basta! Mi prenderò una casa.”
    Come state con una qualsiasi –
    voi, eletto mio?

    V’è più connaturato e commestibile
    il cibo? – non nascondere il successo!
    Come state con un simulacro –
    voi che avete calpestato il Sinai?

    Come state con un’estranea,
    una “terrestre”? Per la costola – v’è cara?
    La vergogna con le briglia di Zeus
    bon vi frusta la fronte?

    Come state – come vi sentite –
    Cosa potete? Cantare – come?
    Con la piaga dell’immortale coscienza
    come ve la cavate, poveretto?

    Come state con un articolo
    da mercato? La servitù è dura?
    Dopo i marmi di Carrara
    come state con la polvere

    di gesso? (Dio scolpito
    in una gleba – e frantumato!
    Come state con una centomillesima –
    voi, che avete conosciuto Lilith?!

    Dell’ultima novità di mercato
    siete sazio? Stanco delle maghe,
    come state con una donna
    terrestre, senza i sesti
    sensi?
    Via, per la testa: siete felice?
    No? Nella frana senza profondità –
    come state, mio caro? E’ più pesante?
    E’ forse così – come per me con un altro?

  12. Citi la Cvetaeva, che amo profondamente, forte, di una passione irresistibile, diversa, diversissima dalla Plath. La sua vita è un dissesto e un equilibrio sui chiodi che la rendono un arco e una freccia, Plath si trova davanti ad un muro di indifferenza semmai, che mettono sul lastrico della depressione. Ma entrambi portano con ampiezza l’interno della loro vita, gli arredi domestici che quelle loro vite offrono a chi legge e si sofferma a guardare quelle scene. Il teatro del sogno, per l’una e l’altra, affiora dai dettagli che perfetti costruiscono la scena del loro andare in frantumi e ricostruirsi o perdersi. Cvetaeva scrive per restare viva,Cerca interlocutori suoi pari che sapessero ascoltare, ma soprattutto cercava qualcuno che non fosse eco alla sua voce ma fosse una voce di risposta che accendesse in lei qualcosa che non fosse il suo silenzio pregno di vita, lei aveva muscoli di grande atleta e un’anima capace di grandi escursioni nella termia del sentire.
    Il fatto è che comunque è stata bastante a se stessa. La Plath non aveva la sua carica tellurica.

  13. sii maestra tu che sai , non esprimerti per motti che io, ignorante non comprendo. Non ho certezze che non siano le stesse per cui tu le ritieni tali, perché anche tu hai le tue, perché tutti leggiamo attraverso noi stessi, siamo impossibilitati a leggere oltre ciò che miseramente siamo, io certo più misera di te.

  14. Cara Elia, se conosci la poesia di Plath sai benissimo che vita privata e scrittura sono un tutt’uno nel suo lavoro. E come lettore, non si può leggere la Plath escludendo la sua vita privata, perché lei fu la prima a non scindere le due realtà. Questo vale per ogni scrittore e il suo lavoro. Se così non fosse non esisterebbero le biografie degli artisti, degli scrittori, dei poeti che sono PARTE INTEGRALE dello studio sul loro lavoro e la loro arte. Qui fra l’altro la vita della Plath si tocca relativamente. Questo articolo dà voce a un’altra figura, quella di Assia Wevill, una vittima di questa tragedia che fino a qualche anno fa era stata dimenticata, anzi, volutamente esclusa dalla storia, o semplicemente condannata come l’artefice della separazione di Plath e Hughes e quindi, implicitamente, colpevole della morte di Sylvia Plath.. Mi è sembrato non solo morale, ma doveroso parlarne. Saluti.

  15. cara Daniela, come dovrebbe essere chiaro, non sto parlando e discutendo della vita di Assia Wevill, che mi ha profondamente colpito.Non la conoscevo per nulla
    Quello che cercavo di mettere in discussione – nel vero senso della parola – è il rapporto tra la vita e la scrittura di un/una poeta e la nostra volontà e capacità di dare un qualsivoglia giudizio. Soprattutto là dove la vita diventi morte volontaria.
    Lì – su quella soglia – posso soltanto stare in silenzio. perchè davvero resto impietrita. e questo intendevo e vorrei si intendesse senza altri malintesi
    ciau, elia

  16. Cara Elia, se così fosse, il Meridiano Mondadori non dedicherebbe una lunghissima introduzione al lavoro della Plath che tocca molti aspetti strettamente personali della sua vita privata. Scrittura e vita privata diventano necessariamente una sola cosa. Un saluto.

  17. Cara Fernanda, l’articolo su Assia che riporti è stato chiaramente estratto dal mio, apparso anni fa in Internet. Avrebbero almeno dovuto citarne la fonte. Ciao, un saluto.

  18. https://syvvi.wordpress.com/

    Questo il sito, interamente dedicato alla Plath di cui non si sa chi sia il/la responsabile o curatore.Ci sono molti articoli, riportati o tradotti, ma non saprei proprio a chi fare riferimento, perché manca di un qualsiasi referente. L’unico modo penso sia commentare sotto il post che interessa.

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