Sulla poesia, dell’amore e dell’aria- Franco Loi

marina richterova

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E’ un articolo vecchio, se undici anni segnano una differenza epocale, come si usa dire adesso un po’ dovunque, eppure credo che in poesia, oltre alla differenza che il linguaggio può certamente risentire, perché costruito per strada, nella bocca della gente oltre che nella bottega di chi la parola la costruisce per assonanza-dis-sonanza con la storia dell’umanità, tutto resti radicato e si annodi, tempo con tempo, in un continuo, che non subisce sottrazione ma ampliamento. Per questo, di seguito,dopo questo breve cappello porto uno scritto di Franco Loi, visto che il discorso sulla poesia , il teorizzare a proposito di poesia cresce intorno al proliferare di testi di cui, a volte, ci si domanda il senso, non tanto il valore…aggiunto a tanto vuoto incolmato.

Secondo Franco Loi, e con lui condivido questa prospettiva,soltanto una sintesi interiore può farci  capire ciò che l’uomo compie, in ogni campo, in ogni arte. Sta dentro ciascuno di noi la misura anche quando non la vediamo, spesso resta nascosta, non si fa sentire, oppure ancora non si è formata. Ciò che comunemente misuriamo secondo canoni esteriori ed esterni è ininfluente se non sono intimamante conosciuto, solo in questo caso, le  cose osservate, avranno un rilievo, costituiranno il nostro paesaggio interiore, e non sarà per tecnica che influirà ma per sostanza. Scrive Loi:- …il lavoro e lo studio sono necessari alla crescita dell’uomo, ma da essi non dipende la qualità di una poesia o di un’opera.
La poesia è nell’uomo e parla dell’uomo, dei suoi rapporti, delle sue visioni, delle speranze, delle disperazioni, dei dolori, delle gioie, del sesso, dell’amore, del passato, del presente, della storia, della natura. Ma, ciò che più importa, parla, non solo di ciò che è contenuto nella coscienza di un io, ma anche di ciò che è latente e persino sconosciuto. –

 fernanda ferraresso
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marina richterova
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Parlare di poesia è come parlare d’amore o dell’aria che respiriamo, si confonde spesso la poesia con l’ingegno che produce cultura — è una, nemmeno troppo vecchia, malattia del neoclassicismo, in pratica si tratta di due vie e due culture: quella creativa e quella erudita o intellettuale, la creatività è in atto nell’uomo: non s’impara né si trasmette; la conoscenza è materia invece di studio e d’insegnamento. non che una escluda l’altra ma, più semplicemente, una non garantisce l’altra.

1) La creatività opera nella sintesi spazio-tempo che ogni uomo intuisce dentro di sé. Nel gioco, come nell’operare poetico, che una boccia sia a un metro o a venti metri è indifferente al bocciatore; così, si tratti di un verso o di un poema intero, è indifferente al poeta. Come il giocatore ‘sente’, ancor prima di colpire, nel momento stesso in cui lancia la boccia, se andrà a segno o no, il poeta ‘sente’, ancor prima di scrivere, se ciò che scriverà è ‘giusto’ o no. Il problema balistico, come il problema stilistico, è fuori dall’uomo, è un problema di conoscenza; il gioco e la poesia sono eventi interni all’uomo, non sono nemmeno problemi.

2) “Come fa? Non ha stile, gioca male, tira come un principiante, ma non sbaglia…”. È un discorso diffuso in ogni genere di sport, e dice molto sulla critica estetica. È una questione di equilibrio. Camminare in strada, in un prato, o sul cornicione di un palazzo, su un cavo a cento metri o su un filo sospeso sulle cascate del Niagara è del tutto indifferente all’equilibrista. Solo la sintesi interiore dà modo di capire ‘le imprese umane’ in ogni campo. La misura è dentro di noi o non c’è. Tutte le dimensioni esterne è necessario conoscerle, ma non solo influenti. Dal ‘trar dell’arco’ e da Siddharta abbiamo già imparato queste distinzioni.

3) È come fare un figlio. Ci sia accoppiamento una volta o cento volte, ci sia o non ci sia bellezza nell’uomo e nella donna, ci sia esperienza o no, grazia o goffaggine, tutto ciò non ha rilevanza nella creazione. I dati possono influire soltanto se hanno rilievo nella coscienza, e quindi nella dimensione interiore dell’uomo, ma in quanto tali, le dimensioni, le misure, le tecniche non incidono affatto sulla creatività. Abbiamo la riprova nei tanti professori e accademici d’arte e di lettere che non riescono a fare una poesia o un’opera d’arte. E questo non è un invito all’ignoranza e all’incultura; il lavoro e lo studio sono necessari alla crescita dell’uomo, ma da essi non dipende la qualità di una poesia o di un’opera.

4) La poesia è nell’uomo e parla dell’uomo, dei suoi rapporti, delle sue visioni, delle speranze, delle disperazioni, dei dolori, delle gioie, del sesso, dell’amore, del passato, del presente, della storia, della natura. Ma, ciò che più importa, parla, non solo di ciò che è contenuto nella coscienza di un Io, ma anche di ciò che è latente e persino sconosciuto. C’è una memoria del corpo, una sensitiva, una emozionale, un pensiero cosciente e uno inconscio, una memoria che Jung chiama dell’inconscio collettivo, e persino una memoria ancestrale. La poesia porta alla luce della coscienza questo sotterraneo movimento. Neppure il poeta sa cosa dirà e come lo dirà. Spesso la sua intenzione è travolta dalla necessità interiore di dire. Tanto è vero che ogni uomo scopre in una poesia ciò che lo riguarda, evoca attraverso l’ascolto dei suoni e dei significati una propria memoria, e ogni epoca vi ritrova nuovi contenuti e nuovi motivi d’interesse. Oltre l’intenzione, il poeta finisce comunque col dire altro, col parlare dell’ignoto in lui e fuori di lui.

5) E veniamo all’etimo della parola poesia: poiein, fare. Perché i greci l’han chiamata ‘fare’? Potevano chiamarla composizione o elaborato o racconto ecc. Ma, come sappiamo da Socrate, le parole antiche sono le più vicine alla sostanza e al senso delle cose. La poesia agisce. Opera in chi la dice e in chi la sente. Perché essa ha la proprietà di sommuovere l’uomo che la pratica. Avete mai ascoltato una musica? Essa muove qualcosa in voi prima ancora di conoscere il significato o averne conoscenza tecnica. Anche la poesia è fatta di suoni. Poiché il linguaggio della poesia non si riduce alla pura significazione, ma è connessione stretta tra suono, sensi, emozioni, pensiero. La parola, costitutivamente fatta di suoni e di silenzi, suscita in noi il movimento.

6) Ma appunto perché è un ‘fare’, la poesia è stata accostata più volte al sacro. Ne parla Petrarca nelle Familiares al fratello Gerardo, ne parla Ungaretti. E se ripensiamo anche qui all’etimo di sacro, da sak che ha significati di lontananza e di venerazione, e di religione, da religo, coi sensi di ‘legame’, ‘connessione’, ci accorgiamo che le tesi di Petrarca e Ungaretti non sono del tutto arbitrarie — non per nulla gli studiosi dicono che gli antichi sacerdoti erano poeti. E se fare il sacro attiene al porre e colmare la lontananza, cioè adoperarsi al compito conferito all’uomo in genesi: fare da ponte (da qui pontifex, pontefice), da tramite tra Dio e gli uomini, tra lo spirito e la materia; porre la lontananza e proporsi di colmarla; farla osservare e venerare e però renderla accessibile, allora si capisce la sacralità della poesia.

7) Dunque poiein, fare, in luogo di poio, fingo. Poiché non c’è finzione nella poesia, come si è voluto a più riprese sostenere nel privilegiare la razionalità e la costruzione della composizione poetica. Anzi, la poesia è lontana dalla finzione, in quanto lontana da ogni asserzione di verità, da ogni pretesa della mente razionale. Al cospetto della lontananza, il poeta compie un movimento d’amore, che lo avvicina. Noi facciamo continuamente pratica della distanza: prima di tutto tra noi e noi stessi, quindi tra noi e il mondo. Percepiamo il nostro essere ma non lo conosciamo; percepiamo il mondo senza conoscerlo. C’è una primaria lontananza tra la nostra mente e l’esperienza. Si pone qui la pretesa intellettuale del sapere, già confutata da Socrate. Espone perfettamente questa condizione dell’uomo rispetto alla verità il passo in cui Dante dice: “State contenti, umana gente, al quia, / che se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria”, che ribadisce la lontananza tra l’esperire e il sapere, tra l’intuire e il vedere.

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marina richterova

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 8) Scrive Marina Cvetaeva: “La poesia si confronta con l’impossibile”. Bisognerebbe, per capirci, fornire un vocabolario per le parole. Non c’è poi molta differenza tra poesia e scienza — anche lo scienziato si confronta con l’impossibile e ne prospetta scenari. Si confonde troppo spesso tecnologia e scientismo con la scienza; proprio come si confonde la poesia con la letteratura. La verità è sempre oltre ogni teorema.
L’unica differenza tra poesia e scienza consiste nel fatto che la scienza indaga la realtà e la poesia l’ama, muove verso di essa. Si può esaminare un fiore e si può amarlo: troppo spesso gli uomini si illudono di conoscerlo.

9) Dunque, della poesia non si può parlare, se non per analogie; appunto come della realtà non si può parlare che per allusioni. Di fronte alle contraddizioni della sua teoria della relatività, Einstein ha detto: “Eppure Dio non può giocare ai dadi con l’universo”. C’è tutta la sete di conoscenza e tutto il senso di impotenza del sapere. Ecco, la poesia non ha questa pretesa, pur avendo la stessa sete: essa cerca di contemplare e amare l’universo e di rappresentarlo.
Inoltre è curioso che il lavoro che un poeta fa per esprimersi sia insieme un processo di affinamento del suo sapere e del suo essere, di maggior libertà rispetto al mezzo, di maggior penetrazione nei dettagli della realtà, e approfondimento dell’esperienza percorsa. E nel compiere questo lavoro il poeta si rende conto che qualcos’altro avviene in lui: muta se stesso e la visione di sé e del mondo.

10) E dobbiamo poi dire qualcosa sulla funzione della poesia. Si è argomentato spesso sull’inutilità proprio per combattere tutte le interpretazioni ideologiche procedenti dall’illuminismo e dal razionalismo. Ma è una ‘inutilità’ particolare. Giacché esula dall’economico e dal filosofico. Il senso della sua utilità si può esprimere, secondo l’ammonimento antico, in una frase: “non di solo pane vive l’uomo”. Ciò significa che l’uomo può cogliere nella parola, attraverso i significati e la musica, il presagio del reale in movimento. Come l’intuizione è pensiero di ciò che non è ancora sistemato nella mente, la poesia è parola di ciò che non è ancora storia. Diceva Gurdjieff un grande personaggio del Novecento: “L’uomo può vivere, più o meno a lungo, senza mangiare, senz’aria e senz’acqua. Ma non può vivere nemmeno un istante senza intuizioni e impressioni”. La poesia è la voce che rende palesi e accessibili le intuizioni e le impressioni. La sua funzione è dunque quella di far emergere nell’uomo e tra gli uomini la coscienza di ciò che è ignoto, la consapevolezza di ciò che è fuori dalla sfera del possibile. Senza la poesia l’uomo sarebbe schiavo del determinismo razionalistico e delle ideologie della storia. La poesia libera l’uomo in quanto ricorrente espressione della sua libertà.

11) La nostra è una società che ha ceduto alle tre tentazioni bibliche e quindi dà il bando alla poesia. Ma è nel momento dell’esilio che il poeta è necessario. E si rammenta agli uomini, se non altro, che “al guizzo / guizza dentro allo specchio” la sua immagine. Invita l’uomo a guardarsi e a sperare, lo invita a recuperare la memoria di sé, ad avere una visione più larga della realtà, una visione che pone insieme razionale e irrazionale, coscienza e incoscienza, élite e popolo, passato e presente. La poesia conduce l’uomo, esiliato da se stesso, da Dio e dal consorzio umano, verso la ricerca della propria identità. Per questo la poesia non è stata mai così osteggiata ed esclusa dalle consorterie dei potenti e così praticata dagli uomini — soprattutto dai giovani.

12) Si dice che la tecnologia muta tutte le prospettive. È vero. Ma occorre comprendere appieno il valore comunque strumentale della tecnica. L’uomo potrebbe anche divenirne schiavo, a costo della sua stessa esistenza. Le prospettive temute da Severino, e ancor prima da Huxley, Orwell, Hobbes, si stanno concretando. Sì, forse la tecnologia farà sparire dal consorzio umano anche i libri. Ma si mediti sul fatto che più i mezzi sono potenti e complessi, più denaro occorre per farne uso, più diventano esclusivi dei potentati ricchi. La poesia è un mezzo semplice — Tonino Guerra faceva imparare a memoria ai suoi compagni di lager le poesie: basta la voce o un foglio di carta. Non è mia intenzione contrapporre la poesia alle tecnologie. Semmai far pensare alle conseguenze estreme di una idolatria e di un esilio.

13) Quando si parla di comunicazione, di che cosa si parla? Dello scambio di notizie e nozioni o dello scambio di esperienze e d’amore? Senza questa distinzione è facile dire che la poesia è travolta dalla tecnica. Ma cosa vogliamo mettere in comune? L’uomo o una parvenza di esso? La poesia si propone come un monito, con la sua funzione e la sua antica sacralità. Si dice che i poeti sognano. Ci presenteremo alla morte con le nostre parole e i nostri sogni. Sempre meglio che arrivarci a mani vuote e con la miseria della disperazione.>>

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