LO SPECCHIO- Ritratto d’autore- Costantino Kavafis

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Canto di Ionia

In Costantino Kavafis l’amore e il culto della bellezza è come un cibo irrinunciabile per l’essere umano che voglia raggiungere stadi sempre più alti nella propria esistenza intellettuale, sentimentale e psicologica: è con quest’idea che, spesso, torno ad accostarmi alla lirica del grande Alessandrino e ad una delle mie preferite tra le molte che leggo e rileggo e ammiro, il cui titolo greco (Ιωνικόν – ionikòn) è stato tradotto in italiano in modi diversi, seppur affini. Da parte mia ho trovato nel bellissimo volume C. P. Cavafy, Complete Poems (Alfred A. Knopf, New York, 2012) la proposta di traduzione per me più convincente e che ho scelto come titolo del presente intervento.
Ha impiegato più di dieci anni il curatore del volume, Daniel Mendelsohn (ben conosciuto saggista, narratore e studioso di letteratura greca antica), per mettere a punto la traduzione in inglese dell’intera opera di Kavafis, facendola precedere da un’ampia, appassionata e coinvolgente introduzione, fornendo traduzioni dei singoli testi di altissimo valore filologico e letterario e dotando il volume di esaustive note; la sua proposta di traduzione è, appunto, Song of Ionia che, a mio avviso, ben rende il ritmo e il senso del testo kavafiano. Quello del poeta greco-alessandrino è infatti un canto dispiegato in onore di dèi che, in realtà, sono un respirare e alitare ancora ben vivo della bellezza capace di sopravvivere alle distruzioni e all’intolleranza, all’indifferenza e alle violenze della storia. Gli dèi di Kavafis sono la luce stessa della Ionia, dell’Egeo e del Mediterraneo intero, sono le pinete e gli oliveti affacciati sulle sponde di mari che univano e ancora dovrebbero unire le genti, il suono del vento e la parola poetica stessa, perché è attraverso di essa che Kavafis può intessere il suo canto non nostalgico, nient’affatto nostalgico, ma dotato di una forza capace di rendere presente la bellezza contemplata e celebrata. Come in un rito sacro, la parola, evocatrice d’immagini e di emozioni, si leva e si eleva in un’affermazione di presenza.
Propongo qui di seguito la limpida traduzione di Nelo Risi e Margherita Dalmàti dal volume einaudiano delle 55 poesie del 1968 che riporta anche il testo originale greco, quella di Mendelsohn che riesce a rendere in maniera mirabile e il ritmo e le scelte lessicali peculiari del testo kavafiano, infine quella di Guido Ceronetti che ha curato per Adelphi una personale scelta dall’opera kavafiana intitolandola Un’ombra fuggitiva di piacere (Milano, 2004) ed offrendo, in accordo con lo stile dello scrittore torinese, versioni davvero originali e inconfondibili.

Antonio Devicienti

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Song of Ionia

Because we smashed their statues all to pieces,
because we chased them from their temples –
this hardly means the gods have died.
O land of Ionia, they love you still,
it’s you whom their souls remember still.
And as an August morning’s light breaks over you
your atmosphere grows vivid with their living.
And occasionally an ethereal ephebe’s form,
indeterminate, stepping swiftly,
makes its way along your crested hills.

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Terra ionica

E sradicati i loro simulacri
dai loro templi li scacciammo. Eppure
non fu morire, questo, per gli Dei

Perché t’amano ancora, o terra ionica,
perché in loro, ombre, è la vita
del tuo ricordo, ancora

d’agosto, quando il mattino t’irrora,
l’impeto di energia vitale che ne emana
nel tuo respiro tutto si travasa;
e a volte di una forma indefinita
di adolescente rianima i tuoi colli
l’essenza, che li percorre
vertiginosa.

 

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