LUOGHI ABITATI- Anna Maria Farabbi: ANCORA IN FABBRICA CON LAMBERTO DOLCE

pietro massimo pasqui

pietro massimo pasqui-fabbriche abbandonate

Proseguiamo negli spazi dentro cui vivono e lavorano le nostre esistenze, attraverso la guida di scrittori e artisti. Non perché il loro punto di vista sia eletto, ma è sostenuto da un’articolazione espressiva dettagliata. Inoltre, mi interessa premere l’urgenza di tornare a guardare la nostra società, gli spazi condivisi, assumendoci responsabilità.

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Intervisto Lamberto Dolce

Tu hai lavorato anche in fabbrica. In quali anni? Per quanto tempo?

Ho lavorato in varie officine metalmeccaniche dal 1975 al 1978, dal 1979 al 1984 nell’edilizia, quindi solo tre anni.

Consideri che le condizioni di lavoro, oggi, siano cambiate rispetto al periodo in cui tu hai lavorato?

Cambiate e di molto, in maniera peggiorativa per la classe operaia così come per tutte le altre categorie del lavoro dipendente. Addirittura per gli operai è iniziata una propaganda ideologica, negli ultimi trenta anni, volta a negare la loro esistenza, praticamente la loro identità. Quindi chi è operaio nell’ Eurozona del XXI secolo è una specie di fantasma che non fa  più notizia nemmeno con i morti o feriti in reparto.

Conosci qualche tuo amico che sta ancora lavorando in fabbrica e ti racconta?

Sì conosco ancora qualche amico, non ancora esuberato; confermano il peggioramento della qualità di vita, dell’isolamento sociale e politico quindi anche culturale. Praticamente non si sentono più di moda, volendo ironizzare sul tragico: ora come ora valgono meno dei pochi contadini esistenti ma che sono molto più di moda almeno per il boom del biologico o dell’acquisto a km 0.

Puoi narrarci le problematiche, le pesantezze, le difficoltà relazionali, qualche episodio indelebile?

Per mia fortuna ho pochi episodi terribili, visto lo scarso tempo vissuto in fabbrica. Uno dei momenti che ricordo di più e che in parte ho raccontato è legato al primo giorno di fabbrica. Alla fine delle otto ore, più che la pesantezza della giornata mi rimase addosso, anche nei mesi successivi, l’amara certezza che quello sarebbe stato il mio futuro, ma insieme anche la voglia di cambiarlo il prima possibile.

Ricordo pure che ero impressionato dalle parolacce che dicevano gli operai dell’età di mio padre che a casa mi sgridava se le dicevo io. Si, pur essendo cresciuto in un ambiente culturale e politico col mito della fabbrica per me quel luogo rappresentava e rappresenta ancora un furto al tempo proprio di vita oltre che un abbrutimento identitario. Ho visto e conosciuto anche operai portati da una forte curiosità a spendersi in creatività. Negli anni ’70, i cosiddetti anni del conflitto sociale era una creatività rivolta verso il sociale; dopo negli anni del ripiegamento ideologico è diventa più una creatività di difesa personale dall’abbrutimento, più chiusa nei propri corpi mente.

Credi che in un luogo di duro lavoro come la fabbrica si possa parlare di solidarietà tra colleghi?

Dipende dalle condizioni storico-politiche, oltre che dalle soggettività, dalle sensibilità. Ora sento da amici che la solidarietà è un evento raro, non più una prassi. Con il ricatto della perdita del posto e tanti altri motivi, raccontati da altri o da giornalisti, è difficile trovare la stessa solidarietà di un tempo.

Conosci qualche artista che ha lavorato in fabbrica e ne ha scritto dipinto?

Tra i pochi che conosco trovo interessante il romanzo di Luigi Di Ruscio “ Cristi Polverizzati”. Non parla specificatamente dello spazio tempo della fabbrica, ma lo ha scritto da metallurgico emigrato in Norvegia dalla sua terra marchigiana. I critici di lui hanno detto che è interessante il rapporto che ha conservato con la sua lingua materna. Forse è un poco la metafora della vita degli operai: emigrano o vengono dalla campagna, cambiano lingua o mutano il proprio dialetto imbastardendolo con altri dialetti o, come succede ora, con altre lingue di altri paesi. Molto stimolante e innovatore è stato lo splendido romanzo di Bernari “ Tre operai” scritto in epoca fascista. Forse esco un poco dalla tua domanda ma anche un altro operaio che conosco e lavora spesso “ in trasferta”, in quella che io considero la sua vera vita, fa l’attore, si chiama Andrea Anselmi; il suo recitato è linguaggio del corpo lunatico, frustrato, belligerante, represso, sfruttato, morente , vivace, che può appartenere a più operai in continuo conflitto di identità con il presente. Anche un altro operaio ora in mobilità, Graziano Arletti, nella sua vera vita è attore. Costruisce identità sul palco stupende e complesse. Conosco queste minime, dense vite esperienziali e queste vite mi portano a pensare.

Pensi che sia utile organizzare qualche evento artistico in fabbrica, come negli anni sessanta hanno fatto grandi maestri piantando voce, suono, colore dentro quelle pareti?

È sempre utile organizzare eventi artistici in luoghi di sfruttamento come sono le fabbriche. Non solo per un aspetto lenitivo o ‘democratico’, ma anche per dare una dimensione meno abbruttita al tempo di vita operaio. Ragionare e creare sui sogni o su una vita “non più di moda” è dura quanto rinnovare un contratto in quegli ambienti, specialmente di questi tempi.

anna maria farabbi

 

 

 

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3 pensieri su “LUOGHI ABITATI- Anna Maria Farabbi: ANCORA IN FABBRICA CON LAMBERTO DOLCE

  1. Viviamo un tempo bastardo che cancella e dimentica luoghi di lavoro come le fabbriche e la gente che li abita con fatica, per ributtarli un momento al ‘lusso’ della prima serata quando chiudono e lasciano senza lavoro… ma anche questo non è più tanto originale ed interessante, in tempi di crisi e di migrazione dei capannoni all’estero-più-sfruttabile come i nostri. Non parliamo poi di diritti, di condizioni di lavoro, di libertà di parola… Che si dia voce ad una scrittura, come quella di Lamberto, che parla (e in modo originale, nuovo!) l’esperienza operaia (comunque, anche se sono preti i personaggi) è bello. E’ bello, Anna, che si ipotizzi di tornare in fabbrica con la cultura… Aprirebbero le porte, oggi? Aprirebbero le porte, fuori o dentro, gli ‘operai’, credo. Spero. Perchè tanto di tanti si annienta, fuori e dentro, oggi.
    milena

  2. Grazie Mariella carissima ma il mio lavoro è “di sostegno” e collaborazione con i nostri autori e compagni di lavoro.Un abbraccio, ferni

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