Guardando Caspar David Friedrich, dentro un Mare al chiaro di luna- Silvio Lacasella

Caspar David Friedrich- mare al chiaro di luna

david  friedrich.

Parlare di Caspar David Friedrich (1774-1840), senza entrare nella mente della sua pittura e senza ascoltarne il battito interiore, è davvero impossibile. La poetica fragilità di quelle immagini si svuoterebbe di ogni significato e di ogni sostanza. L’artista stesso ne è consapevole, infatti, in più occasioni, ha dato all’osservatore la possibilità di collocarsi non solo idealmente, ma anche fisicamente davanti alle atmosfere sospese di un paesaggio chiamato a testimoniare ciò che non si può rappresentare: il mistero dell’esistenza.
E’ proprio questo il motivo che lo spinge, in molti dipinti, a ritrarsi di spalle. Così facendo, ci invita a guardare con i suoi occhi, rendendoci partecipi del medesimo suo senso di smarrimento, di umana “finitudine”, di fronte alla grandiosità di una natura che ogni ritmo stabilisce e che, per effetto di contrasto, indica la nostra diversa misura.
Le menti più sottili ne intuirono subito il valore (Goethe, ad esempio), però la maggioranza dei suoi contemporanei considerò eccessivo quel bisogno di confrontarsi sempre con l’“assoluto”. Con occhi troppo ravvicinati, essi osservavano la pellicola esterna di quei dipinti: il guscio sottile e vuoto. Pensiero sostenuto e alimentato da un sentire romantico, tra la letteratura e la filosofia dello “Sturm und Drang” e poi proseguito in musica, in poesia e, appunto, nell’arte.
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gerhard von kügelgen-portrait of caspar david friedrich

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Scrive Roberto Tassi: “Era comunemente accettata fino a qualche tempo fa, e in alcune zone culturali lo è ancora, la convinzione, divenuta poi schema storico, secondo la quale il Romanticismo tedesco ha dato i suoi maggiori, e forse unici, risultati, nella poesia o nella letteratura in genere, e nella musica. Ne risultava nei confronti della pittura un pregiudizio di cui nessuno aveva mai tentato di dimostrarne la sostanziale falsità”. In Friedrich, infatti, il Romanticismo rimane espressione della propria cultura nordica, mai stemperata nel tepore contaminante della luce mediterranea, proprio per non perderne la purezza originaria, a differenza di quanto fece Turner. Questa sua fedeltà “territoriale” fu intesa come un irrigidimento espressivo, ispirato e disciplinato da una fortissima “vocazione” religiosa. Per certi versi, e con le dovute differenze, sono le medesime critiche che si mossero a Zurbaran, nella lontana Spagna del Seicento. Scriverà Ludwig Richter, contemporaneo di Friedrich, nel commentare i suoi dipinti: “Traspare quella malinconia malata, quell’eccitazione febbrile che commuove fortemente qualunque osservatore appassionato, ma che produce sempre una sensazione di sconforto. Questo non è il carattere, lo spirito e il significato della natura, ma è qualcosa di artificioso. Egli ci lega ad un pensiero astratto, usa le forme della natura soltanto in un senso allegorico, come segni e geroglifici che devono avere un significato particolare, ma in natura ogni cosa parla per sé”. Accusare Friedrich di “inverosimiglianza” avrebbe potuto affondare il valore primo di una ricerca impegnata a stabilire una precisa corrispondenza tra stato d’animo e soggetto, inteso, questo, come trama del racconto o itinerario visivo. Vera e propria mappa per inoltrarsi in un territorio mai prima esplorato e mai più, successivamente, esplorabile, poiché l’intera sua pittura, pur sorretta da un bisogno di riconoscibilità assoluta, trova nutrimento e sostanza nella spinta emotiva. Lo pensa e lo dice: “Il pittore non deve dipingere solo quello che vede davanti a sé, ma anche quello che vede dentro di sé. E se in se stesso non vede nulla, smetta di dipingere anche quello che vede davanti a sé”. In questo luogo-non-luogo (“La vera sorgente dell’arte è il nostro cuore”), l’artista vuole si riconosca ogni minimo particolare. Ci invita a perlustrare i territori dell’anima, come viandanti senza meta, guidati dalla consapevolezza che ritroveremo noi stessi proprio nel momento in cui ci sentiremo smarriti. Nel contrapporre la vastità incommensurabile del non raggiungibile, al valore, non meno decisivo, del dettaglio, elimina le parti intermedie, producendo due risultati: ciò che è lontano ancor più si allontana, e il primo piano si avvicina, mostrando ogni dettaglio, poiché, nella visione del pittore “Dio è ovunque, anche in un granello di sabbia”. A parte in pochi casi, mai le vedute trovano una riconoscibilità geografica. E’ una condizione di appartenenza che travalica il singolo luogo, per entrare, dunque, in una condizione mentale e spirituale. Il pittore norvegese Dahl, trasferitosi a Dresda (dal 1823 abiterà nello stesso caseggiato di Friedrich) scrisse: “La maggior parte ha visto in lui soltanto un misticismo ricercato e innaturale, ma ciò è sbagliato”. Un desiderato isolamento, in modo da far sua la sordità di Goya o di Beethoven: “Devo essere solo e sapere che sono solo per poter vedere e sentire pienamente la natura. Devo compiere un atto di osmosi con quello che mi circonda, diventare una sola cosa con le mie nuvole e le mie montagne per poter essere quello che sono”.
“Mare al chiaro di luna”, del 1835/36, uno dei suoi quadri più belli, intensi, riepilogativi, colmi dell’emozione di chi, dopo averla simbolicamente rappresentata più e più volte, vede avvicinarsi il momento in cui cielo e mare si congiungeranno, eliminando la linea dell’orizzonte, per formare quella che Rodin ha raffigurato come la porta della morte, è ora esposto a Verona, al Palazzo della Gran Guardia, all’interno della mostra sul Paesaggio curata da Marco Goldin (aperta sino al 9 febbraio) e successivamente visibile a Vicenza, nel salone della Basilica Palladiana (dal 22 febbraio al 4 maggio 2014). Quadro mai esposto prima in Italia.
Il pensiero subito corre ai versi di Novalis: “Si avvolsero nel mantello della notte,/ grembo immenso, nido delle rivelazioni” e ancora: “Dolcemente stregata la notte/nei suoi sentimenti pascola la nostalgia”. Un mare notturno, fermo, freddo, come invernali sono la gran parte dei suoi paesaggi (nell’87 Friedrich rischia di morire inghiottito dal ghiaccio spezzatosi sotto ai suoi pattini. Muore però il fratello dodicenne, dopo averlo salvato). Quasi sicuramente è il suo mare, essendo egli nato (proprio l’anno in cui Goethe pubblica “I dolori del giovane Werther”) a Greifswald, una piccola cittadina sul Baltico. Tre barche in lontananza, sono chiamate a ricordare la transitorietà dell’esistenza. La luna è posta in alto, al centro: la sua luce buca nuvole minacciose e ancor più nere della notte, lasciando che riflessi sempre soffocati dal chiarore del giorno, si avvicinino a riva, sospinti dalle increspature del mare, formando una sorta di tappeto luminoso.
Nel 1840, qualche settimana prima della morte dell’artista, il poeta russo Vassili Zukovski, dopo avergli fatto visita, lasciò scritte queste poche parole: “Da Friedrich. Triste rovina. Piangeva come un bambino”.

Silvio Lacasella

10 Comments

  1. Anch’io leggo sempre avidamente gli articoli di Lacasella, e soprattutto questo, dal momento che Friedrich è uno dei pittori che amo di più. Mi permetto di consigliare, a chi avesse voglia di approfondire, le mirabili pagine di Quirino Principe sui modelli visivi dei quartetti per archi (soprattutto quelli maturi) di Beethoven, nei quali il pomerano entra a pieno titolo.
    C’è poi un altro musicologo che traccia un triangolo equilatero fra Beethoven, Goethe e Friedrich, ma la mia memoria risente ormai degli anni e non riesco a ritrovarlo… Se mi sovverrà, lo riporto qui.
    Sempre grazie, Ferni

    Fiammetta

  2. non ringraziate me, ma Lacasella…non lo chiamo Silvio perchè ormai crea un effetto diverso e lui, il nostro maestro, non lo merita. E’ sempre interessantissimo e soprattutto trovo particolarmente di approfondimento i commenti che riserva a chi si mette in dialogo con lui, aprendo nuove mappe alle nostre conoscenze. Anch’io lo ringrazio, ogni volta che, con attenzione fino al dettaglio, mi invia i suoi pezzi. ferni

    1. Mi scuso, ma la ammirazione per il maestro Lacasella credevo fosse implicito nel testo…
      Pensando alle sue opere mi viene in mente una bella frase di Paola Capriolo, dal libro “La spettarice”:
      “Né le leggi narrative né quelle della follia amano la dispersione, preferiscono mescolare e rimescolare un numero limitato di elementi finché il cerchio si chiude”.
      Mi pare che questa sia una verità anche per la sua pittura.
      Fiammetta

  3. Eccomi rientrato, come ogni mercoledì, da Verona. Che sorpresa trovo appena uscito dalla stazione (sempre che si possa parlare di sorpresa… oramai)? Bicicletta rubata, solo che questa volta era chiusa con un costosissimo lucchetto “a prova di ladro”. Poi leggo questi commenti e, se possibile, rimango ancora più sorpreso. Ma cosa succede? E’ un trappolone e c’è sotto qualcosa? (Scherzo) Grazie mille.
    S.
    (ah, dimenticavo: in treno ho letto “Il muro dove volano gli uccelli” di Marco Ortolani e Lucetta Frisa. Pagine ricche di spunti interessanti e intelligenti “citazioni”… alcune di queste me le sono annotate nella memoria. E poi un lungo capitolo è dedicato a Giacometti: uno degli artisti che mi accompagna, da sempre)

  4. Torno da Bologna. Sono stato alla pre inaugurazione della mostra,
    stra-ultra-superpubblicizzata, che espone “La ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer
    La vera cosa straordinaria (non che Vermeer non lo sia) sono quattro meravigliosi Rembrandt
    e un incantevole “Cardellino” di Carel Fabritius
    Cercalo in internet e usalo per una delle tue immagini di accompagnamento
    Un quadro… fatto di niente. Una haiku fiammingo

    Modernissimo e antico assieme. Di tutti e solo suo.

  5. Friedrich l’ho incontrato ad un corso di storia dell’arte e l’ho
    subito amato. L’ho contemplato all’Alte Galerie di Berlino. ho scritto
    versi ispirati dai suoi dipinti: dai paesaggi, a “due uomini e la luna”,
    da “un piccolo uomo” a “il viaggio, a “voglia d’infinito” nel mio libro
    “Ore di luce strangolate da clessidre” Fara Ed. Ora Silvio Lacasella
    rinnova l’incanto con la visione del “mare al chiaro di luna” e con le
    sue parole e io cado in estasi. Franca Fabbri

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