Søren Ulrik Thomsen- poesie

azat minnekaeva

.

da Rimesso

Nella sedia di vimini, nel sole d’inverno,
ho sognato che nulla era invano.
Ho sognato che il grande rullo si era rotto solo
perché noi zoppicassimo vagando insieme
in un modo molto più toccante.
Perché le folli scale dei non nati potessero essere trascritte,
gli improvvisi casi di morte letti
come una bella scrittura svolazzante.
Ho sognato che tu comunque mi amavi,
che nessuna solitudine è grande al punto
che la goccia dell’amore si perde nel suo mare.
Ho sognato che l’orrore di una vita intera
si poteva accantonare per un giorno felice,
e che forse quel giorno era oggi…

*

Una giornata dura nella società- da Nuove poesie

«Si fa tardi così presto»
ubriaco in treno

La morte ti guarda con il suo piccolo occhio limpido, la sua pelle è secca e liscia come pergamena e scricchiola un poco. Ma la decomposizione strepita come una giornata dura nella società: i vecchi stanno seduti con piccole, perfette parrucche e piangono per qualcosa che hanno obliato o vivono in grandi schiere per raccogliere bottiglie, disprezzo e tutto ciò che si ammucchia a formare una povertà sempre più grande. I bambini gridano per attirare l’attenzione – e la ottengono, e gridano. Due culti paralleli sono riservati agli adulti; uno per la pratica di tacite meditazioni dell’economia astratta, e uno consacrato ai check-point del corpo; si infila e si tira fuori, si beve e si vomita, si mangia e ci si gonfia e si occupa un po’ più spazio e si dimagrisce fino a occupare così poco spazio che qualcuno vuole infilarlo e tirarlo fuori, e si ride e si ride e chi non ride si è escluso dalla società e deve entrare in un altro scompartimento che non esiste o prender legnate che esistono. Avrei tanto voluto esser dottore, politico, guida e visionario – ma non posso, perché mi piacciono così poche cose e amo con tanta impazienza il pipistrello che svolazza in giro nella sua vibrante oscurità, un albergo di mogano con i parati a fiori e la garanzia della pioggia tutto l’anno, le piccole piccole scarpe di vernice delle piccole ragazzine, la matematica e il globo che trasporta tutto il Silenzio da una parte all’altra dell’universo, un’acqua rosea sul fondo della notte, la tua mano aperta un poco luminosa sul piumino, tutto ciò che esiste e non esiste, la rana piccola e umida. Il suo sguardo limpido nel buio.

*

 da Rimesso

Dedicata a quanto è stato troppo alla pioggia
al caldo all’ombra al vento al mondo;
a tutto ciò che è incatenato alla vita
mentre il sole brucia il suo bordo offuscato.
E a quanto deve fuggire di goccia in goccia
sulla calce dei muri e la rigonfia garza del tubo di scarico
per poi sgorgare solo come ruggine, poi polvere –
non è del tutto un caso che di crescita negativa,
verderame, corrosione e rivestimenti si parli,
perché questa è dedicata a quanto non ha casa
e cerca dimora nel dedalo della rete elettrica,
all’urina, a un disegno abbozzato.
Non è dedicata allo scheletro del merluzzo
bianco sul bianco piatto
ma alle fibre del pesce che stanno lì a marcire
fra un dente d’oro e uno d’argento;
al sangue che scivola sulla cera del filo interdentale
e luccica nello specchio davanti al tuo volto.
Al tuo volto che non può essere visto in uno specchio,
solo nel volto di un altro.

*

da Vivo

Sono così stanco della musica rock;
è un coltello passato sopra il cranio
parallelo all’emicrania che vi scorre sotto –
non contiene niente che non sia anche in me
e poi fuma a letto.
La evito come evito il più vecchio amico mio,
l’Idiota,
che ripete tutto ciò che dico
amplificato, spostato e distorto
che non riesce a starsene seduto, se io mi muovo un poco
e che non sa spostarsi di un passo se io rimango fermo.

*

Ci sono in me molte cose che non possono essere nella musica rock
e ancora più in te, che non puoi essere in me
e molte, molte di più, che non possono stare in nessuno
a malapena nella musica della poesia:
un occhio piange di gioia
l’altro è vitreo di orrore
per ciò che non è te né me,
ciò che noi non abbiamo da soli né in comune
sebbene ci tenga in piedi e ci risucchi come un mare:
il volume del sospiro, l’oblio e lo sguardo,
la mutezza delle bestie
una villa deserta, – follemente illuminata.
Dico le cose come stanno: non so cosa sia.

*

ricordo l’odore
nel suo appartamento
il vento alla stazione vicino al porto
sono vivo
trovo vecchie poesie
lettere ricordi
10 anni 8 anni 7 anni 1 anno
sono vivo
scrivere all’ufficio
il latte è acido
piango
sono vivo
piango
vivo

*
Per tutto il giorno hai portato una poesia d’amore nella tasca interna
Al crepuscolo fra il petto e il vento che entra dal tweed della giacca
le lettere del suo nome amato si sono scambiate
e quando dispieghi la carta sotto la lampada
fissi un nome
che in un modo estraneo e primitivo ricorda il tuo.
Di notte, quando dormiamo,si apre una crepa nel cielo
fiori ossidati e dorati animali si rovesciano sulla città
e la nave bianchissima
(piena di secondi e di mani che si adattano l’una all’altra)
che vedemmo navigando fra la veglia e il sonno
è scomparsa. E tu lo sai, ed è vero-
il mondo respira attraverso il corridoio della tua età
e tutto ciò che hai trovato è solo una piccola parte della vita.
Una sera, quando meno te lo aspetti,
cammini finalmente lungo la costa che sognavi da ragazzo.
Una fresca onda ti solleva nel buio
e d’un tratto ti sembra di sapere tutto. E tu lo sai, ed è vero-
ma un attimo dopo stai solendo le scale della metropolitana e tutto è dimenticato, e la metà che ricordi non è giusta
e l’altra metà non la ricordi. Giusto

E se comunque ricordi tutto
d’improvviso è l’esistenza che  non è giusta:
perché la vita è solo una piccola parte di tutto ciò che esiste.

*

da Rimesso

Per ogni rosa che di notte aggiungiamo alla vita
il giorno sottrae una serena interpretazione.
Anche le linee più semplici, quasi un canto,
si ammassano in sonetti compatti,
il cui tremante groviglio di umbratili fronde
cade fra te e il mondo.

Portiamo i grigi capelli sul cranio come ali
che brillano nel volgerci l’uno verso l’altro.
ma io non sopporto che il secondo
in cui una rosa fu posata a trave in cima alla poesia
ora è sottratto al tempo che verrà:
ho vissuto per 35 anni e di altrettanti ho bisogno
per riprendermi dai primi.
Nel palazzo c’è ancora luce,
sulle tende scorrono le impronte dei vivi,
giù per tutti i diciassette piani
l’ascensore cala in silenzio quelle dei morti.
Fra conti,lettere e avvisi
spunta una rosa essiccata
la lampada appesa in balcone quest’estate
canta come una sentinella al vento:
E’ autunno! Autunno!

Di nuovo ottobre ci ha bruciato la vita fino in fondo
sul tavolo è in mostra l’oceano dell’inchiostro
ci è stata data un’altra occasione.
Ma ultimamente mi è venuta la paura
che non basti più morire 1 sola volta l’anno;
mentre l’acero sacrifica la sua luce al vento
covando si addensa il faggio sanguigno della poesia:
perditi tra i fogli di questo libro.

**

Søren Ulrik Thomsen, nato a Kalundborg nel 1956, vive a Copenaghen dal 1972. E’ membro dell’Accademia Danese dal 1995. Tra le sue raccolte di poesie si ricordano City Slang (1981), Nuove poesie (1987), L’esitazione del creato (1996), Il peggio e il meglio (2002).

In Italia è pubblicato nell’antologia Vivo , Donzelli 2004, a.c. di Bruno Berni, da cui sono tratti questi testi.

http://www.donzelli.it/libro/1057/vivo

 

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7 pensieri su “Søren Ulrik Thomsen- poesie

  1. Nel palazzo c’è ancora luce,
    sulle tende scorrono le impronte dei vivi,
    giù per tutti i diciassette piani
    l’ascensore cala in silenzio quelle dei morti.
    Fra conti,lettere e avvisi
    spunta una rosa essiccata
    la lampada appesa in balcone quest’estate
    canta come una sentinella al vento:
    E’ autunno! Autunno!

    Me la sono trascritta! Bellissima tutte

  2. come in quella barca sulla nuvola (scelta sempre eccellente ogni tua immagine), è navigare-volare in questi versi…
    non conoscevo questo poeta. Grazie!
    cri

  3. Pingback: Soren Ulrik Thomsen-poesie. Proposta di rilettura | CARTESENSIBILI

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