TRASMISSIONI DAL FARO N. 39 – A.M.Farabbi: incontro con Marco Vitale

niv maoz- mist at the Beachy Head

.Continuo il cammino nel paesaggio delle personalità più interessanti del nostro panorama intellettuale ed espressivo, proponendovi l’incontro con la voce e l’interiorità di Marco Vitale. Anche in questo caso, credo che nell’offerta  delle sue parole ci sia ricchezza preziosa. Il dato biografico rivelato, sobrio e asciutto, apre limpidi scorci letterari.  

Sei una delle personalità poetiche più delicate e discrete della nostra letteratura. Qualità questa che, nonostante gli anni di lavoro, di riconoscimenti, di esperienze editoriali, è rimasta intatta nella sua purezza. Voglio iniziare qui il nostro colloquio proprio perché ritengo questa tua caratteristica un oro limpido ed  esemplare.  Com’è cominciato il tuo rapporto con la poesia? In quale città? Con quale attenzione da parte dei tuoi familiari e amici?

Intanto Anna Maria comincio col ringraziarti per queste tue parole, che oltre a lusingarmi mi confondono, però, se appena provo ad osservarmi questa purezza che dici mi sfugge, e vorrei aggiungere “per fortuna”. Mi sento tutt’altro che puro o esemplare; calco le tavole di scena come posso, nel gran brusio che tutti sperimentiamo. Com’è cominciata? Forse un po’ come molti scriventi della mia generazione, sui banchi del liceo; il mio era a Roma, dove ho avuto la fortuna di avere degli ottimi insegnanti nelle materie letterarie. Il professore di latino e greco, che si chiamava Bruno Costantini, ci dava in mano le traduzioni di Filippo Maria Pontani, di Quasimodo, di Pasolini e fu il primo – eravamo a metà degli anni settanta – a parlarmi di un poeta che viveva a pochi passi dal nostro liceo e che da allora non ho più smesso di leggere: Attilio Bertolucci. Aggiungo, per rispondere alla domanda, che i miei genitori erano entrambi persone colte, lettori non tanto di poesia quanto di romanzi, e non sono il solo a pensare che la lettura dei romanzi sia un ottimo nutrimento per un poeta. Mia madre è mancata molto presto e non ha fatto in tempo a vedere le mie prime pubblicazioni, mio padre mi ha seguito sempre con affetto.

Raccontaci la tua poesia, le vie di ricerca, i colori, le periferie e il fuoco centrale.

Questa è naturalmente la domanda più difficile. Gettando uno sguardo a ritroso su tanti anni di scrittura mi rendo conto che i due temi di fondo, variamente declinati, sono stati l’assenza, l’assenza/presenza della persona amata e il tempo, e questi temi si sono venuti via via definendo e articolando in relazione a un  “tu”, perché la condizione dialogica sempre più mi è parsa irrinunciabile. Perfino in un testo come Il sonno del maggiore (ora in Bona Vox, Jaca Book 2010), che si presenta come il monologo di un’ombra, un voce spezzata dalla distanza di una sconfitta militare all’inizio del secolo scorso, il tu, i tu, diventano condizione necessaria. Senza di essi niente sarebbe possibile: a volte ho l’impressione di scrivere un epistolario, seppure lirico e in forma di frammenti.

Milano, dove abito dal 1989, fornisce di preferenza la scena, non però esclusiva, in cui questi temi vengono in luce. Contano, nel mio “paesaggio interiore” – perdonami il sussiego dell’espressione – le mie radici che sono mediterranee, ma anche labili e congetturali, tal ché, per venire ai colori, il contrasto tra gli accesi e i più spenti è tutt’altro che raro, e un esempio lo trovi proprio nel monologo appena ricordato. Come è naturale il discorso, sempre parlando di un paesaggio interiore, va allargato alle letture, alle predilezioni poetiche, agli autori – mi limito qui a quelli di poesia – letti e riletti, mandati a mente. Uno te l’ho già nominato; aggiungo i nomi di Caproni, di Saba, di Penna, dei poeti lombardi del secondo novecento: Sereni, Erba, Raboni in primo luogo. Pasolini, sembra strano, l’ho amato, il che vuol dire capito (provato a capire almeno) piuttosto tardi. Ma molto hanno contato per me i grandi francesi dell’otto/novecento. E l’immenso Leopardi  dello Zibaldone, delle Operette morali, una fonte di riflessione praticamente inesauribile.

Temo poi di non essere annoverabile tra i “poeti civili”, e non perché mi consideri incivile (così mi illudo…) e non attribuisca un senso alto alla parola civis, sia pure in un contesto così degradato come quello del nostro paese. Ma perché ogni volta che un tema civile, meglio un tema di denuncia, è entrato nella mia poesia ne restavo invariabilmente insoddisfatto. La poesia civile è un genere difficilissimo, che gioca brutti scherzi (leggi insopportabile retorica) anche a poeti notevoli. La vistosa eccezione di Pasolini, al riguardo, penso chiarisca molto bene la cosa. Poi c’è da dire, tornando al nostro degrado, che questo si manifesta anche, ma direi forse in primo luogo, nella lingua, quella che parliamo e purtroppo pure in quella che scriviamo. E allora il lavoro di resistenza, di manutenzione degli argini, passa anche di qui. Vorrei aggiungere: di qualunque cosa poi si parli.

La necessità della traduzione ti ha accompagnato nel corso degli anni. Che cos’è per te questa pratica, questa spola tra una lingua e l’altra, tra una sponda e l’altra? Quanta fatica e quanta crescita? Quali sono stati i principali autori che hai tradotto e chi di loro ti ha cambiato la vita?

Non saprei dirti se davvero gli autori che ho tradotto mi abbiano cambiato la vita, se non forse in questa che tu chiami la “spola tra una lingua e l’altra”, e mi sembra una definizione perfetta. Sì, è veramente una spola, talora defatigante, che attiva l’attenzione in più direzioni. E in questo forse consiste l’esperienza che ti cambia (è il bello del mestiere). I problemi, dico un’ovvietà, sono diversi ogni volta che ci si siede al tavolino. Io ho tradotto, sempre dal francese, autori molto differenti tra di loro, classici del sei e dell’ottocento come poeti contemporanei, narratori del novecento. E tradurre Aloysius Bertrand o le Lettres portugaises è cosa molto diversa dal tradurre  un poeta come Jean-Yves Masson, o un saggio di Bonnefoy o un reportage di Camus (Miseria della Cabilia, Aragno 2012). La traduzione cui sono più legato è quella di Gaspard de la Nuit, che uscì per la BUR nel 2001, un lavoro di studio sul lessico che mi affascinò e che non fu ugualmente giudicato: c’è chi lo trovò troppo “letterario”, chi invece lo apprezzò proprio per questo. Viceversa con un testo di Camus, un Camus giovane, “civile” quanto pochi, che denuncia senza eccessi oratori le porcherie del colonialismo, la strada direi obbligata era un’altra. Occorreva trovare una lingua “ferma”, senza sbavature, di scrupoloso rispetto, tenendo presente ad esempio il Carlo Levi de Le parole sono pietre, che nella Sicilia del secondo dopoguerra vede le stesse cose che Camus aveva denunciato in Algeria pochi anni prima. Parlando di traduzioni ne approfitto per dirti quanto mi sia piaciuta la tua versione delle Fiabe di Madame d’Aulnoy.

Le tue pubblicazioni sono state spesso battezzate dalla piccola e media editoria.
Tu stesso collabori con alcune case editrici.  Sei in grado di leggere il panorama editoriale contemporaneo e valutare la ricchissima portata di quei piccoli tenaci organismi editoriali, spesso eroici nel portare avanti la ricerca letteraria e la qualità di molti artisti. Narraci il tuo punto di vista e la tua esperienza.

È vero, prima di approdare a Jaca Book nel 2007 con la raccolta Canone semplice ho pubblicato in case editrici più piccole. Sono le case editrici che la maggior parte dei poeti conosce quando inizia a pubblicare e sul cui “eroismo” (delle case editrici, non dei poeti) vorrei che tu mi consentissi di avanzare qualche dubbio. È un paesaggio che andrebbe descritto con le sue luci e con le sue ombre. Però l’occasione di questo incontro è troppo bella per doverla sprecare “querimoniando” sui libri che non si vedono, non si trovano, non vengono presi in considerazione. E d’altronde è anche vero che molta della poesia più interessante oggi passa per alcune (solo alcune) piccole iniziative editoriali. Mi viene in mente il bel catalogo e la qualità tipografica del Ponte del sale a Rovigo, presso cui tu pure hai pubblicato, o le scelte sempre eleganti di Giorgio Bertelli, con le sue Edizioni dell’Obliquo a Brescia. A Roma Gianfranco Palmery cura da molti anni le splendide Edizioni Il Labirinto…

Personalmente sono molto legato a un altro tipo ancora di editoria: quella d’arte che nasce dal lavoro convergente di uno stampatore, di un artista e di un poeta, in piccole e talora minuscole (30 copie) tirature. Sempre a Roma c’è ad esempio Il Bulino di Sergio Pandolfini, che mi ha permesso di realizzare dei lavori per me importanti con Giulia Napoleone, Carlo Lorenzetti, Gianluca Murasecchi. A Bellinzona c’è Loredana Müller Donadini con il suo piccolo torchio e le sue magnifiche incisioni, e c’è Josef Weiss a Mendrisio, Roberto Dossi a Merate con i “Quaderni di Orfeo”, e a Osnago, come a molti noto, c’è il favoloso Alberto Casiraghy con centinaia – che dico – migliaia di pulcinielefanti.

Quanto al panorama più generale dell’editoria mi permetto di rinviare a un volume intervista a Evaldo Violo che ho da poco curato (Ah, la vecchia BUR!, Unicopli 2011). Sono le opinioni, e le confessioni, di un grande direttore editoriale, per diversi decenni alla guida di importanti collane di classici: nelle sue parole si può cogliere molto del mutamento che si è verificato nella produzione del libro, soprattutto nelle case editrici di grosse dimensioni, con l’ossessione dei bilanci e del fatturato, più che della qualità letteraria. Ma è un discorso piuttosto lungo, e meno semplice di quanto sembrerebbe.

Qual è l’arte che ami di più, che frequenti di più, oltre la scrittura? 

Del piacere di lavorare con gli artisti, che trovo stimolante e arricchente, ti ho appena detto, e questo ti parla del mio amore per le arti figurative, l’incisione, la fotografia. Amo molto la fotografia di Mario Giacomelli (i suoi scatti dedicati a Leopardi sono un vero incanto) e quella di Luigi Ghirri, di Josef Sudek, dell’esule boemo Josef Koudelka, a cui Milano in questi giorni sta dedicando una mostra bellissima che propone l’intero suo reportage sugli Zingari, un lavoro, è proprio il caso di dire, di notevole e civile poesia. Ma per me è importantissima la musica, e se devo parlarti d’amore ti parlo della musica francese del XVII secolo, un luogo della mente.

Hai vissuto il mondo di Roma e quello di Milano. Sono davvero così diversi l’un l’altro? Dove ti senti a casa? Quale è più stimolante e fertile?

Quanto siano diversi non te lo so dire, che siano diversi è certo. Ma è una percezione che varia sempre e non è mai la stessa. La Roma che ho conosciuto da ragazzo non esiste probabilmente più. Da quando non c’è più mio padre  scendo pochissimo a Roma, e forse anche per questo la sua bellezza mi tocca  come una ferita. È una bellezza che in molti si incaricano di offendere e nei più svariati modi, ma questo è un altro discorso. Vivendo a Milano penso che mi piacerebbe incontrare con più frequenza alcuni amici poeti che vivono a Roma come Alberto Toni, Elio Pecora, Francesco Dalessandro, Gianfranco Palmery di cui ti ho appena parlato … e sempre vivendo a Milano penso, ma so di illudermi, che a Roma incontrarsi sia più semplice. Quanto al mio sentirmi a casa lo vedo come un qualcosa di transitorio, che pertanto non riguarda solo Roma o Milano, ma diversi altri luoghi. Né saprei dirti quale delle due città sia stata per me più stimolante e fertile, lo sono state entrambe, seppure la seconda ha rappresentato l’incontro con il mondo editoriale, che mi ha dato moltissimo. Direi che le note più lievi e anche dirette nella scrittura mi vengono da Roma, da Milano quelle più meditative. Sotto i pini di Villa Medici ci si può sentire ancora come un viaggiatore dell’ottocento, l’impatto con Milano ti pone di fronte alla modernità e alla dimensione civica. Incredibile questo, se pensiamo al vuoto e al malaffare degli ultimi decenni.

Com’è nato il tuo libro su Maigret? E’ forse Parigi la tua terza città?

Non oso dire che Parigi sia la mia terza città, anche se ci ho vissuto per due anni, dall’83 all’85, facendo l’insegnate di italiano, però è un pensiero che non mi ha mai lasciato. “Maigret” è nato quasi per caso, quando con il mio amico Alberto Giorgio Cassani nel 2000 abbiamo iniziato la collana delle “città letterarie”, per l’editore Unicopli. Il titolo era (è) Parigi nell’occhio di Maigret, quindi un tentativo di andare in giro, da flâneur, dietro il fumo della pipa del celebre commissario. Che però  flâneur non era, sempre così indaffarato nel seguire le sue piste investigative. Sì, c’era sicuramente molta nostalgia nel tenere sul tavolo il Plan de Paris con le sue strade mentre scrivevo pensando a un città che in parte ricordavo e in parte non  potevo ricordare perché non esisteva già più quando ci ho vissuto: l’esempio più cospicuo è quello delle Halles, i vecchi mercati ottocenteschi in ferro e vetro di cui parla anche Simenon, che all’inizio degli anni settanta sono stati demoliti (nel cratere della demolizione Marco Ferreri girò addirittura un western!).

C’è una relazione armoniosa tra il lavoro che ti consente di vivere economicamente e la scrittura? Si può pensare di vivere dignitosamente con la propria scrittura, o è un sogno?

Alla prima domanda rispondo no, purtroppo non c’è, ma in fondo è anche giusto. È poi da escludere che un poeta possa vivere della propria scrittura, ci riescono i romanzieri americani che vendono milioni di copie, e ogni tanto, nella generale sorpresa, anche qualche italiano. Ma non li invidio, e dichiaro di non desiderare l’uva in alto al pergolato, come la volpe di La Fontaine. Lavoro in una biblioteca, e quando la mattina esco di casa mi dispiace di non potermene restare al tavolino, però è vera (almeno per me) anche un’altra cosa: quando si ha meno tempo a disposizione il tempo per scrivere lo si mette più a frutto.

A cosa stai lavorando ora? Quali progetti? 

Ho appena consegnato una raccolta di poesie e terminato una traduzione, per le “città letterarie”, di un volume che mi sembra importante, sulla Varsavia ebraica di Isaac B. Singer, scritto in francese da un’autrice franco polacca, Dorota Felman, che conosco da molti anni. La traduzione uscirà in ottobre mentre non so ancora quando uscirà la raccolta. Ma in questo momento ho ripreso in mano diversi racconti e sto pensando a un nuovo libro, che sento prossimo.

2 Comments

  1. un’intervista che porta a galla non solo qualità poetiche e programmi di scrittura e lavoro di qualità ma mette a fuoco un sentire umano e politico, sì credo sia la parola precisa, che con pochissimi tratti di parola dice tutto ciò che c’è da dire sull’oggi. Grazie. fernanda f.

  2. Le TRASMISSIONI DAL FARO portano sempre con sé gentilezza e volontà di dialogo: grazie.
    Condivido in pieno l’idea di una poesia che sia anche resistenza e manutenzione degli argini della nostra bellissima lingua, atto politico, appunto. Grazie pure per l’occasione d’incontro con persone di grandissimo spessore umano, etico ed intellettuale.

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