Tarkovskij Andrej – Nostalghia

  

Perché l’umanità possa avanzare, e non rimanere sospesa sull’orlo del baratro, dobbiamo camminare mano nella mano, i cosiddetti sani con i cosiddetti pazzi. Ehi! “Sani”! Che cosa significa la vostra salute?! … Dovete rassegnarvi, finalmente, a dire a voi stessi: “Dobbiamo vivere con loro, mangiare con loro, bere con loro, dormire con loro”. A cosa vi serve la libertà se non avete nemmeno il coraggio di guardare negli occhi la verità: con la vostra cosiddetta “salute” avete portato il mondo sulla soglia della catastrofe. … L’umanità è giunta a un punto vergognoso! Non siamo liberi da noi stessi! Io parlo chiaramente, senza ascoltare nessuno, perché tutti capiate che la vita è semplice e che per salvarvi, salvare voi stessi e salvare i vostri figli, la vostra discendenza, il vostro futuro, dovete tornare al punto dove vi siete persi, dove avete imboccato la via sbagliata! … Che cosa vale questo mondo, che cosa vale la sua giustizia, quando un povero malato di mente, come ci chiamate, vi dice: vergognatevi! Fino a che siete in tempo: vergognatevi! …-

Il penultimo film di Tarkovskij è ambiziosamente totale quanto i precedenti ed il successivo (Sacrificio, 1986) ed è tipico del suo respiro e dei suoi liquidi dondoli. La trama è speculare ad un grande interrogativo, enigma e grandioso epiteto da lasciare ai posteri come conguaglio della propria sintesi filosofica. Il regista è il più letterario della storia del cinema, di un talento narrativo mitteleuropeo, infuso nell’introspezione burbera e dignitosa russa.

L’esca della storia è un paesaggio da brughiera, umido, c’è nebbia dappertutto e una giovane donna scende da un’automobile insieme con il poeta russo Gorciakov. Lei è italiana, lui è in Italia per una ricerca sul musicista Berezovskij, compatriota del settecento. La ragazza si chiama Eugenia ed è la traduttrice, anche se lo scrittore se la cava abbastanza bene con la lingua. Bisogna precisare dapprincipio che Gorciakov è il poeta che è stato il regista, è la sua voce narrante ed il suo io interiore, interagente con quel che sarà l’altro personaggio duale, Domenico, riflusso della personalità e pensiero dello scrittore dialettale Tonino Guerra, cosceneggiatore del film.

Gorciakov, mentre malinconico ed ingiallito visita i luoghi della vita del musicista, nel suo periodo italiano, si accorge di Domenico – è una figura anomala e disturbante per il resto dei compaesani, viene ritenuto pazzo e pericoloso per se stesso. Ne resta affascinato e chiede insistentemente informazioni sul suo conto. La poesia è affinità, e all’artista non sfugge la fattezza incompresa da tutti di Domenico. Nel frattempo Eugenia, ingenuamente, cerca di sedurre il poeta, è attratta dalla patina intellettuale che lo percorre, ma non capisce veramente in cosa consista la natura che possiede. Affiora sotto molteplici aspetti il tema dell’incomprensione: durante una divagazione sulla letteratura i due ammettono che è impossibile evitare la caduta di spessore ed essenza nella traduzione di un qualsiasi libro, non è conciliabile una compenetrazione di mondi tanto diversi, come il russo e l’europeo, l’italiano, senza che non si tralasci l’importante; niente è realmente condivisibile e possedibile tra due linguaggi differenti. Bisognerebbe distruggerne le barriere, i confini politici e geografici. Il concetto di confine, come margine di contenimento delle anime, tornerà ancora in diverse sembianze più avanti. Si viene a sapere che Domenico, anni appresso, era finito nei giornali per aver rinchiuso la sua famiglia per anni sigillati dentro la propria casa; perché s’aspettasse la fine del mondo, perché potesse risolversi la paura dello spazio esterno aperto che istigava il suo istinto morboso di protezione. Ciò inculca nel russo la necessità di un incontro. La storia comincia a delinearsi nel suo vero messaggio quando egli incontra finalmente a quattrocchi il pazzo. Poche parole, insignificanti, e tanti silenzi. Davvero i linguaggi verbali del savio e del folle sono incompatibili, perché le parole sono un viatico che solo gli sguardi e i volti possono epurare, l’osservare i piccoli gesti di cura della casa e degli strumenti di lavoro. Dopo un primo approccio scostante, i due trovano collaborazione. Sono due paesi che si incontrano e parlano per significati e non più per significanti, due diverse nature della coscienza, la pazzia e la sanità, ma in soluzione queste non sono che differenze di forma. Il patologico è solo la stupidità. Non importa ciò che viene detto fra i due, vale l’intesa. Prima che l’ospite vada Domenico gli chiede un favore, il finale del film. Gorciakov rincasando è perplesso e meditabondo, come sempre, d’altronde. Tornato all’albergo ha un battibecco con Eugenia, che gli si vuole concedere, ma viene rifiutata con poca apprensione. Anche in questo caso difficoltà di comunicazione fra mondi divergenti, non proprio maschile e femminile, piuttosto profondità artificiosa con naturalità semplice e spontanea. Lei arrabbiata sbatte la porta e sfugge. Il poeta sanguina dal naso, presagio non inerme, il tempo è agli sgoccioli. Rimasto solo capisce che è il momento di ripartire, di tornare a casa. Mentre è in dirittura di partenza riceve una telefonata da Eugenia. È a Roma ed ha trovato l’amore in un appannaggio falsato di artista, è concitata e orgogliosa della sua conquista fac-simile. Gli dice anche che Domenico è in città, ha messo su un allestimento bizzarro e si comporta come un profeta predicatore. Ha un messaggio per lui: “ricordati la promessa”. Il corso della storia allora si divide su due scenari. Lo scrittore torna al paese del suo amico e si prepara per comporre le sue ultime volontà. Centro dell’abitato sono delle terme, responsabili dell’umidità e del clima offuscato del paesaggio. A Domenico queste erano state sempre proibite, perché si temeva cercasse di annegarsi ogni volta che si apprestava ad immergersi nelle acque. Questa volta però la grande piscina è vuota, si lavora di manutenzione. Gorciakov toglie dalle tasche una candela ed entra sul fondo vuoto della vasca. L’accende. Si tratta di un rituale simbolico. Dovrà attraversare la lunghezza delle terme senza che la candela si spenga. Ci prova una prima volta, ma dopo pochi passi è spenta.

Nel frattempo le immagini si spostano sul Campidoglio, dove Domenico si è arrampicato sulla statua equestre di Marco Aurelio parlando concitatamente al suo pubblico straniato. Da notare la disposizione rigidamente simmetrica degli astanti sulla scalinata, perfettamente schematica, classica operazione geometrica di altre pellicole del regista. Quel che il folle dice è la citazione d’apertura di questo articolo. Il suo sarà un atto dimostrativo devastante, irreversibile. Finito di parlare si cosparge il corpo di benzina e si dà fuoco, finendo la sua verità.

Dall’altro capo dell’emisfero spirituale il poeta continua nel compimento del suo lascito, della promessa di Domenico. E’ un carrello lento, laterale, con un’inquadratura che comprende la faccia e la candela che si spostano cercando di arrivare invano all’altra sponda. Ci sono troppe correnti, il vento e il vapore sfumano continuamente la fiamma. Si assiste a minuti lenti e ossessivi, ancora ci riprova e ancora fallisce, ritorna dall’inizio. Fino a quando, nel culmine della sua realizzazione, la luce percorre l’intero tratto della vasca. Secondi di pausa e il poeta cade a terra morto. Era malato da tempo.

Scena finale un paesaggio onirico, irreale, dove il bello è manifesto e per poche altre volte ancora, universale.

Gorciakov non è riuscito a tornare a casa, perché non esisteva in questi luoghi, in questi tempi, in questa realtà.

Si terrà nel nostro ricordo la pronuncia russa della parola Nostalgia, “Nostalghia”, perché infine la luce nell’insistenza ha sbaragliato i limiti, ma ha chiesto il prezzo più alto al suo amore per lei.

arpaeolia- Gianluigi Pala.

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A.Tarkowskij- nostalghia


Il film

Regia: Andrej Tarkovskij.

Soggetto e Sceneggiatura: Andrej Tarkovskij, Tonino Guerra.

Interpreti principali: Oleg Yankovsky, Erland Josephson, Domiziana Giordano.

Origine: Italia, Francia, Unione Sovietica, 1983.

Lingua: Italiano, russo.

Durata: 125 minuti.

Riferimento in rete:

http://www.lankelot.eu/cinema/nostalghia-di-andrej-tarcovskij.html

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